PIANO DELLE INTERROGAZIONI DI STORIA E PROGRAMMA

LUNEDI 1° DICEMBRE DENIS AYOUB AMEDEO CHRISTIAN DAVID FILIPPO GIACOMO DIEGO

sessione straordinaria di storia per assenze o impreparazione: GIOVEDI 4 Filippo, Ayoub, Denis, Christian

MARTEDI' 9 DICEMBRE ALESSIA BAKER JACOPO ALESSANDRO RICCARDO M. RICCARDO S. SEBASTIAN FILIPPO [PASSATO OGGI]

ALESSIA PASSA GIOVEDI' 11

MERCOLEDI' 17  DICEMBRE [SPOSTATO DA LUNEDI' PER TEMA] SARA SOFIA anticipata a martedì ASIA CLARA HABIBA

Ogni studente, all'inizio del colloquio, riceverà due domande scritte e avrà un paio di minuti per ordinare le idee e iniziare a esporre (durata prevista per ognuno una decina di minuti, valutazione compresa)

PROGRAMMA DETTAGLIATO (se in settimana procedo con una nuova spiegazione, questa si aggiunge al programma per la settimana successiva: dato che le interrogazioni iniziano dal 1° dicembre, aggiornerò il post)

Oltre agli appunti personali, utilizzerete i post del blog che riporto di seguito e alcune pagine del libro di testo che indico sempre di seguito. 

Aggiornamento per settimana del 15: il post su espansionismo fase 1

DAL BLOG

Alessandro Magno e l'avvio dell'ellenismo

Alessandro è il figlio di Filippo II, responsabile (abbiamo visto l'anno scorso) della trasformazione della Macedonia da regno considerato un po' barbaro dai Greci, periferico rispetto alle vicende, soprattutto guerresche, di cui ci siamo occupati seguendo la storia delle relazioni fra l'immenso regno persiano e le divise poleis greche, a potenza che può rivendicare il diritto di unificare una volta di più (o una volta davvero) attraverso un'egemonia riuscita la penisola e le isole che compongono il mondo greco. Nel passato di poco antecedente all'impresa di Alessandro Magno di cui principalmente vogliamo occuparci, si colloca quindi l'operazione condotta da suo padre di fondare nel 337 a.C. quella lega di Corinto che dovrebbe, sotto la guida macedone, allestire una spedizione militare contro la Persia. Filippo II  orchestra abilmente l'impresa, servendosi della propaganda antipersiana sempre pronta ad attecchire nel mondo greco (Serse aveva a suo tempo distrutto la rocca d'Atene e i suoi templi, e questo atto oltraggioso veniva sfruttato appunto per rinfocolare l'odio antipersiano). Poco prima che la spedizione parta, Filippo II, vittima di una congiura di palazzo, muore: nel 336 a. C., pertanto, avviene l'ascesa al trono di Alessandro III, che in 13 anni (muore nel 323) compie una serie imprese tanto straordinarie da meritargli l'epiteto, con cui è tuttora universalmente noto, di Magno

A p. 257 del nostro libro di testo una cartina permette di visualizzare con un colpo d'occhio l'estensione della conquista effettuata da questo condottiero, all'epoca dell'incoronazione solo ventunenne (essendo nato nel 357). Tra le prime operazioni militari, seda una rivolta greca a Tebe (335), che viene rasa al suolo a scopo dimostrativo e tutti gli abitanti deportati. Poi procede con il disegno paterno di condurre una spedizione (che comprende contingenti greci) contro la Persia di Dario III. Da questo momento è tutto un seguito di vittorie, tanto contro i persiani, quanto contro obiettivi collaterali come le città fenice (Tiro), l'Egitto (già sotto controllo persiano, accoglie Alessandro come un liberatore) fino a quella che si può ritenere una vittoria conclusiva a Gaugamela in Mesopotamia nel 332. Dario viene ucciso in una congiura di satrapi e Alessandro punisce con la morte il responsabile (Besso) e tributa onori al gran re ucciso, in modo da rendere chiaro che considera se stesso un legittimo successore. In questa fase, Alessandro accompagna le vittorie con sistematiche, suggestive operazioni fondative: sul delta occidentale del Nilo in Egitto fonda la più celebre delle città che portano il suo nome (Alessandria d'Egitto), ma altre ne sorgono in molti territori di quello che si sta trasformando in un immenso impero.

