MATERIALE DI STUDIO PER COLLOQUI DEL 27 MAGGIO
- Da Cesare manipolatore a Ottaviano
Augusto padrone del mondo: il primo scrive i Commentarii
de bello Gallico e i Commentarii de bello civili per
giustificare due operazioni compiute a vantaggio di Roma (quel corpo unico
che comprende il senatus populusque romanus), ma anche per
edificare un potere personale che la res publica non
cerchi di espellere, come invece accadrà per mano dei cesaricidi Bruto e
Cassio nel 44 a. C. Quanto a Ottaviano
Augusto, scrive Canfora che egli diventa da sconosciuto a
padrone del mondo. Anche se di Augusto autore ci è giunto un solo
resoconto – le Res Gestae Divi Augusti, un testo pensato
a fini monumentali e celebrativi – in realtà la sua influenza in tal senso
fu immensa, non solo attraverso la politica culturale dell’età
augustea, ma anche attraverso i Commentarii de vita
sua, un’opera in 13 libri che, sulla falsa riga dei Commentarii cesariani,
raccontavano l’ascesa di Augusto stesso fino alla guerra
cantabrica (attorno al 25 a.C.) e, quindi, si soffermava in particolare
sui cruciali anni ’40 del I secolo a.C.
- Ottaviano Augusto edifica il sistema imperiale
basandolo sul ruolo del princeps (accumulo di auctoritates e potestates:
pontificato massimo, pater patriae, princeps senatus, tribunicia
potestas proconsolato), sul consenso politico (ottenuto
attraverso il formale rispetto delle tradizioni repubblicane e la
promozione del ceto equestre), sul maggior controllo e la migliore
amministrazione delle province senatorie e imperiali, la riorganizzazione
dell'esercito, un'accorta politica estera basata sul
rafforzamento dei confini esistenti (consolidamento a oriente,
espansione a settentrione, sottomissione della penisola iberica).
- All’inizio del I secolo, nell'impero
appena divenuto augusteo, si diffonde il culto
dell’imperatore Augusto, del pacificatore, di colui che, novello Saturno,
ha restaurato l’età dell’oro: viene definito un evangelion un
annuncio di bene, di pace di prosperità
- Poco prima che veda la luce l’evangelo cristiano,
si diffonde quindi all’incirca nei medesimi territori questa sorta
di teologia imperiale.
- Quello di stato, imposto da
Ottaviano, è però un evangelo troppo spezzettato e
suddiviso per poter incidere nella coscienza collettiva, come invece
riuscirà a essere quello cristiano, in grado di porsi proprio a
fondamento di una rivoluzione spirituale.
- Per compensare una mancanza di sentimento
religioso, nel mondo romano si diffondono non a caso i misteri,
ossia le religioni misteriche.
- Cristiani e Ebrei contrapponevano alla
segretezza dei misteri i loro fatti storici¸ una rivelazione basata
su testi detti sacri da contrapporre appunto ai miti dei
culti misterici.
- Per quanto riguarda il giudaismo, esso si
fonda sul Libro, la Bibbia (ovviamente Antico
Testamento) e poi subisce anche svariate contaminazioni, in
particolare da parte iranica: una contaminazione di provenienza iranica
riguarda il tema della resurrezione dei corpi, ma anche il dualismo fra
male e bene (manicheismo).
