PIANO DELLE INTERROGAZIONI DI ITALIANO E PROGRAMMA
MARTEDI' 2 DICEMBRE ALESSIA BAKER JACOPO ALESSANDRO RICCARDO M. RICCARDO S. SEBASTIAN
MERCOLEDI' 10 DICEMBRE SARA SOFIA ASIA CLARA HABIBA DIEGO FILIPPO RICCARDO M. Jacopo Passati giovedì 11
MARTEDI' 16 DICEMBRE Habiba Diego (ass. il 10 e il 16)DENIS AYOUB AMEDEO CHRISTIAN DAVID GIACOMO
AYOUB, HABIBA GIACOMO PASSANO MERCOLEDI' 17 DICEMBRE
Ogni studente, all'inizio del colloquio, riceverà due domande scritte e avrà un paio di minuti per ordinare le idee e iniziare a esporre (durata prevista per ognuno una decina di minuti, valutazione compresa). La prima domanda riguarderà Virgilio e l'Eneide, la seconda i Promessi sposi. Dei Promessi sposi riporterò sempre una citazione dal testo, che dovrete riconoscere e commentare; le domande inerenti a Virgilio non partiranno invece sempre dal testo, ma qualche volta sì.
PROGRAMMA DETTAGLIATO (se in settimana procedo con una nuova spiegazione, questa si aggiunge al programma per la settimana successiva: dato che le interrogazioni iniziano dal 2 dicembre, aggiornerò il post)
Oltre agli appunti personali, utilizzerete i post che riporto di seguito, come pure i rimandi ai testi in uso.
POST INERENTI A VIRGILIO E ENEIDE
Da Omero a Virgilio è un volo di secoli. Lasciamo da parte le discussioni relative a chi abbia concepito e scritto Iliade e Odissea, se siano espressione di un'unica voce poetica o di una collettività che tramandava attraverso aedi le sue immaginazioni condite di memorie storiche, e limitiamoci a quanto approssimativamente si può sostenere: i due monumentali poemi, coscienziosamente conservati e trascritti nella versione ritenuta più attendibile dai dotti della biblioteca di Alessandria in età ellenistica (III secolo a.C.), risalgono alla fine di quel periodo di transizione chiamato medioevo ellenico, all'inizio dell'VIII secolo a.C. Una lingua greca che, stando alle nostre fonti più attendibili, nel periodo di transizione si stava solo formando, trova il modo di esprimersi in una forma più che compiuta nelle due opere omeriche. Si può certo sostenere, non solo suggestivamente ma con prove precise, che in esse siano racchiusi la maggior parte dei semi destinati a germogliare nel corso del tempo sotto forma di generi letterari, di stili compositivi, di artifici retorici oggetto di precisa sistemazione. Più di settecento anni dopo, in altra area geografica, un impero romano appena fondato come tale da Ottaviano Augusto vede concepire da uno dei suoi illustri cittadini e già riconosciuti poeti, Publio Virgilio Marone, una sorta di continuazione dei due precedenti, che s'intitola Eneide. Il ricorso al termine continuazione è motivato per cominciare dal fatto che il poema prende il nome dal suo protagonista, Enea, il quale era un principe troiano figlio di Anchise, cugino di Priamo, e di Venere/Afrodite: compare quindi, come personaggio minore, nell'Iliade, mentre non viene mai citato nell'Odissea. Possiamo quindi sostenere che la prima continuità che si istituisce fra i poemi omerici e quello virgiliano, risale alla decisione del poeta latino di porre al centro della sua narrazione un soggetto (inteso come eroe) che il suo antico predecessore non aveva approfondito, riservando la sua attenzione alla progenie di Priamo, particolarmente a Ettore, all'eroe greco Achille suo antagonista e, nel secondo poema, al futuro re di Itaca Ulisse, figlio di Laerte, partito insieme ad altri per sostenere gli Achei nella Grande Guerra del mondo antico. Il mito di Enea, destinato a portare i sopravvissuti dall'incendio di Troia nella terra denominata Lazio e destinata poi a ospitare la nascita di Roma, viene quindi sostanzialmente elaborato, per via di progressive invenzioni narrative, da Virgilio, che tuttavia non ha del tutto inventato il personaggio, ma ne ha elaborato le vicende come nessuno prima di lui aveva fatto.
Con queste considerazioni basilari ci siamo avvicinati per qualche momento al cuore dei meccanismi della composizione letteraria: anche in questo settore, come in natura, nulla nasce dal nulla ma tutto si trasforma. A distanza di secoli, il seme rappresentato dal personaggio minore di Enea diventa la pianta che sorregge l'intero poema che Virgilio intitola Eneide.