Una seconda fase di questa operazione militare (e non solo tale) di Alessandro, lo vede intento a spingersi verso oriente fino a scontrarsi con il sovrano indiano Poro nel 326 sul fiume Idaspe nel Punjab odierno (primo contatto con gli elefanti da parte dei greci). A 33 anni, mentre progetta la circumnavigazione della penisola arabica muore improvvisamente. 

Se è possibile seguire, ricostruendola anche sulla carta, l'operazione militare condotta da Alessandro nell'arco di anni indicato, non altrettanto semplice affrontare il tema degli effetti culturali della straordinaria conquista. Iniziamo quindi da una considerazione geopolitica. La conquista destinata a esercitare maggior impatto sullo scenario del periodo è senz'altro quella dei territori controllati dagli Achemenidi, i persiani. La spinta verso l'India, a confronto, non è così significativa, dal momento che non riesce a essere duratura. 

Dato che Alessandro non si aspettava certo di morire e non aveva predisposto nulla in merito alla propria successione, la sua improvvisa scomparsa è seguita da una spartizione dei territori fra i diàdochi, i principali comandanti del suo immenso esercito. A Tolomeo di Lago, che fonda la dinastia dei Tolomei va l'Egitto, Cipro, il nordafrica fino a Cirene, parte della costa siro-palestinese, asia Minore e qualche isola dell'Egeo; a Seleuco, fondatore della dinastia dei Seleucidi, dall'Asia Minore all'India (che però ridiventa presto indipendente). Pergamo, Bitinia e Ponto restano nell'orbita ma sono indipendenti; Antigono Monoftalmo controlla Macedonia e Grecia (che continua a mirare all'indipendenza).

Solo un accenno, per ora, alla ben più rilevante, ma difficile da trattare, questione culturale. Si tratta di nuovo, come già avevo detto a proposito della lettura dell'Odissea, di riconoscere che fin dal mondo antico occidente e oriente, intesi come riferimenti culturali, depositi di cultura, di tradizioni, di valori che si esprimono in lingue differenti, che faticano a mettersi in relazione, si incontrano, si scontrano, si fondono, si rispettano o si guardano con sospetto, sono due entità con le quali chi si occupa di storia (e di letteratura, come nel nostro caso) non può trascurare. Soprattutto considerando che ancor oggi la questione è aperta: per quanto possano essere mutati gli scenari, siamo ancora qui a parlare di valori occidentali da difendere, di nord e sud del mondo, di barriere culturali, di muri, di frontiere, di contrasti. 

Mi limito dunque a un'unica considerazione riassuntiva: il mondo che si delinea dopo la morte di Alessandro Magno, ridisegnato soprattutto, anche se non solo, dalle dinastie emergenti dei diàdochi,  è quello che si definisce ellenistico, dalla lingua utilizzata come universale (della cultura, soprattutto) in questi territori, ovvero la lingua greca (elleni erano i greci). L'impronta ellenica non si limita ovviamente solo alla lingua che veicola cultura (anche commerci e altri tipi di comunicazione utilitaristica), ma condiziona anche altro. Per capire che cosa esattamente ci occuperemo di un luogo in modo particolare, all'interno del quale si riuniscono i principali intellettuali del periodo, studiosi di varia origine e con svariati interessi, ovvero la biblioteca di Alessandria d'Egitto. A questo affiancheremo un breve studio del processo che ha portato alla redazione di una delle più celebri traduzioni del mondo antico, ovvero la Bibbia dei 70, redatta nel III secolo a. C. per volontà di Tolomeo II che convoca presso la biblioteca  70 dotti giudei per realizzare questo testo destinato a rivestire una straordinaria importanza nei secoli successivi.