- Una
delle prime persecuzioni documentate dagli storici antichi è quella che
descrive Tacito negli Annales: avviene in seguito al gigantesco
incendio di Roma scoppiato nel luglio del 64 e pare che Nerone la
organizzi per mettere a tacere, o almeno placare, le voci che lo vogliono
responsabile della devastazione appena patita dalla città. Il princeps indica
i cristiani come responsabili dell’incendio e li offre come capro espiatorio
alla popolazione. L’operazione è facilitata dal fatto che essi non godano
di una buona fama presso l’opinione pubblica. Nel passo degli Annales
a noi pervenuto, Tacito elenca una serie di misure che vengono prese per
affrontare la situazione (utilizza il verbo providere come si
trattasse di comportamenti assunti a ragion veduta, assistiti da
ragionevolezza): riti espiatori, consultazioni dei libri sibillini,
pubbliche preghiere a varie divinità, cerimonie affidate alle matrone,
aspersioni di statue nei templi, banchetti e veglie sacre. Siccome niente
però valeva a mettere a tacere le voci che si facevano sempre più convinte
e convincenti sulla responsabilità di qualcuno (ovvero
dell'imperatore medesimo, lascia intendere o storico) così Nerone sceglie
appunto i capri espiatori che potrebbero essere più credibili: quelli che,
scrive lo storico, la vox populi definiva cristiani, da
Cristo, un uomo condannato a morte sotto Tiberio dal proconsole Ponzio
Pilato. Nel passo in questione, exitiabilis superstitio (mortale superstizione), definisce
Tacito la predicazione cristiana, non concedendole considerazione e non
dedicandole approfondimento, di là dal fatto di segnalarne la connessione
con la Giudea, originem eius mali (origine di quel male), e i comportamenti delittuosi,
che iniziano a diffondersi anche a Roma (atrocia aut pudenda, atti
atroci e vergognosi). Costoro quindi vengono arrestati, alcuni per essersi
professati tali, altri per denuncia estorta con torture: si condannano, è
interessante per noi, non per l’incendio ma per odio humani generis(essere odiatori del genere umano).
Vengono sottoposti a supplizi terribili, rivestiti di pelli animali e dati
in pasto a cani, oppure crocifissi e arsi vivi come torce da utilizzare
come illuminazione notturna. Dal canto suo Nerone si presenta a questi spettacoli
nelle vesti di istrione, auriga in mezzo alla plebe. Di qui, alla fine del
resoconto, la pietà che sorge tra la gente (è sempre Tacito a documentare)
a dispetto della deprecazione culturale nei loro riguardi: commenta
infatti lo storico che si capisce come essi siano vittime sacrificate alla
crudeltà di uno solo. Si torna così, circolarmente, a indicare quale unico
responsabile, se non altro della distruzione morale della città, il
medesimo Nerone. Ma soprattutto, per quanto riguarda il nostro
obiettivo di ricostruzione della genesi del cristianesimo delle origini,
inizia a delinearsi il profilo di una credenza che si fa
diffondendo, seppur lentamente, nel tessuto della società romana.
- Inserisco
a questo punto un'altra importante precisazione. A rendere difficile la
delineazione per uno scrittore latino dell'epoca, uno storico coscienzioso
e interessato al vero, di un profilo come quello cristiano
che renda possibile a noi posteri di cogliere l'abisso culturale che
separava all'epoca i cristiani dai pagani, per cominciare, sono anche
questioni terminologiche. Una si pone come basilare: il termine pagano non
esisteva ancora nell'epoca di cui stiamo trattando, ma appare per la prima
volta in iscrizioni cristiane dell’inizio del IV secolo d. C. e non
entra mai nelle traduzioni latine della Bibbia, restando un termine
colloquiale. Di per sé non aveva nulla a che vedere con la religiosità
(come intendiamo comunemente noi), ma designava un civile o un contadino,
ossia un abitante del pagus, che in latino significa villaggio: nel
tempo, quindi appunto a inizio IV secolo, sono definiti pagani, nel
lessico cristiano, coloro che non si erano arruolati nelle milizie di
Cristo contro i poteri di Satana, per condurre quella che si
configura come una inevitabile, addirittura necessaria (per l'affermazione
del bene) battaglia celeste. Il termine paganesimo è quindi
un’invenzione cristiana come giudaismo, e contribuisce soprattutto
a stabilire che esiste (da un certo momento in poi) un sistema dottrinale
e un’ortodossia (ovvero un sistema di pensiero corretto, giusto,
appunto ortodosso), concepito e fissato in forme precise e
indiscutibili. Si tratta di un elemento di diversità fondamentale
rispetto alla forma della religiosità che viene detta pagana in
quanto quest'ultima non contemplava una professione di fede, un
atto fideistico (intimo, personale), ma consisteva in una serie di atti di
culto, comprese le offerte di vittime animali alle divinità. Il percorso
d'istruzione di tutti gli autori della letteratura latina e greca poneva
alla base l'apprendimento della filosofia, e per questa la fede,
qualsiasi fede, era il gradino più basso della conoscenza, in quanto
prevedeva la rinuncia alla ragione. Solo nella seconda parte del
III secolo d.C., nell'ambito del neoplatonismo (corrente filosofica risalente al filosofo Plotino, che interpreta Platone in chiave mistico-religiosa), il termine fides inizia
a essere rivalutato, ma non ci è noto il ricorso al termine fedele
nel caso di nessun gruppo di pagani, compresi i seguaci delle religioni
misteriche, per i quali si utilizza piuttosto il termine di adepti (coloro
che hanno raggiunto uno scopo, un obiettivo). Analogamente non
esisteva nessun concetto pagano di eresia (in assenza di una dottrina
e di una fede non può ovviamente esistere eresia). Per gli
antichi la parola hairesis significava scuola di pensiero,
non dottrina falsa e perniciosa. Era definita hairesis qualsiasi
scuola di pensiero, anche di tipo medico (risulta negata solo agli
scettici perché dubitavano di tutto, ma gli scettici si ribellavano a
questo ostracismo). Tra i pagani, infine, il concetto di eterodossia
era opposto a omodossia, che significa accordo, non a ortodossia
(che significa unico credo accettato come vero). Sarà invece
proprio l'ortodossia l'elemento al quale si riconnetterà
l'operazione di istituzionalizzazione della chiesa condotta in
particolare dall'imperatore Costantino nel IV secolo d.C.
