IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE DI OTTAVIANO AUGUSTO
Pagine 54-60
Nozioni/Concetti
DI NUOVO, COME DOPO LA MORTE DI CESARE, UN PROBLEMA DI SUCCESSIONE
Consapevole di aver edificato un sistema politico nuovo, Ottaviano Augusto si pone, nel periodo in cui detiene monarchicamente il potere, il problema del proprio successore, anche se in maniera non dichiarata, dato che dichiararlo apertamente avrebbe rovinato l'operazione di camuffamento da noi ampiamente trattata: in un regime repubblicano, infatti, non esiste un successore al potere dal momento che quest'ultimo è suddiviso tra varie cariche. La tecnica di Ottaviano Augusto consiste, nel caso specifico, nell'adottare (come Cesare aveva fatto con lui) dei giovani promettenti: Marcello (figlio della sorella Ottavia, poi Lucio e Gaio Cesare, nati dal matrimonio fra la figlia di Ottaviano stesso, Giulia, e Agrippa, suo amico e collaboratore, e infine Tiberio Claudio Nerone, nato da un precedente matrimonio di Livia, la sua terza moglie. I primi tre prescelti, però, muoiono prima di lui (morto nel 14 d. C.), sicché l'erede designato (non il suo preferito) diventa Tiberio. Il passaggio di consegne rende noto a tutti che a questo punto non è più possibile tornare indietro: la repubblica è stata sostituita da un nuovo regime. Insisto su questo tema del passaggio, che a noi pare ovvio, perché non altrettanto ovvio era per i contemporanei: ai loro occhi, in particolare a quelli dell'ordine senatorio e dei sostenitori (alcuni dei quali figli o nipoti dei protagonisti delle guerre civili) di Pompeo o dei cesaricidi, il regime augusteo aveva compiuto un'usurpazione di potere, e quello repubblicano veniva da loro nostalgicamente evocato come un periodo in cui si era liberi, ovvero cittadini e non sudditi come si è quando a governare è un unico sovrano. 30'
DOMANDE in rosa quelle che hanno risposta nel testo
Qual era la tecnica di A. nella successione e da chi ha preso esempio?
In che cosa consiste l'usurpazione del potere?
Il passaggio dal regime rep a augusteo cosa suscita nel popolo?
Il fatto è che occorre sempre intendersi con popolo. Il popolo di Roma è un presenza della quale certo gli imperatori tengono conto, ma il vero interlocutore del potere è il senato. Quello che suscita è espresso nel testo: in una parte del senato suscita ostilità più o meno aperta, che si concretizza in congiure e una pubblicistica storica ostile.
Come mai Tiberio non era il preferito da A.?
Augusto preferisce su tutti i comandanti militari, non a caso sceglie prima Agrippa e poi Marcello. Tiberio era piuttosto un uomo di pensiero, vicino all'aristocrazia senatoria.
Per chi aveva preferenza e come mai?
cfr sopra
Come fa a camuffare l'operazione di successione?
Perché non poteva apertamente indicare successore?
Come hanno reagito i sostenitori della rep. alla nuova tip di potere?
Perché Tiberio rende evidente la trasf da rep a impero?
Se alcuni successori non fossero morti prematuramente la storia dell'impero sarebbe cambiata o il sistema ideato da A. era ormai definitivo?
Per un senatore romano cosa significava esattamente passare da cittadino suddito?
Perché la vita privata diventa improvvisamente una questione di Stato?