Qualche accenno al tempo della composizione, che vi propongo già in funzione del tipo di lettura che noi faremo del poema virgiliano. Virgilio nasce nel 70 a. C. ad Andes, nelle terre del mantovano, zona originariamente celtica, da tempo romanizzata. Dal punto di vista politico è un momento complicato e turbolento: ce ne occuperemo più analiticamente in storia tra poco, ma posso accennare al fatto che l'istituzione res publica, repubblica, nata a seguito della cacciata da Roma dei dominatori etruschi e dell'abbattimento di un regime monarchico che la tradizione indica concluso nel 509 a. C., è in grave crisi. Si succedono, nel I secolo, momenti in cui cariche a termine come la dittatura (magistratura eccezionale) vengono assunte da un uomo solo per anni (è il caso di Silla), a tentativi di sovvertimento istituzionale (la congiura di Catilina), a costituzioni di patti tra privati cittadini che si spartiscono terre e incarichi (i due triumvirati), eludendo così le regole dell'istituto repubblicano. Dopo la morte violenta di Cesare, intenzionato a assumere la dittatura dello Stato, in relativamente pochi passaggi (estremamente sanguinosi) la scena politica è dominata da Ottaviano Augusto, che avvia un processo di trasformazione dello stato da repubblicano a monarchico: l'impero romano, esteso da occidente a oriente e comprendente tutte le conquiste compiute già in epoca repubblicana principalmente a danno delle terre che rientravano nel riordino di epoca ellenistica.
In questo periodo turbolento Virgilio è un osservatore parzialmente coinvolto: a un certo punto è sfiorato da un evento personalmente rovinoso, la perdita delle terre di famiglia che venivano espropriate per essere donate ai veterani dai generali vincitori in battaglie, non di rado, condotte per motivi personali. Procedendo solo per sommi capi, in seguito Virgilio viene riconosciuto come uno dei grandi poeti del momento: Ottaviano si rende promotore della nascita di un circolo culturale, affidato a un suo collaboratore, il ricco cavaliere Mecenate, all'interno del quale poeti del tempo sono anche incaricati di sostenere le sue direttive politiche, attraverso le quali guida Roma in direzione della citata trasformazione da repubblica a impero. Virgilio è appunto uno dei poeti del circolo di Mecenate, e riceve direttamente da quest'ultimo l'incarico (trasmessogli per volontà di Ottaviano Augusto) di scrivere un poema che rappresenti per la romanità ciò che Iliade e Odissea sono stati per il mondo greco. Quando inizia a scrivere il poema intitolato Eneide Virgilio ha già alle spalle una produzione molto apprezzata: Bucoliche e Georgiche, una raccolta di canti pastorali le prime, un poema didascalico in quattro libri, dedicato ai lavori agricoli le seconde. Sono opere di varia ispirazione, elegiaca, didascalica, epica, che hanno sempre una componente d'ispirazione collegata con la contemporaneità del poeta e una componente universale. Quest'ultima è quella che garantisce la durata nel tempo, la risonanza con la nostra sensibilità, la possibilità di rispecchiamento.
Leggeremo l'Eneide cercando di rintracciare al suo interno in particolare queste due componenti, riconoscendo come si alimentino reciprocamente e come entrambe siano riconducibili alla peculiare sensibilità di un essere umano, il poeta Virgilio, che ci è dato conoscere a distanza di duemila anni attraverso la poesia in cui si è rispecchiato. A proposito di questa permanenza attraverso i millenni, concludo questa prima lezione con una informazione non certa ma tramandata come probabile già da fonti antiche. Virgilio, sul letto di morte, avrebbe chiesto ai suoi più cari amici che l'Eneide venisse data alle fiamme. La richiesta era motivata dal suo perfezionismo: non gli pareva che l'opera fosse ancora completa. Il rogo di quest'opera, nel caso in cui i suoi amici avessero dato corso alla sua volontà, possiamo dire che avrebbe comportato un danno immenso per la letteratura posteriore, dal momento che da questi versi, come spesso accade nella storia della letteratura, ne sono nati altri, a cominciare da molti della Divina commedia di Dante. A opporsi al rogo sarebbe stato, si tramanda, lo stesso Augusto, che aveva già letto parti cospicue del poema e ne era pienamente soddisfatto. Probabilmente, la migliore delle azioni da lui compiute nella sua esistenza di uomo politico e condottiero.
Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet/nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces.
Ora, dopo questa introduzione soprattutto suggestiva, passo in rassegna l'opera di Virgilio, per prepararvi a contenuti dell'Eneide che conosceremo attraverso la lettura.
L' Eneide si compone di 12 libri, di cui 6 seguono il modello dell'Odissea, raccontando i viaggi per mare dei Troiani guidati da Enea, e 6 seguono il modello dell'Iliade, evocando le guerre combattute nel Lazio da Enea, che si allea con i Latini contro alcuni popoli confinanti. Proprio al centro del poema, in corrispondenza del VI libro, figura la catabasi, la discesa nel mondo degli inferi, l'Averno, e poi il passaggio dai campi elisi. In corrispondenza della catabasi si realizza la presa di coscienza definitiva da parte di Enea della sua missione fondatrice: l'eroe deve convincersi del fatto che senza di lui gli eroi romani non esisterebbero, un'intera civiltà non vedrebbe la luce e i troiani sarebbero quindi davvero scomparsi per sempre. Solo così, aggiungiamo noi, il sacrificio dei profughi riceve una sorta di definitiva giustificazione. Cosa alla quale forse, in cuor suo, nemmeno Virgilio credeva.