- La persecuzione voluta e organizzata da Nerone nei confronti dei
cristiani si considera una prima persecuzione, alla quale ne seguirono
altre, ad esempio quella di Domiziano, l'ultimo discendente della dinastia
flavia. Nel II secolo d. C. vennero intentati processi e presi
provvedimenti (da confische di beni a richieste di abiura a condanne a
morte) nei confronti di cristiani ad esempio sotto l'imperatore Traiano
(98-117), sotto il quale però non vi furono vere e proprie persecuzioni di
massa. Un documento interessante di questo periodo di processi, ma non di
persecuzioni di massa, è il carteggio fra lo scrittore latino Plinio il
Giovane, in veste di governatore della Bitinia (regione dell'Asia Minore),
e l'imperatore Traiano, di cui era amico. Scrive Plinio, sconcertato di
fronte al gran numero di seguaci di Cristo, di cui non
comprende il modo di pensare e di fare: Io non fui mai presente a processi fatti contro i Cristiani e perciò
ignoro in che cosa e fin dove si è soliti inquisirli e punirli. Sono anche
incerto se si debba fare differenza tra le diverse età e se i fanciulli,
per quanto ancora teneri, debbano essere trattati come i più grandi.
Inoltre, se si debba perdonare a chi si pente, oppure se nulla giovi a chi
fu realmente cristiano il non esserlo più. Infine se si punisca il solo
nome, anche se non vi siano delitti specifici, oppure se siano soggetti al
castigo alcuni delitti che sono inseparabili da quel nome...».Si capisce che Plinio non sa
come comportarsi con queste persone che non hanno nessuna colpa specifica,
se non quella di non voler onorare gli dei della religione di Stato.
Traiano gli risponde (possediamo l'intero carteggio) di non infierire
sulla collettività, ma di limitarsi a chiedere di assoggettarsi al culto di
Stato e, nel caso in cui non lo facciano, punirli, invece perdonarli se
abiurano la loro fede. Inoltre, suggerisce ancora Traiano, non bisogna
ricercarli e nemmeno dar retta a chi li denunzi. Si capisce che la linea
dettata da Traiano è una linea tollerante, che risale a una
sostanziale incomprensione dei soggetti di fronte ai
quali iniziano a trovarsi senza realizzare esattamente che cosa pensino,
ma rendendosi conto di un fatto preoccupante (dal punto di vista
dell'autorità e dello Stato) ovvero che siano molti e crescano
continuamente di numero. Quella che possiamo definire la linea di
Traiano resta un riferimento per tutto il II secolo: Adriano e
Antonino Pio, suoi successori (117-138 il primo, 138-161 il secondo)
suggeriscono di procedere nei loro riguardi con moderazione e equilibrio,
punendoli solo se agiscano apertamente contro la legge. Una vera e propria
persecuzione sarebbe invece avvenuta sotto l'imperatore Marco Aurelio,
regnante fra il 161 e il 180. Imperatore filosofo, istruito allo stoicismo,
autore di un importante testo filosofico intitolato A se stesso,
Marco Aurelio non è responsabile diretto (attraverso un editto) della
persecuzione, che avviene piuttosto a furor di popolo, perché i cristiani
vengono indicati come capro espiatorio in una contingenza particolarmente
negativa, in cui si verificano contemporaneamente una pestilenza, una
carestia, mentre i barbari premono pericolosamente ai confini
settentrionali e orientali dell'impero. Anche fra gli intellettuali
serpeggia l'idea che la debolezza dell'impero risalga a questi cristiani
che diffondono un culto irrazionale e praticano usanze ritenute barbare e