Biblioteca di Alessandria e ellenismo

La biblioteca di Alessandria e l'ellenismo sono collegati per diversi motivi. Il primo è cronologico: la città di Alessandria d'Egitto è stata fondata, e intitolata a se stesso, da Alessandro Magno all'inizio del suo espansionismo (nel 331 a. C.), la Biblioteca è frutto dell'iniziativa di Tolomeo II nel secolo successivo e l'ellenismo è il periodo storico culturale che inizia convenzionalmente con la morte di Alessandro Magno per concludersi con la nascita dell'impero romano per volontà di Ottaviano Augusto (dopo la battaglia di Azio del 31 a.C.). In alternativa a ellenistico si utilizza anche il termine alessandrino (età ellenistica o alessandrina). Un secondo motivo alla base del collegamento risale all'elemento di grecità al quale tanto la biblioteca quanto la cultura fanno esplicito riferimento: la lingua (detta anche koiné, ovvero lingua comune) e la cultura di riferimento sono entrambe greche. 
Il nostro interesse nei riguardi delle biblioteca di Alessandria si riassume quindi in questo interrogativo: quali attività si svolgevano nell'ambito di questo polo culturale?
Con attività possiamo intendere studi e composizioninella biblioteca di Alessandria i dotti dell'epoca, di varia provenienza geografica, studiavano e riordinavano (trascrivendo, correggendo, traducendo) testi di grammatica, filosofia, scienze, religione, ma componevano anche opere poetiche, storiche, epiche. Quando diciamo testi, intendiamo rotoli o (in latino) volumina, lunghe strisce in papiro o pergamena (o cartapecora) sulle quali si scriveva con l'inchiostro (uso attestato già nel III millennio a. C. proprio in Egitto). La biblioteca era dunque anche un luogo di conservazione e di attivazione del pensiero.
La nostra attenzione si concentra ora in particolare sull'attività di traduzione. Sempre Tolomeo II è stato il promotore dell'iniziativa di traduzione più impegnativa del periodo precedente alla nascita di Cristo, che utilizziamo per la datazione cosiddetta occidentale. Nel 286 a. C (p. 267 nostro libro) convocò, secondo la tradizione, 70 dotti ebrei di Gerusalemme che tradussero dall'ebraico in greco il testo sacro, ossia la Torah (dalla radice che significa insegnare, tradotta in greco con nomos, in latino con lex) ossia il Pentateuco, i 5 libri che compongono il Vecchio TestamentoGenesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Alla base della richiesta di traduzione una duplice motivazione: esercitare un controllo culturale su una popolazione, quella ebraica, che la conquista di Alessandro aveva incorporato nella sfera d'influenza greca; dotare la comunità ebraica stanziata in Egitto (e divenuta numerosa nel giro di un secolo) di un testo più comprensibile per chi aveva dovuto, per necessità comunicative quotidiane, apprendere il greco a scapito della lingua di provenienza.  Ovvio che gli ebrei ortodossi vedessero con sospetto l'operazione, in particolare per via della natura divina del Libro, ritenuto per fede una diretta espressione del loro dio, l'impronunciabile Jaweh. 
In questa operazione di traduzione si manifesta una tipologia precisa di incontro fra culture, intendendo da una parte quella greca (o grecizzata) dall'altra quella giudaica: la prima (vittoriosa, per così dire, da un punto di vista geopolitico, dal momento che è la cultura degli occupanti) si propone come quella di arrivo  e offre come strumento comunicativo la propria lingua, mentre la seconda rappresenta quella di partenza, più antica e sacralizzata da una rivendicazione ben precisa, quella di trasmettere la voce di un piano divino. Questa seconda, che tuttavia per certi aspetti sembra poter vantare una superiorità, si presta all'avvicinamento proposto nella consapevolezza (pensiamo) di dover probabilmente rinunciare a qualcosa, come sempre avviene quando si proceda a tradurre. Nello stesso tempo l'evidenza storica ci dice una cosa inconfutabile rispetto alla traduzione condotta dai 70: che questo testo, finalmente comprensibile anche di là dai confini ristretti del solo popolo ebraico stanziato in Palestina, diventerà il punto di riferimento dottrinale del cristiani, nel periodo in cui (il I secolo d. C.) la loro dottrina era ancora molto imprecisa nei suoi fondamenti e nelle sue testimonianze, al punto che ben pochi storici del I secolo d.C. erano in grado di stabilire chi essi fossero effettivamente. Per questo motivo, senza addentrarci di più nel discorso, possiamo dire che l'operazione di traduzione voluta da Tolomeo II ha determinato uno degli effetti di più lungo periodo che si possano ricostruire nella storia delle culture umane. 

Europa e Italia, civiltà etrusca

La rivoluzione agricola, che dà un impulso alla civilizzazione innescando la rivoluzione urbana, si verifica a partire dal IX millennio a.C. nel Vicino Oriente, nel VII in Europa centrale, con un ritardo di circa 2000 anni. I territori dell'Italia, sono tra gli ultimi a esserne coinvolti. 