L'eroe che dà il titolo all'epopea, alla vicenda mitica, è Enea, figlio di Venere e di Anchise, imparentato con Priamo. Nelle vene di Enea scorre il sangue dei Troiani (i vinti per eccellenza della storia antica) e quello della divina Afrodite, la dea più bella di tutte, il cui dono a Paride (la donna più bella di tutte, Elena) causò la guerra di Troia. Enea, poi, padre di Ascanio (avuto dalla prima moglie, Creusa) è considerato capostipite dei Romani, in quanto fondatore della città di Alba Longa, dove sarebbe nata Rea Silvia, la vestale che, rimasta incinta di Marte, avrebbe dato alla luce i due gemelli, Romolo e Remo. La catena di miti, qui sommariamente evocati (la fonte è sempre il già noto storico del I secolo a. C. Livio), collega quindi una volta di più Venere e Marte, divinità rispettivamente connesse con l'amore e la guerra, che, sempre nei miti, si narra fossero innamorati e amanti, a dispetto del fatto che lei fosse sposata con il dio Vulcano.
Concentriamoci adesso sul congegno narrativo. I primi sei libri sono quindi una storia di viaggio. I profughi troiani devono scappare dalla loro terra in fiamme, situata nella Troade, poco prima dello stretto dei Dardanelli, in Asia Minore. A guidarne la fuga una vaga indicazione: da loro nascerà una stirpe nuova, destinata a conseguire potere e ricchezza, a patto che raggiungano la saturnia tellus, la terra di Saturno, un'antica divinità spodestata da Zeus e esiliata sulla Terra, dove avrebbe creato una sorta di eden (con ripresa del mito dell'età dell'oro) in quello che poi sarebbe diventato il Lazio. Nei primi versi dell'Eneide noi leggiamo che i Troiani guidati da Enea stanno vagabondando per il mare già da sette anni, perseguitati da Giunone che non ha dimenticato l'onta inflittale da Paride (che le ha preferito Venere). Giunone continua a perseguitare i Troiani benché ormai sconfitti dai suoi protetti (gli Achei), perché conosce i decreti del fato in merito alla loro discendenza romana: Giunone sa che i romani diventeranno i nuovi dominatori, offrendo così ai troiani la possibilità di rivivere in loro. La dea s'ingegna in tutti i modi per rendere il viaggio terribile: chiede aiuto al re dei venti Eolo, affinché scateni i suoi dipendenti contro i profughi (p. 280, vv. 81-173). L'effetto della tempesta è quello di allontanare le navi di Enea dalla loro meta (si saprà poi che erano arrivati molto vicini alle coste dell'Italia) e farle naufragare, malconce, sulle coste della Libia, in Africa settentrionale. A rendere possibile questo esito non del tutto funesto della tempesta è una richiesta di intercessione da parte di Venere presso il padre Giove. Come madre di Enea, ma anche eterna rivale di Giunone, Venere non sopporta di vedere così bistrattato dal malvolere di Giunone suo figlio, e chiede per lui una tregua. La permanenza di Enea in Africa, con tutto quello che ne consegue, si può quindi considerare anche come una conquista dell'amore materno ottenuta da Venere presso il padre degli dei, al fine di portare a compimento i disegni del destino. Prima di procedere con il racconto, Virgilio indugia sulla presentazione della regina Didone, signora della terra di Libia in cui Enea è sbarcato, nonché protagonista insieme a lui di una storia d'amore profondo, intrecciata tragicamente con il destino dell'eroe. La storia di Didone viene raccontata da Venere medesima a Enea nel corso di un incontro con lui sulle rive dell'Africa cui è giunto. Venere non si palesa come sua madre, ma come una vergine del luogo, e Enea la riconosce solo alla fine, quando ormai ella s'allontana, per via del profumo d'ambrosia che spira alle sue spalle. La dea fa in modo che Enea e i suoi compagni possano raggiungere il palazzo reale di Didone avvolti in una nebbia, per poi palesarsi solo all'ultimo e essere accolti con benevolenza. Tutto avviene come previsto: Didone manifesta immediata comprensione nei loro confronti, non solo perché ispirata in tal senso dagli dei (Venere e Giove sono dalla parte dei Troiani) ma anche perché si sente affine ai Troiani perseguitati dalla sventura, in quanto anche lei ha subito un grave torto da parte di suo fratello Pigmalione, che ne avrebbe ucciso il marito Sicheo e le avrebbe sottratto il regno che le spettava di diritto. Didone poi sarebbe riuscita a sfuggire al fratello, che la voleva analogamente morta, e a fondare la città di Cartagine, in cui a questo punto dell'Eneide incontra Enea. Venere non manca di intervenire con i potenti mezzi a sua disposizione per promuovere la nascita di un sentimento amoroso fra Enea e Didone. Quest'ultima infatti organizza un magnifico banchetto, durante il quale Venere fa in modo che il piccolo Ascanio sia sostituito da suo figlio Amore: la regina, a un certo punto, lo tiene in braccio e, approfittando della situazione, il potentissimo dio scocca una delle sue frecce dell'innamoramento. Alla fine del libro, la regina chiede a Enea di raccontare tutto quello che è accaduto a lui e ai suoi compagni dal momento in cui sono partiti da Troia a quello in cui sono naufragati sulle coste della sua terra.