feroci. Nel III secolo dapprima l'africano Settimio Severo sembra incline
a ristabilire la tolleranza, ma successivamente si rende responsabile
dell'emanazione di un editto che proibisce il passaggio dal giudaismo al
cristianesimo, nel tentativo evidente di contrastarne la crescita. L'atto
giuridico dà luogo a nuove persecuzioni, che cessano con i successori
Caracalla e Alessandro Severo, per riprendere con Massimino il Trace, nel
235-238, e con Decio nel 250 e con Diocleziano nel 304. Si può quindi
notare che, proprio a ridosso della svolta impressa da Costantino nel 313,
di cui ora parleremo, il ritmo delle persecuzioni collettive sembra
intensificarsi, per quanto sia diversa a seconda delle zone dell'impero
l'entità delle condanne alle quali si procedeva.
- Ricapitolando:
il potere politico romano si mantenne finché possibile in posizione
neutrale rispetto alla nuova religione cristiana, i cui connotati
sfuggivano alla comprensione dei contemporanei, per svariate ragioni: per
la confusione prevalente fra giudaismo e cristianesimo, ad
esempio, ma anche per la varietà di interpretazioni della parola
di Gesù detto il Cristo da parte delle diverse comunità. Di
qui il fatto che le autorità romane indicassero ai governatori e giudici
locali, come condotta da assumere verso i cristiani, quella di condannare
coloro che si definivano tali solo nel caso in cui si fossero anche macchiati
di crimini specifici. Occasionalmente, però, alcuni
imperatori sfruttarono l'ostilità verso il nuovo culto a proprio vantaggio,
al fine di ricompattare il consenso nei propri riguardi: così accadeva che
i cristiani venissero additati all'opinione pubblica come comunità chiuse,
dedite a culti misteriosi e sanguinari, inclini a praticare infanticidi e
antropofagia, e per questo perseguitati. Il monoteismo da loro
professato rappresentava inoltre di sicuro un elemento di
differenziazione considerevole rispetto alla maggior parte dei culti
pagani, ma non era di per sé tale da suscitare una contrapposizione
insanabile. Di maggior rilevanza, soprattutto nei processi
intentati nel corso del II e del III secolo d. C. a singoli cristiani, il
fatto che per ragioni morali i più intransigenti fra loro si rifiutassero
di svolgere il servizio militare (e di andare in guerra,
ovviamente) o di rendere onori divini agli imperatori. Da notare, a questo
proposito, che si può constatare la considerevole differenza
culturale fra pagani e cristiani a partire dal fatto che gli atti
di culto riservati agli imperatori avessero solo un valore formale
e politico, non costituissero atti di fede. Mentre quindi per
i cristiani l'ossequio all'imperatore come divinità si traduceva in un
atto di infedeltà gravissimo nei confronti del Dio unico, dal
punto di vista pagano si trattava di non voler aderire a un atto di rispetto
dal significato politico, attraverso il quale si testimoniava di
essere leali cittadini dell'impero. La
religione romana dunque si confermava, anche in età imperiale, un instrumentum
regni, uno strumento di potere, che non entrava
nel merito delle convinzioni individuali, mostrandosi
quindi sotto questo profilo di sicuro tollerante. Viceversa
giudicava inaccettabile che un cittadino romano rifiutasse, come facevano
alcuni cristiani, di dimostrare apertamente, attraverso gli onori divini
tributati all'imperatore, la propria appartenenza alla comunità.