RAPPORTI DI FORZA: L'IMPERATORE E IL SENATO
Tiberio assume la funzione di imperator e augustus secondo le linee segnate dall'iter di Ottaviano. Una colonna portante è la tribunicia potestas con le sue fondamentali prerogative (sacralità, inviolabilità, diritto di veto). L'imperatore è, mantenendo la finzione di una struttura repubblicana, un magistrato nelle cui mani confluiscono tanti poteri, ma tutte le magistrature ordinarie sono mantenute e assegnate a soggetti differenti. A ciò si aggiunge il fatto che non viene messo in discussione, per ovvie ragioni, il potere del senato, cuore sacro della res pubblica ma soprattutto espressione dell'aristocrazia romana, di quella nobilitas che nel tempo si è modificata (ampliandosi, rispetto alle origini) ma non ha mai perso la propria vocazione a tenere sotto controllo la politica (e l'economia e l'esercito, naturalmente). Gli imperatori non possono non tenere conto della forza posseduta da questo organo istituzionale, che è radicata appunto nella società romana sia dal punto di vista politico sia da quello economico.
Il rapporto fra gli imperatori e il senato è un argomento importante per tutto il primo secolo d. C. (nei successivi, vedremo tra poco, entrano in gioco più pesantemente anche altre componenti, prima fra tutte l'esercito, ovvero le legioni) e in effetti oscilla fra due poli opposti: quello del reciproco rispetto (l'imperatore evita di urtare gli interessi senatoriali e i senatori non interferiscono troppo con le sue decisioni) e quello dell'opposizione violenta, culminante in congiure che, se non venissero sventate, determinerebbero la morte violenta dell'imperatore medesimo (Nerone si suicidò poco prima che a farlo provvedessero appunto i senatori, che intanto ne avevamo dichiarata la destituzione). 15'
DOMANDE
Il senato a questo punto avrebbe potuto in qualche modo riconquistare il potere perso, sotto imperatori come Tiberio?
Quali conseguenze sia politiche che sociali avrebbe avuto Tiberio se non avesse mantenuto il rapporto di rispetto con il senato?
Se la carica di tribuno della plebe era nata per proteggere il popolo dal potere dei più forti, come cambia il suo significato quando ad averla è l'uomo più potente?
Il testo dice che le magistrature ordinarie restano intatte, ma quanto potere rimane a un console se l'imperatore possiede l'imperium proconsulare maius?
QUESTIONI DI NARRAZIONE (COME CON CESARE IMPOSTORE)
Ancora una volta ci imbattiamo nella questione del narrare e del manipolare: nel caso della dinastia giulio-claudia, segnaliamo il fatto che a testimoniare in merito ai profili degli imperatori (Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, in un arco di anni dal 14 d. C. al 68 d. C.) sono fonti storiografiche per lo più ostili agli imperatori medesimi, dunque fonti senatorie e di quella parte del senato ancora nostalgica della repubblica. Uno degli storici più acuti del I secolo d. C., Tacito, ha fornito la gran parte delle notizie su di loro, consolidando (per quello che possiamo intendere dalle sue opere, giunte incomplete) alcune rappresentazioni apertamente denigratorie, se non derisorie, degli imperatori che ora presenterò brevemente. 15'
Se le fonti erano di origine senatoria, quanto può aver influito la nostalgia della res p. sul giudizio verso l'impero?
Se avessimo fonti favorevoli agli imperatori, l'immagine di figure come T, C, N, sarebbe diversa?
TIBERIO (14-37 d.C.)