Dal libro di testo
Proemio, p. 277
La tempesta, pp. 280-283
Versi dettati: Dal libro II, in cui ha inizio il racconto di Enea alla corte riunita di Didone, prendiamo in esame tre episodi (pp. 287-302, passim): la prodigiosa apparizione di serpenti marini (vv. 199 e sgg. dettati) che soffocano nelle loro spire il sacerdote Laocoonte e i suoi figli, lo svelamento dell'inganno del cavallo con conseguente incendio di Troia (vv. 360 e sgg. dettati), la fuga di Enea con Ascanio, Anchise e, fino a un certo punto, Creusa, attraverso la città in fiamme (vv. 707 e sgg. dettati).
A. Manzoni, Promessi sposi, capitoli commentati dal I al VIII completo (non dimenticare l'Introduzione)
Dal blog
Introduzione
Vi decidereste a leggere i Promessi sposi se non fossero parte integrante, per consolidata tradizione, del programma (che non esiste, esistono solo le "indicazioni ministeriali") del II anno di scuola superiore italiana? Domanda che non può ottenere una risposta collettiva, ma che se anche fosse proposta ai singoli otterrebbe risposte incerte (come posso rispondere, se non so nemmeno di cosa si sta parlando) e comunque estremamente variabili in base persino all'umore del momento. Se chi sente la domanda pensa che si tratti di una domanda retorica, senz'altro avrà in mente che no, certamente non li leggerebbe; a meno che sia una di quelle persone che, avendo già idea di quali possono essere i luoghi comuni diffusi in tema di Promessi sposi e Manzoni, decide di essere controcorrente, rispondendo quindi sì, certo, li leggerei, e avrebbe una convincente motivazione a supporto, tratta dalla sua autobiografia: me ne ha parlato mio nonno, che era un insegnante di liceo, e mi ha fatto incuriosire molto.
Bene. Il punto per me adesso è proprio portare a incuriosirvi, per cominciare. Così inizio da un dettaglio e non mi preoccupo minimamente dell'esigenza (che altre volte ho sentito e seguito) di dare prima un quadro d'insieme, fornire informazioni di contesto, storiche, biografiche. Niente di tutto ciò, ma un dettaglio che riguarda la storia, anzi, che riguarda il titolo. I promessi sposi. Non è il titolo originale, perché all'inizio Manzoni, che ha passato più della metà della sua vita a riscrivere questo unico romanzo, lo voleva intitolare Fermo e Lucia, dal nome dei due protagonisti, il primo dei quali è poi stato cambiato in Renzo. Ma dal primo titolo è passato a un secondo, Gli sposi promessi, per poi approdare al definitivo, che è quello a noi noto. Giriamocelo un po' nella testa, questo titolo definitivo e proviamo a usare ragione e sentimento nella sua esatta percezione. Sorge timidamente un primo perché: perché Manzoni ha invertito la posizione dei termini dal secondo a terzo e ultimo titolo? Suonava meno bene, dirà l'esteta. Gliel'avrà imposto l'editore, suggerisce quello che sa come va il mondo. Voleva dire qualcosa di più sui protagonisti, azzarda un timido che non sa bene come andare avanti ma ha avuto un'intuizione. I promessi sposi dicono qualcosa di differente dagli sposi promessi, almeno a chi usa la lingua con attenzione e intenzioni effettivamente comunicative. I promessi sposi mette al centro dell'attenzione, per via della posizione, questa promessa che rappresenta la chiave di volta dell'intero romanzo. Una promessa che doveva essere subito mantenuta e che invece impiega quasi tutti i 38 capitoli del romanzo a essere coronata. Gli sposi restano promessi per buona parte del tempo, subendo ogni sorta di angherie e persecuzioni, praticamente fino al termine della storia e persino quando sembra che tutto sia risolto. Le promesse andrebbero sempre mantenute, ma se così fosse stato fin dall'inizio la storia raccontata da Manzoni non esisterebbe. Ma soprattutto non sarebbe stata realistica, cosa alla quale l'autore teneva moltissimo. Realismo vuole che nella vita prevalgano le promesse non mantenute: tanto quelle dichiarate quanto quelle sottintese, come si inizia di solito a capire abbastanza precocemente, all'interno di svariati tipi di relazione. La variabile che introduce Manzoni nel suo romanzo, per tenere in piedi l'edificio degli sposi che restano promessi quasi fino alla fine, è quella di una società violenta e ingiusta. Una società in cui il diritto appartiene ai più forti, ossia ai più ricchi, che sono anche quelli che hanno più potere. Questo dominio della forza, che si ammanta di giustizia e si allea con la politica, costituisce la trappola (quasi) mortale in cui i promessi si ritrovano senza sapere cosa fare e senza avere nessuna carta a propria disposizione. I promessi sono dei poveretti. Da soli sono destinati a essere sopraffatti. Ma, altra variabile del romanzo, non sono soli. Intanto lassù lassù c'è Dio, o meglio, la provvidenza. Che fa cose strane, a volte bizzarre, e soprattutto piuttosto imperscrutabili. Però mentre le fa (ed è meglio non chiederle troppo perché) rende alcuni (non tutti) pieni di speranza. Così ad esempio accade che uno (una) dei due promessi anche nei momenti più terribili, in cui si sente chiusa nella trappola della violenza e dell'ingiustizia, trovi il conforto della fede incrollabile nella provvidenza. Poi ci sono altre interessanti variabili. Ad esempio la variabile essere umano potente che si sottrae alla regola del "siccome sono potente e ricco posso fare agli altri tutto quello che voglio". Ci sono potenti che si dispongono ad aiutare gli altri, alcuni in modo particolare i poveretti. Così, descritto molto sommariamente, Manzoni fa andare avanti una storia semplice semplice per tutti quei capitoli, realizzando quadri storici accurati (gli interessava scrivere un romanzo storico), analisi psicologiche, sociologiche, economiche, spandendo comicità e drammaticità per connotare personaggi. La storia resta, come ho appena detto, semplice semplice. Ci sono due giovani innamorati che vorrebbero sposarsi, ma un signore potente, danaroso e malvagio decide di ostacolare il matrimonio per portare nel suo palazzo la ragazza e abusare di lei; non ci riesce e dopo varie vicissitudini di tutti (i tempi sono duri per chiunque, fra guerre e pestilenze) lui muore e loro possono sposarsi finalmente.