- Questa,
quindi, la situazione quando al potere si prepara a salire
l'imperatore Costantino, detto il Grande, tra l'altro
perché, dopo un periodo in cui oriente e occidente dell'impero si erano
divisi, riesce a riunificare tutto l'impero nelle sue mani. Costantino,
nel 324, può presentarsi (dopo aver eliminato diversi nemici che gli
contendevano il controllo dell'impero, come un unificatore,
che avvia anche la creazione di nuova capitale, Bisanzio, da lui
ribattezzata Costantinopoli, la seconda Roma. A noi, più
ancora che questo atto di unificazione, in questo momento in cui stiamo
seguendo il processo di nascita del cristianesimo interessa però trattare
il suo editto di tolleranza, o editto di
Milano, il provvedimento con cui nel 313 concede
(insieme a Licinio con cui in quel momento condivide il potere) a
tutti gli abitanti dell'impero (quindi anche ai cristiani) completa
libertà di culto. A parte l'aneddotica sull'argomento (in
hoc signo vinces, sogno di Costantino poco prima di un'importante
battaglia nel 312), si trattò chiaramente di un atto politico:
il cristianesimo era ormai troppo diffuso all'interno di
comparti cruciali per il sostegno all'imperatore, ovvero l'esercito e
anche gli strati elevati della popolazione. Rispetto alla confusione dei
secoli precedenti, in termini di testimonianze relative ai contenuti della
religioni, è nata anche una letteratura apologetica (in
difesa dei contenuti della religione cristiana) e si sta per avviare una
riflessione teologica, che culminerà con gli scritti dei padri
della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo) che fra IV e V secolo
definiscono ancora più chiaramente i contenuti dottrinali. Insomma Costantino deve
prendere atto di quanto è ormai evidente: il cristianesimo è
la nuova religione e conviene allo stato romano non
solo riconoscerla ma appropriarsene in qualche modo. Si predispone
così quello che possiamo considerare il penultimo atto di
affermazione del cristianesimo all'interno dell'impero.
- Nel 325
Costantino indisse il primo concilio ecumenico della chiesa,
che si tenne a Nicea, presso Costantinopoli, presieduto dallo
stesso imperatore e alla presenza di tutti i vescovi delle chiese
d'oriente e occidente. Quanto all'ultimo atto, esso
coincide con l'editto di Tessalonica di Teodosio nel 380, che rese
il culto cristiano religione di stato.
- La
richiesta di tolleranza, da quel momento, provenne dal campo
pagano nei confronti di quello cristiano, come dimostrò la celebre disputa
avvenuta nel 384 d. C. a Milano fra Simmaco, esponente dell'aristocrazia
pagana, e il padre della Chiesa, poi canonizzato, Ambrogio, vescovo
di Milano.
QUADRO SINTETICO DEGLI EVENTI FINO AI
REGNI ROMANO BARBARICI E AI LONGOBARDI
- IN ETA' GIULIO CLAUDIA E FLAVIA (I secolo d.
C.) aumenta l'importanza del ceto equestre e
dei liberti, diminuisce l'importanza
del senato; aumenta il ruolo politico dell'esercito,
in particolare della guardia imperiale, ossia i pretoriani (col prefetto
del pretorio); entrano in senato elementi non italici (classe
dirigente internazionale); nasce la CORTE (sede
di decisioni politiche e giochi di potere, si trova a Roma).
- NEL I
SECOLO d. C. si consolida il limes (moderato
espansionismo), si reprimono rivolte (quella giudaica
culmina con la distruzione del tempio di Gerusalemme e diaspora
ebraica nel 70 d. C, sotto il comando di Tito).
- DALLA
FINE DEL I SECOLO A META' III SECOLO l'ascesa al potere imperiale
varia da essere PER ADOZIONE (Traiano, Adriano, Antonino
Pio, Marco Aurelio, Lucio Vero: la fase migliore dell'impero quanto a
massima espansione territoriale, ottima amministrazione, collaborazione
col senato, promozione della cultura; lati negativi: povertà e
emarginazione del proletariato urbano, divisione della società in
HONESTIORES e HUMILIORES, romanizzazione forzata) o PER VIA
DINASTICA (a Marco Aurelio succede Commodo) o PER
VOLONTA' DELL'ESERCITO (la dinastia dei Severi).
- DIOCLEZIANO
(284-305): riforma amministrativa (DUE AREE:
ORIENTE e OCCIDENTE, poi CIRCOSCRIZIONI e DIOCESI) e tetrarchia; riforma
fiscale (tiene conto delle persone che lavorano e della
superficie della terra) e ereditarietà dei mestieri; rafforzamento
dell'autorità imperiale, repressione del cristianesimo,
passaggio dal principato al dominato.