Per promuovere un passaggio graduale di potere da sé al successore designato obtorto collo, Augusto si premura di far sposare sua figlia Giulia, rimasta vedova di Agrippa, al successore designato; quindi gli affida incarichi e gli concede privilegi. Tiberio, per quanto la storiografia senatoria non manchi di denigrarlo, sembra essere stato un buon amministratore, anche per quanto riguarda il mantenimento dei confini dell'impero, consolidati senza coltivare mire espansionistiche. Un evento oscuro della sua permanenza al potere è l'allontanamento volontario dalla vita pubblica, avvenuto nel 27: ritiratosi a Capri, Tiberio lascia il potere nelle mani di Seiano, detentore della carica di prefetto del pretorio, capo supremo della guardia armata personale dell'imperatore a Roma. A Seiano si devono comportamenti che gli storici definiscono persecutori nei confronti del senato e di qualsiasi forma di dissidenza (anche culturale), ma Tiberio non recede mai dalla sua decisione e muore nell'isolamento prescelto dopo aver designato eredi i nipoti Gaio Cesare e Tiberio Gemello. 15' fino qui
CALIGOLA
Figlio di Germanico, comandante dell'esercito e beniamino di Roma (morto piuttosto misteriosamente nel 19 d. C. dopo aver vinto sia in Germania sia contro i Parti, contribuendo così al consolidamento dei confini imperiali), è Gaio Cesare a assumere il potere a Roma, grazie all'appoggio dell'esercito, al fatto di avere dieci anni di più di Tiberio Gemello (diciottenne) e a una diceria su quest'ultimo secondo cui sarebbe stato figlio dell'odiato (dal senato) Seiano. Il senato dunque provvede a considerare nullo il testamento di Tiberio quanto alla persona di Tiberio Gemello (giustificando la decisione con la scusa che non fosse più in sé nel momento della redazione), e a procedere alla nomina di Gaio Cesare, noto come Caligola per via dei calzari militari (caligae) indossati preferenzialmente fin da bambino. L'anno seguente Tiberio Gemello viene eliminato da Caligola (gli ordina di suicidarsi o lo fa uccidere per sospetta partecipazione a una congiura contro di lui). Due gli aspetti della gestione del potere di Caligola su cui concentrare l'attenzione: l'autocratismo e il populismo. Col primo termine si intende l'accentramento di potere, condotto apertamente e attraverso richieste esplicite, inerenti soprattutto al culto della personalità. Caligola impone il culto della propria persona, arrivando a voler collocare una propria statua nel tempio di Gerusalemme, offendendo così la comunità ebraica, ma soprattutto venendo meno a una delle condizioni del patto di reciproca tolleranza fra imperatore e senato, mantenuto sia pure con delle diversità comportamentali da Ottaviano come da Tiberio. Quanto al populismo, esso consiste nel suo caso in un'operazione di conquista del favore popolare, della plebe romana soprattutto, attraverso spettacoli e elargizioni generose. Ovviamente Caligola pensa in tal modo di controbilanciare la crescente ostilità da parte della componente aristocratica e senatoria. La dominazione di Caligola è di breve durata: a minarla anche un insuccesso militare, col quale analogamente cerca di controbilanciare i malumori nei suoi confronti, ma soprattutto una congiura di pretoriani, cavalieri e senatori, che lo elimina, portando al potere l'ultimo discendente di Germanico, il fratello minore di costui, Claudio, che risulta quindi essere il primo di una lunga serie (nei secoli successivi) di imperatori scelti dall'esercito. 30'
Quanto valore ha davvero l'appoggio dell'esercito nella nomina di Caligola rispetto a quello del senato?
RISPOSTA In effetti l'esercito sta diventando sempre più importante, ma è evidente che questo nasce da lontano, come dimostra l'apprezzamento nei riguardi di un discendente di Germanico, il futuro imperatore Claudio.
L'a. di Caligola rappresenta la scomparsa del modello di A. o una sua evoluzione.
Il p. di C. è una strategia politica o solo una mossa per mantenere consenso?
Possiamo considerare questa congiura interna nei confronti di C. come il momento in cui l'esercito capisce di poter creare o distruggere gli imperatori a proprio piacimento?
CLAUDIO (41-54 d. C.)
Sulla figura di Claudio, abile a capace amministratore, avveduto sia in politica interna sia in politica estera, pesa la negativa testimonianza degli storici antichi (che lo raffigurano come un debole, manovrato da donne che diventano sue mogli, Messalina e Agrippina, la madre del futuro imperatore Nerone) e soprattutto una feroce satira scritta da un filosofo stoico e drammaturgo eccezionale, Seneca (4 a.C. - 65 d. C.) che scrive un'operetta satirica subito dopo la sua morte, avvenuta, forse, per cause naturali, intitolandola (con scoperto doppio senso relativo alla stupidità presunta del soggetto) Apokolokyntosis Divi Claudii traducibile come Zucchificazione del Divo Claudio. In particolare, quest'ombra infamante si staglia su alcune iniziative a lui riconducibili che sono senz'altro encomiabili: Claudio favorisce la romanizzazione della Gallia, facendo in modo che le classi dirigenti della provincia (lui medesimo era nato a Lione) entrassero in senato, procede alla conquista della Britannia centro-meridionale, porta a compimento opere pubbliche (il porto di Ostia, acquedotti) e favorisce la nascita di un apparato burocratico necessario per un impero ormai così vasto (oltre ai cavalieri, vi immette anche i liberti).