I CAPITOLO
- Dopo l'introduzione, con la quale Manzoni propone l'espediente del manoscritto ritrovato, fingendo di trascrivere un racconto attribuito a un Anonimo del Seicento e contemporaneamente compiendo un esercizio di imitazione dello stile barocco, ha inizio la narrazione vera e propria. Nell'introduzione ha inizio la critica del Seicento, ovvero dell'epoca in cui è ambientato il romanzo.
- Il I capitolo si apre con una dettagliata descrizione paesaggistica: il narratore onnisciente evoca il paesaggio destinato ad accogliere la prima parte delle vicende, ovvero la sponda del lago di Como dalla quale è possibile vedere il monte Resegone, visibile anche dalla città di Milano. Il centro principale è Lecco, un altro paese dei dintorni che verrà citato in seguito è Pescarenico, sede del convento dove opera un personaggio importante della storia, ma in questa prima parte non compaiono tanti altri nomi precisi, a parte quello del fiume Adda. Si viene però a sapere che nel territorio in questione viene esercitata spesso e volentieri la violenza: Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. I dominatori del periodo, quindi, gli spagnoli, sono presenti sul territorio in veste di oppressori dei contadini di queste zone.
- Dopo la prima parte descrittiva, l'Autore inserisce il primo personaggio della storia, specificando anche la data precisa in cui viene colto nell'atto di compiere, come suo solito, una sorta di passeggiata meditativa (tiene in mano il breviario): è il 7 novembre 1628 e don Abbondio, curato di una delle terre sopra delineate, è ancora ignaro di una tempesta che sta per abbattersi sulla sua tranquilla esistenza. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi.
- Il passo, costruito in modo da seguire in soggettiva, ovvero attraverso lo sguardo di don Abbondio, l'apparizione, spaventosa per lui, dei bravi, prelude all'inserzione di una breve digressione storica, attraverso la quale, servendosi di citazioni dirette da documenti dell'epoca, Manzoni inizia a delineare il quadro di un'epoca in cui le leggi che dovrebbero tutelare da soprusi esistono, ma sono costantemente eluse. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. I bandi, le gride, si moltiplicano nel tempo, tuonano in modo veemente contro la braveria ma, come si legge al termine della digressione, all'epoca dei fatti c’era de’ bravi tuttavia.
- Quando riprende la narrazione, don Abbondio è ormai prossimo a un faccia a faccia (che avrebbe volentieri evitato) con i bravi: il narratore non manca di annotare i suoi goffi tentativi di trovare scampo cambiando strada, per poi rassegnarsi alla sorte. Il dialogo che segue è serrato e, per così dire, fatale: da qui avranno origine tutte le vicende che, fin quasi all'ultimo capitolo, tengono i sospeso i protagonisti, eterni promessi e non sposi come desideravano. “Signor curato,” disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia.
“Cosa comanda?” rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo.
“Lei ha intenzione,” proseguì l’altro, con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia, “lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!” La storia è impostata: tutto si riassume in quella constatazione intimidatoria, per il tono con cui è pronunciata, di uno dei due bravi. Un vero e proprio capolavoro è, a seguire, la risposta di don Abbondio: “Cioè....” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi.... e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi.... noi siamo i servitori del comune.” Palesato così il tratto distintivo del suo carattere (non era un cuor di leone, soggiungerà tra poco il narratore) don Abbondio si predispone a svolgere una funzione fondamentale per lo sviluppo della trama: obbedire al comando di non procedere allo sposalizio programmato fra Renzo e Lucia. “Or bene,” gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, “questo matrimonio non s’ha da fare, nè domani, nè mai.” Il tocco definitivo al dialogo è dato dallo svelamento del nome fatale di don Rodrigo, a udire il quale don Abbondio non può che pronunciare questa significativa frase: “... Disposto... disposto sempre all’ubbidienza.”
- I bravi si allontanano e don Abbondio resta solo e terrorizzato. Il narratore inaugura allora un'articolata descrizione del suo carattere, che gli consente di fornire nuovi elementi utili a comprendere lo spirito dell'epoca in cui si ambienta la vicenda. Di per sé predisposto alla pavidità, alla mancanza di coraggio, don Abbondio si trova come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, in una società in cui la violenza prospera a dispetto della legge (come già visto nel caso delle gride sui bravi), così come prosperano leghe e consorterie all'interno delle quali soltanto è possibile trovare in qualche modo protezione da soprusi, non senza a propria volta rendersi complici di altro genere di sopraffazioni. L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere. Si capisce che in una società con queste caratteristiche occorre una grande forza d'animo, un grande coraggio per non farsi travolgere dall'esigenza di proteggere per prima cosa se stessi (o la propria famiglia, per rendere un po' più nobile la motivazione) anche a danno di altri.