- COSTANTINO (306-337): primo
imperatore cristiano (conversione personale); emana l'editto di
Milano nel 313 (libertà di culto a tutte le religioni), convoca e
interviene (cesaropapismo) al concilio di Nicea, nel 325, che
definisce l'ortodossia cristiana (conseguenza: la lotta all'eresia
ariana), introduce il solidum per combattere la
svalutazione, dà impulso ai reparti mobili dell'esercito (comitantes) e
istituisce i magistri militum, generali di professione.
- DAL IV
AL V SECOLO: gli imperi d'oriente e d'occidente si dividono.
Il primo è solido, e sopravvive per altri mille anni, fino al 1453 d.C.
(sconfitto dai Turchi di Maometto II), il secondo è in crisi economica,
indebolito dalle invasioni, e finisce nel 476. Dopo l'editto di
Costantino, quello di TESSALONICA del 380 (Teodosio e Graziano)
rende il cristianesimo religione di Stato (dopo il tentativo
fallito di restaurare il paganesimo: di Giuliano l'Apostata, 361-363).
- Si
formano i REGNI ROMANO BARBARICI: sono caratterizzati o da una netta
separazione vincitori/vinti (Vandali in Africa, vincitori
funzioni politico militari, vinti amministrazione statale) o da
integrazione e ricerca di compromesso (franchi in Gallia,
ostrogoti in Italia). Due problemi: diritto e
religione. Riconoscono l'autorità dell'IMPERATORE D'ORIENTE (i
sovrani dei regni romano-barbarici si considerano DELEGATI (l'ostrogoto
Teodorico, 454-526, educato a Bisanzio, sogna di rendere Ravenna la
Costantinopoli d'occidente)
- GIUSTINIANO
nel 528 incarica
una commissione di giuristi presieduta da Triboniano di
redigere quello che diventerà il CORPUS IURIS CIVILIS
- Paolo
Diacono è uno storico dell'VIII secolo d.C. (720-799, autore della Historia
Langobardorum), al quale si devono alcune informazioni sull'evento
epocale della discesa fino all'Italia dei longobardi (che già fonti latine
precedenti indicavano come i più barbari dei barbari) nel
fatidico anno 568 d. C.
- Originari
della Scandinavia, nominati per la prima volta in fonti latine del I
secolo d. C. (longobardi, di etimologia discussa, può
significare uomini dalla lunga barba oppure dalle
lunghe lance) si stanziarono per cominciare lungo il corso
dell'Elba e poi, spingendosi verso sud, in Pannonia (Ungheria). La
discesa in Italia nel 568 (la stima degli storici è che fossero fra
100.000 e 200.000 individui, comprese donne e bambini) non era finalizzata
a stanziamento definitivo ma a saccheggio, nel caso in cui i territori
presi di mira avessero resistito.
- Punto
d'arrivo dei longobardi fu il Friuli, poi la pianura padana fino alla Toscana , le
zone appenniniche fino a Benevento in Campania. Nel momento in cui divenne
chiaro che l'imperatore bizantino (Giustino II, 565-578) non era
intenzionato a difendere i territori (troppo costoso per le finanze, che
dovevano essere utilizzate per altre difese più ravvicinate al cuore
dell'impero d'oriente), essi vennero lasciati ai longobardi.
- Il
nuovo assetto prevedeva quindi che Sicilia, Sardegna, Puglia,
Calabria, Napoli, Roma e Ravenna con la pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano,
Senigallia e Ancona), la costa ligure e Venezia (insediamento lagunare
nato proprio in quegli anni per sfuggire ai longobardi) restassero in
possesso dei bizantini.
- Longobardia diventa il territorio
occupato dai longobardi, mentre Romània la zona
intorno a Ravenna ovvero l'esarcato. Si può sostenere che il
medioevo inizi con i longobardi, perché solo con il loro avvento si
interruppe drasticamente la continuità col passato romano (da
ricordare la sudditanza culturale dei primi patrizi alla
guida dei regni romano-barbarici).