Quanto incide la propaganda in questo caso nella costruzione dell'immagine dell'i.?
NERONE E LA FINE DELLA DINASTIA GIULIO CLAUDIA (54-68)
Nerone viene proclamato imperatore in senato a soli 17 anni: la reggenza viene affidata quindi al filosofo Seneca (che la madre di Nerone, Agrippina, aveva fatto ritornare a Roma da un esilio cui l'aveva condannato Claudio, per affidargli il compito di precettore di Nerone), al prefetto del pretorio Afranio Burro e alla medesima Agrippina. Non si tratta di un incarico ufficiale, ma di un dato di fatto, documentato dalle cronache. Per cinque anni sembra realizzarsi il sogno platonico (ovvero risalente al filosofo greco Platone, vissuto a cavallo fra V e IV secolo a. C.) di un principato felice ossia di un potere esercitato con la saggezza. Trascorsi questi cinque anni, Nerone, raggiunta ormai la maggiore età, si libera via via delle influenze dei suoi tutori e inaugura una gestione autocratica e autoritaria del potere in totale contrasto con gli insegnamenti ricevuti da Seneca. Il filosofo scrive, nel periodo della reggenza, un'opera filosofica intitolata De clementia, Sulla clemenza, che avrebbe dovuto orientare l'operato del suo pupillo nella direzione di un governo dello stato improntato a autorevolezza e non ad autoritarismo. Pur considerando che l'ordinamento politico sia ormai indubitabilmente una monarchia, in cui il potere è nelle mani di uno solo, Seneca ritiene che possa essere esercitato in modo ragionevole, moderato, in particolare ricorrendo alla virtù alla quale il trattato sopra citato è intitolato, la clemenza. Nerone, però, si sottrae a questa influenza, virando in direzione del populismo (già sperimentato da Caligola) e assumendo comportamenti sempre più ostili e offensivi nei riguardi del senato. Fioriscono così le congiure, si verifica anche l'oscuro episodio dell'incendio di Roma (64 d. C.), forse appiccato per ordine del medesimo imperatore, ma di cui viene accusata la piccola comunità dei cristiani di Roma, mentre le casse dello stato, anche per via delle enormi spese connesse con la necessità della ricostruzione della città, arrivano allo stremo. Migliore la situazione militare, dato che Nerone può contare su un generale destinato a diventare un futuro imperatore e iniziatore di una nuova dinastia, Vespasiano, il quale seda una violenta insurrezione in Giudea nel 66. A segnare la fine del principato neroniano, mentre si moltiplicano le congiure (la più celebre, quella dei Pisoni, viene sventata, e le fa seguito una serie di ordini di suicidio da parte dell'imperatore, che raggiungono anche l'antico precettore Seneca), è il suicidio di lui nel 68, mentre avvengono rivolte militari in varie parti dell'impero. Il 68/69 è un periodo confuso, per cui si utilizza persino il termine di anarchia militare o anche lo si definisce anno dei quattro imperatori. In effetti sono le legioni a eleggere per acclamazione l'imperatore: in Spagna Galba, poi Otone, in Germania Vitellio, ma alla fine su tutti si impone Vespasiano, le cui legioni controllano la zona fra il Danubio e la Macedonia. Finisce pertanto la dinastia giulio-claudia e con lui s'inaugura quella flavia.
Ragionamento sulla filosofia al potere
Ragionamento su autorità e autorevolezza
I limiti del potere assoluto
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