- Quanto a don Abbondio, non è differente da quelli che cercano in tutti i modi di proteggersi dal male, anche se questo comporta il danneggiamento di altri, benché la veste prescelta, quella di curato, gli imponesse al contrario di preoccuparsi prima di tutto del ben essere di quelli che erano affidati alla sua cura di sacerdote. Più il narratore indaga nelle motivazioni che guidano i comportamenti di don Abbondio, più ci persuadiamo del fatto che non sia quella che definiremmo una bella persona, una di quelle alle quali affideremmo volentieri il compito di proteggerci o di rappresentarci in circostanze come quelle raccontate dal romanzo. Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche. Per rendere ancora più vivido il ritratto, a un certo punto il narratore ci conduce proprio all'interno della coscienza del curato, dove conosciamo i dettagli di una specie di morale antievangelica, a ben vedere, tutta intinta nella sua peculiare vigliaccheria. Il battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro. Sopra tutto poi, declamava contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch’era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri. [...] Il colmo dell'abiezione, dal quale tuttavia Manzoni lo fa ritrarre, giunge nel momento in cui inizia a speculare sempre fra sé e sé su quanto appena accaduto: Ragazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de’ travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e prenderla con me! Che c’entro io? Son io che voglio maritarmi? Perché non son andati piuttosto a parlare... Oh vedete un poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l’occasione. Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro imbasciata... — Ma, a questo punto, s’accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore dell’iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de’ suoi pensieri contro quell’altro che veniva così a togliergli la sua pace.
- Nel tempo in cui questi pensieri si dipanano nella sua mente, giunge casa, al fondo del paese, dove ad attenderlo è Perpetua, personaggio di contorno ma importante della storia, destinato persino per antonomasia a diventare il nome comune con cui si indica un soggetto sociale che oggi non esiste più, ovvero la domestica di un sacerdote di campagna. Fedele e pettegola, due caratteristiche i rilievo per lo sviluppo degli eventi, Perpetua riesce a estorcere a don Abbondio il nome fatale di colui che l'ha così spaventato e anche tutti i dettagli della minaccia. Sovrabbondano le esclamazioni di don Abbondio (Volete tacere, ripetuto più volte) ma soprattutto una teatrale uscita di scena: “Mandi almen giù quest’altro gocciolo,” disse Perpetua, mescendo. “Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco.”
“Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro.”
Così dicendo prese il lume, e, brontolando sempre: “una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com’andrà?” e altre simili lamentazioni, s’avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: “per amor del cielo!” e disparve.
Il capitolo si apre con una comica comparazione fra un famoso sovrano borbone, protagonista di una battaglia che segnò, nel primo Seicento, il crollo del mito d'invincibilità dell'esercito spagnolo, e quel pover'uomo di don Abbondio: se il primo riuscì a dormire profondamente alla vigilia di una pericolosa battaglia perché aveva già pianificato tutto, non così il nostro curato nella notte successiva al fatale incontro con i bravi. Nel suo caso una gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose. Non far caso dell’intimazione ribalda, nè delle minacce, e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in deliberazione. Confidare a Renzo l’occorrente, e cercar con lui qualche mezzo.... Dio liberi! “Non si lasci scappar parola.... altrimenti.... ehm!” aveva detto un di que’ bravi; e, al sentirsi rimbombar quell’ehm! nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell’aver ciarlato con Perpetua. Fuggire? Dove? E poi! Quant’impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il pover’uomo si rivoltava nel letto. Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Il massimo dell'ingegnosità di don Abbondio consiste nel decidere di temporeggiare accampando scuse con Renzo (che definisce quel ragazzone) per non procedere allo sposalizio, finché non avesse inizio il tempo proibito per le nozze, ovvero il periodo dell'Avvento, precedente il Natale. Solo a quel punto, fermato così un poco l’animo a una deliberazione, potè finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate.
La mattina successiva arriva Renzo, di cui Manzoni fornisce un primo ritratto. Precisiamo subito che Renzo è un personaggio che, nel corso della narrazione, cambia molto: è un personaggio dinamico, che l'autore pone al centro di una storia di formazione. Questo lo differenzia da Lucia, che è invece, vedremo, un personaggio tendenzialmente più statico, le cui caratteristiche di fondo (morali e psicologiche) non mutano, a dispetto delle vicende tumultuose in cui è coinvolta. Di Renzo apprendiamo che era orfano dall'adolescenza, e filatore di seta per tradizione familiare. Manzoni accenna al fatto che la professione non fosse più lucrosa come un tempo, ma che comunque consentiva di vivere decorosamente. In aggiunta alla professione, Renzo era anche proprietario di un piccolo campo che lavorava di persona nei periodi di sospensione del lavoro nella filanda, affidandolo ad altri nelle riprese. Poteva insomma permettersi di sposarsi. La sua apparizione in casa del curato lo vede in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglienza di don Abbondio gli dà subito da pensare: finge di non sapere perché lui sia venuto, tergiversa, risponde evasivamente. In poche battute Renzo diventa impaziente e anche un po' aggressivo."Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c’è."
"Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola?"
"Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa," disse Renzo, cominciando ad alterarsi, "poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?"
"Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora... basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l’ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovane; e i superiori.... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo.” Il culmine dell'esasperazione è generato da un patetico tentativo di don Abbondio di far apparire la faccenda degli impedimenti particolarmente complessa: inizia a elencare in latino e suscita in Renzo una reazione risentita.“Si piglia gioco di me?” interruppe il giovine. “Che vuol ch'io faccia del suo latinorum? “Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.”“Orsù!....” “Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare.... tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!.... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di maritarvi....”“Che discorsi son questi, signor mio?” proruppe Renzo, con un volto tra l’attonito e l’adirato. Lo scambio di battute procede, finché don Abbondio non riesce a ottenere quello che vuole, ossia che il matrimonio sia per cominciare rimandato di qualche giorno: al tentativo di Renzo di capire quanti giorni siano esattamente, risponde evasivo, e il giovane, di pessimo umore, si sente costretto ad andare a casa di Lucia per portarle la pessima notizia. Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L’accoglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que’ due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d’incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell’accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva l’uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar discorso con essa.
L'idea in effetti è ottima: in poche battute, Renzo riesce a ottenere il risultato sperato, di ottenere da lei un'informazione con cui gli è possibile ritornare da don Abbondio e metterlo alle strette perché spieghi la ragione dell'improvvisa negazione dello sposalizio. La tecnica che utilizza è quella di approfondire il significato di alcune singole parole che Perpetua si lascia sfuggire: C’è bene a questo mondo de’ birboni, de’ prepotenti, degli uomini senza timor di Dio...”— Prepotenti! birboni! — pensò Renzo: — questi non sono i superiori. “Via,” disse poi, nascondendo a stento l’agitazione crescente, “via, ditemi chi è.” “Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché... non so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è tempo perduto per tutt’e due.” Così dicendo, entrò in fretta nell’orto, e chiuse l’uscio.
Ormai Renzo ha a disposizione lo strumento che gli serve per vincere la reticenza di don Abbondio. Lo affronta con gli occhi stralunati e grida: “chi è quel prepotente che non vuol ch'io sposi Lucia?”. Preso alla sprovvista, il curato fa un goffo tentativo di fuga (addirittura spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all'uscio) ma Renzo è più veloce e pronto, chiude la porta a chiave e se la mette in tasca. Don Abbondio tergiversa ancora, ma Renzo riesce ad assumere un aspetto minaccioso, che non può che far arrendere uno che non è un cuor di leone. Il nome di don Rodrigo, a quel punto, viene finalmente proferito. “Ah cane!” urlò Renzo. “E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?” Niente di meglio che questa frase per fare in modo che don Abbondio si senta di nuovo padrone della situazione e si metta a raccontare con tono recriminatorio tutto quello che ha dovuto subire da parte dei bravi minacciosi e spaventosi. Renzo si calma, restituisce la chiave e esce dalla casa, non senza che corrano tra i due battute iterate (giurate/posso aver fallato) con cui Manzoni prolunga la comicità aleggiante sulla pur drammatica scena. “Posso aver fallato; e mi scusi,” rispose Renzo, aprendo, e disponendosi ad uscire.“Giurate...” replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la mano tremante.“Posso aver fallato,” ripetè Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in furia, troncando così la questione, che, al pari d’una questione di letteratura o di filosofia o d’altro, avrebbe potuto durar dei secoli, giacché ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio argomento.
La resa dei conti con Perpetua, rea di aver indotto don Abbondio a rivelare la verità a Renzo, occupa ancora un piccolo spazio narrativo: chiamata a gran voce, a un certo punto appare con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i “voi sola potete aver parlato,” e i “non ho parlato,” tutti i pasticci in somma di quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di metter la stanga all’uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini, “son servito;” e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo.
Nel corso del cammino che deve condurre Renzo a casa di Lucia, prosegue il suo ritratto, che consente a Manzoni di inserire una notazione psicologicamente e sociologicamente interessante. Renzo è quello che si potrebbe certo definire un bravo ragazzo, ma all'occasione può diventare violento. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia; ma, in que’ momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio, la sua mente non era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e... ma gli veniva in mente ch’era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti v’entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto non vi potrebb’entrare senza un esame, e ch’egli sopra tutto... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo. A soccorrerlo in questo vero e proprio smarrimento della morale, è però il pensiero di Lucia, che quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell’iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un’ombra tormentosa gli passava per la mente. Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n’era informata? Poteva colui aver concepita quell’infame passione, senza che lei se n’avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d’averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al suo promesso!