- Il
nuovo assetto instaurato dai longobardi nei territori entrati in loro
possesso prevedeva infatti che l'aristocrazia romana non esistesse più e
che le proprietà terriere diventassero tutte dei conquistatori. Di
qui la decadenza o l'abbandono di città, l'arretramento delle attività
artigianali e commerciali e una situazione di bellicosità permanente (da
segnalare che il termine guerra, destinato a sostituire bellum nella
lingua, è di origine longobarda). Non andava meglio dal punto di vista
religioso, essendo anche i longobardi, come già i goti, ariani
oppure pagani, e dovette trascorrere un secolo perché si producesse
una graduale e comunque conflittuale omologazione del credo a quello
stabilito ai tempi di Costantino.
- La
suddivisione interna dei longobardi prevedeva le cosiddette fare (da fahren che
significa viaggiare, con riferimento alle spedizioni
finalizzate al saccheggio), ossia bande, internamente imparentate e
obbedienti a un duca. Dalle fare deriva la
trasposizione toponomastica fara novarese (e
simili) per designare terre in cui si stanziavano. Per guidare una
spedizione imponente (come nel caso di quella del 568) si sceglieva un re
(in quel caso Alboino) ma il suo potere decadeva una volta conclusa la
spedizione, e i duchi erano i veri detentori di potere,
almeno in un primo periodo.
- Col
tempo, tuttavia, i longobardi tornarono a nominare un sovrano: scelsero
Pavia come
sede della corte, per quanto il ducato di Spoleto e quello di Benevento
continuassero a rimanere forti centri di potere.
- Un
nuovo assetto di potere si consolidò con l'elezione come re di Rotari (636-652),
che aggiunse la Liguria ai possedimenti longobardi (sottraendola ai
bizantini), fissò in forma scritta il diritto consuetudinario longobardo
(editto di Rotari promulgato a Pavia nel 643 in latino, con applicazione
prevista sui soli longobardi, mentre per gli italici valeva il diritto
giustinianeo).
- L'editto
di Rotari rispecchia una società fondata sull'agricoltura (caccia e raccolta) e in
cui la giustizia è affidata all'ordalìa, ovvero non un
procedimento giudiziario ma un duello. Risulta abolita
invece la faida (altro termine di origine
longobarda) ossia il diritto alla vendetta parentale, sostituita dal guidrigildo, un
sistema di pene pecuniarie a entità proporzionata al delitto
commesso.
- I
longobardi promossero la fondazione di monasteri: Nonantola in
Emilia, Farfa in Lazio, San Vincenzo al Volturno in Molise (notevoli le
biblioteche e i centri amanuensi deputati alla trascrizione di testi
classici). Abati e monaci appartenevano all'aristocrazia
longobarda, che esercitava anche così il controllo del territorio
(notevoli proprietà agricole erano sempre annesse a queste entità
monastiche).
- A
Cividale in Friuli (provincia di Udine), dove nacque il citato storico
Paolo Diacono, capitale del primo ducato fondato dai longobardi,
costruirono il meraviglioso tempietto che da lì prende il
nome.
- Mentre
i longobardi si insediano in Italia, l'impero bizantino è in
crisi: la successione è tornata a essere incerta (né dinastica,
né scelta del migliore ma costante negoziazione con i
ceti popolari di Costantinopoli, l'aristocrazia, i funzionari di corte, i
vertici della chiesa); il confine balcanico è insidiato da popolazioni
turche (gli àvari, poi gli slavi), quello orientale dai persiani.
Nel 610 avviene lo sfondamento del confine da parte persiana e la
conquista di Siria e Egitto (col sostegno degli ebrei, che preferivano il
nemico storico all'imperatore bizantino cristiano e intollerante verso di
loro). Subito dopo però viene patteggiato un ristabilimento dei confini
precedenti (nel 628), mentre la situazione sui Balcani resta
problematica e peraltro incombe, a pochi anni di distanza, l'imponente
conquista araba.
I primi passi del cristianesimo, per
non dire quelli di colui che gli dà il nome, si muovono in contrade polverose,
desertiche, in città sotto il giogo di una dominazione straniera e estranea,
dove le élites dei sacerdoti (quelli giudaici, ebrei) si mantengono
ipocritamente in equilibrio fra le insofferenze del popolo e le imposizioni
romane. Sono primi passi che iniziano a essere documentati tardivamente e sui
quali si addensano, nei millenni ormai, nubi di oblìo e di mistificazione. Alla
ricerca del Cristo storico, più ancora che a quella del tempo
perduto, si sono lanciati in tanti, anche in tempi recenti. I suoi tratti
restano comunque sfuggenti, come può documentare l'iconografia, a somiglianza
di quelli di un soggetto mitico nel senso più ampio e, possibilmente,
lusinghiero del termine. A dimostrazione di questa mitizzazione, il fatto che
anche spiriti laici, agnostici o atei, rendano Cristo un soggetto
rivoluzionario passibile di essere per questo apprezzato o, viceversa,
vituperato. Nel farlo ne ammettono automaticamente l'esistenza storica, quanto
meno sotto forma di condensazione di un pensiero che si è fatto carne non tanto
nel senso teologico del termine (quello istituito dal credo niceno) ma in
quello ideologico: seppur Cristo non fosse il figlio del Dio degli Ebrei, ma uno
dei tanti predicatori, profeti o pseudotali (se il distinguo ha un senso e
essere profeti significa qualcosa), tuttavia la religione denominata
cristianesimo è nata, a un certo punto, e esiste tuttora, per milioni di
persone che si dicono cristiane e credono in tutto quello che le scritture, i
vangeli, raccontano a proposito di questo soggetto. Ma, tornando agli atei e
agnostici, il titolo di rivoluzionario attribuito a Cristo si riferisce in
particolare a una componente sovversiva del suo pensiero profondo, quello che
non sempre viene valorizzato in sede istituzionale, la quale si nutre di
prediche conformiste, ma che ha percorso i secoli, dai medievali ai moderni
fino a oggi. Mi riferisco a un dato iniziale connesso con la predicazione di
lui ancora vivente, e che viene evocato nei Vangeli sinottici alla stessa
maniera. Cristo chiama uno a uno i suoi discepoli sottraendoli alle
loro famiglie, al loro lavoro, ai loro impegni quotidiani. Li chiama a sé per farne i
collaboratori in un progetto che via via assume connotati sempre più ampi,
allargandosi in direzione addirittura della salvezza di tutta l'umanità. I discepoli, anzi,
gli apostoli (inviati, messaggeri), si sa sono 12. Val la pena passare
dal primo al secondo termine perché lì risiede l'essenza di una differenza
importante. I 12 non sono solo chiamati a imparare (da discepoli) ma
devono diventare parte attiva ossia trasmettere il pensiero divino che il loro
riferimento, Cristo, addirittura incarna. L'operazione è senz'altro, in sé,
una rivoluzione. Nel senso che trasforma in qualcosa di completamente diverso
tutto quello che era prima. Non ho più padre né madre, né moglie né figli, né
mestiere né doveri sociali ma sono un apostolo di Cristo. Questo è l'atto
rivoluzionario che si pone al principio del cammino polveroso di cui parlavo
all'inizio. Sotto questo profilo si tratta già di un'apocalisse, ossia di una rivelazione. Ė possibile vivere in
un modo completamente differente da quello contemplato dagli
ordinamenti umani così come si sono più o meno radicalizzati nel tempo. Ė possibile
cambiare lasciando alle spalle tutto quello che è stato. Io sento, laicamente,
in queste parole risuonare non un invito messianico ma un'esortazione a non
credere che esista sulla Terra qualcosa di definitivo. L'immortalità appartiene
alla sfera dell'inesistente, è immortale solo ciò che non esiste, mentre ciò che è
mortale muta. Mi viene da pensare, allora, che in questa figura forse storica e
sicuramente oggetto di un culto fideistico millenario si addensi un'idea alla
quale l'umanità intera potrebbe pensare quando sia sul punto di arrendersi a
quello che accade, ad esempio a una deriva culturale, economica, civile, sociale,
ambientale rispetto alla quale non sembrino esserci a disposizione antidoti:
l'idea che il cambiamento del mondo, ove sia auspicabile, passi attraverso il
cambiamento della propria prospettiva sul mondo. Come mostrerà Dante alla fine
del passaggio attraverso l'inferno, per uscire dalle tenebre è necessario fare
una capriola, mettersi a testa in giù. Ė solo così che si torna a riveder le stelle, come recitano per tre
volte gli ultimi versi di ogni cantica della Divina commedia.
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