Arrivato alla casa di Lucia, sceglie di non presentarsi a lei direttamente, ma chiede a una bambina, Bettina, di raggiungerla mentre si sta vestendo da sposa insieme alle amiche e fare in modo che venga da lui. Mentre questo accade, l'autore fornisce la prima descrizione anche della seconda protagonista del suo romanzo. Lucia è in quel momento già agghindata per le nozze: vediamo i suoi neri sopraccigli aggrottati, le sue labbra sorridenti, mentre si schermisce dai tentativi delle sue amiche di ammirarla. Ha i capelli scuri, intrecciati e avvolti sulla nuca nonché acconciati con lunghi spilloni d'argento che formano una specie di aureola. Una collana di granati, un bustino in broccato e oro, una corta gonnella di seta, calze rosse e scarpette ricamate completano l'abbigliamento. Raggiunta da Bettina, Lucia si libera con un pretesto dalle amiche e va da Renzo, che in poche battute la informa di quanto accaduto. Quando la giovane esclama “fino a questo segno!”, in riferimento al nome di don Rodrigo come mandante dell'ordine di ostacolare le nozze, Renzo trasecola: “Dunque voi sapevate...?” disse Renzo. Sopraggiunge a quel punto anche Agnese, la madre di Lucia, e quest'ultima si affretta a spiegare alle amiche che il matrimonio è rimandato per un'indisposizione del curato. Il capitolo si conclude con un breve spaccato ancora della casa del curato, dove Perpetua si affretta a confermare ad alcune curiose, e poco convinte, amiche di Lucia che don Abbondio ha un febbrone.
CAPITOLO IV
Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov’era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero.
La descrizione è condotta in uno stile simile a quello utilizzato nel primo capitolo. Lo sguardo spazia, s'allarga, dal paese di Pescarenico, dove ha sede il convento di fra' Cristoforo, all'Adda che scorre poco distante, così come poco distante è il lago di Como. Come nel primo capitolo, in cui la descrizione precedeva la comparsa del primo personaggio del romanzo, il curato don Abbondio, così in questo quarto accompagna i passi di un altro personaggio che può essere accostato al primo per via dell'abito che riveste, dato che è un frate, ma che di quello è l'opposto morale. I passi di fra' Cristoforo, inoltre, consentono al narratore che lo segue mentre si reca a casa di Lucia di fornire nuovi dettagli sulla situazione sociale ed economica del tempo: Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. La povertà è dilagante e accresce la mestizia di un uomo di chiesa come fra' Cristoforo, che ha interiorizzato non solo il monito evangelico e francescano che esorta a non possedere nulla per sé, ma a condividere tutto con gli altri, ma è pure uno spirito attivo, una persona che agisce anche con spirito d'iniziativa per modificare una realtà che gli appare brutale e irrispettosa nei confronti dei più deboli.
Il narratore dedica spazio a un breve ritratto fisico (ma con implicazioni morali e psicologiche) del nuovo personaggio, per poi procedere a una sua circostanziata biografia. Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d’espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso. Altero, inquieto, umile, vivace, provvisto di impulsività e di autocontrollo: fra' Cristoforo è un uomo dalla personalità sfaccettata, persino sorprendente, tanto più se la si collega con gli avvenimenti che avevano occupato la prima parte della sua vita, che infatti Manzoni racconta, prima di riprendere la narrazione di quel che avviene a casa di Lucia appena l'uomo di chiesa vi giunge. Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Così esordisce il narratore, proseguendo poi con alcuni dettagli sociologici: figlio di un mercante molto ricco che aveva potuto a un certo punto lasciare gli affari per vivere come un nobile, Lodovico era cresciuto circondato di agi, provvisto di potere e segnato da una specie di complesso paterno, per cui il padre avrebbe voluto a tutti costi che nessuno mai si ricordasse quale origine avesse il suo cospicuo capitale, assimilandolo del tutto alla classe nobiliare che viveva di pura rendita. Anche Lodovico patisce quello che è evidentemente l'effetto di un modo di concepire la vita (e gli onori) proprio del Seicento: non riesce infatti a inserirsi alla pari negli ambienti nobiliari, perché viene pur sempre ricordata l''origine delle sue ricchezze, ovvero un'origine mercantile. A questo s'aggiunge il fatto che egli non si senta a suo agio in un contesto in cui i prevaricatori, i disonesti, purché siano riconosciuti come potenti (ossia provvisti di nobiltà e ricchezza) possono commettere ogni sorta di delitti. In questa prima fase della sua vita, insomma, Lodovico è un uomo diviso, uno che si sente contemporaneamente attratto da opposti. La sua indole, onesta insieme e violenta, l’aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l’angherie e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne commettevano alla giornata; ch’erano appunto coloro coi quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d’un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s’intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un’altra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de’ torti. L’impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più ribaldi; e vivere co’ birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più d’una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in pensiero dell’avvenire, per le sue sostanze che se n’andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più d’una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que’ tempi, era il ripiego più comune, per uscir d’impicci. Ma questa, che sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione, a causa d’un accidente, il più serio che gli fosse ancor capitato. L'accidente in questione viene raccontato con grande precisione dal narratore, che dedica tutto il resto del capitolo alla sua rievocazione. Possiamo riconoscere agevolmente tre passaggi narrativi di rilievo: nel primo collochiamo l'evento dello scontro per futili motivi fra Lodovico, i suoi bravi (fra cui il fedele Cristoforo) e un gentiluomo con i suoi bravi; nel secondo la fuga di Lodovico, che si rifugia nel classico asilo, (rifugio per chi avesse commesso un delitto) ovvero in un convento, per poi pentirsi e decidere di farsi frate; nel terzo l'incontro con il fratello del gentiluomo defunto e la scena del perdono (ricordare il dettaglio del pane), che culmina in una vera commozione generale.
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