La mappa dei popoli che occupano la penisola italica comprende a nord i liguri (non sono di origine indoeuropea ma autoctoni, presenti dal II millennio), i celti (galli per i romani, origine asiatica, provengono dal centro Europa, si espandono molto dal VI secolo), i camuni (origine incerta), i veneti (fino all'Istria). In Italia centrale verso il 1600 si sviluppano i terramare (da terra marna, terra grassa), che vivono in palafitte, verso il 1000 i villanoviani (intorno a Bologna, praticano incinerazione invece che inumazione), forse progenitori degli etruschi (è una delle teorie). In Sardegna dal II millennio si sviluppa la cultura nuragica (dalle costruzioni dette nuraghi, nuraghe al singolare). Una mappatura delle lingue può servire a completare questo quadro generale: in Lazio il latino, nel resto dell'Italia centrale l'osco-umbro, parlato dai Sanniti, popolo stanziato nell'appennino centrale. Infine, dalla metà del VII secolo, in concomitanza con la seconda colonizzazione greca, l'Italia meridionale e insulare ospita diverse colonie greche, che si aggiungono a quelle provenienti da Cartagine (quindi fenice) già formatesi a partire dall'VIII secolo. 

Tutte queste popolazioni, in misure differenti, sono destinate a partecipare al processo di formazione di quella realtà unitaria che, nel tempo, diventa l'impero di Roma, anche prima che la forma statale denominata così (impero) abbia origine. In questa prima fase, la nostra attenzione si concentra su un popolo dalle caratteristiche tuttora misteriose, dal momento che non sono ancora stati definitivamente risolte questioni come la sua origine (da dove siano venuti esattamente) e la sua scrittura (che non è stata decifrata): gli etruschi.

Lo storico Erodoto, nel V secolo  a.C., interrogandosi come ancora noi oggi sull'origine di questo popolo, lo ritiene originario dell'Asia Minore (Lidia), da dove sarebbe migrato intorno al VII secolo. Già nel I secolo a. C. altri storici hanno pensato invece potesse essere una popolazione autoctona, ma oggi prevale l'idea che discendano dai Villanoviani. 

Raccogliamo allora le notizie che possediamo sul loro conto. Popolo abile nell'agricoltura, nel commercio, nell'artigianato, quello etrusco risulta organizzato dal punto di vista politico, economico e religioso in modo da prevedere un sovrano espressione dell'aristocrazia (di proprietari terrieri e commercianti), il lucumone (termine etrusco), assistito da un'assemblea di anziani aristocratici. Nel tempo la forma politica si sarebbe modificata in direzione di un governo allargato sia internamente (magistrature annuali al posto del lucumone) sia in una rete di città, precisamente dodici, a costituire la dodecapoli (Tarquinia, Populonia, Perugia, Cortona e Arezzo tra le principali).

La civiltà etrusca ha conosciuto una fase espansiva, caratterizzata da commerci fiorenti, che la mettevano in relazione con greci e fenici, sfruttamento di miniere di ferro nell'isola d'Elba e nei territori toscani, conquiste territoriali nelle due direzioni nord (pianura padana) e sud (Campania), durata fino al VI secolo circa, includendo anche il territorio in cui si stava formando Roma e la Corsica. Dal VI secolo, invece, la civiltà inizia a decadere, con un culmine nella sconfitta subita al largo di Cuma nel 474 ad opera di una flotta greca, e successivamente a Capua nel 423 a opera dei sanniti. A nord sono invece i Celti in espansione a travolgerli. Con le aggressioni ripetute da parte dei romani a fine V secolo, la potenza etrusca si sfalda definitivamente. 

Per quanto riguarda la questione della lingua etrusca, il problema principale risale alla scarsità di documentazioni scritte: la conoscenza della lingua etrusca, che si serviva di un alfabeto riconducibile al greco, si deve a numerose ma brevi iscrizioni di carattere sacrale o funerario: mancano glossari, testi in doppia lingua e testi letterari. Le iscrizioni che superano le 50 parole sono rare, tra cui il testo scritto sulla benda della Mummia di Zagabria, la Tabula di Capua, la Tavola di Cortona, il Cippo di Perugia. Una menzione a parte meritano i testi incisi sulle lamine d’oro rinvenute nel 1964 a Pyrgi (oggi Santa Severa), che riportano due incisioni in etrusco e una in punico. Per via di questa scarsa disponibilità di materiali scritti, si riescono a capire solo alcune parole riferite alla sfera religiosa, familiare o sociale, ma abbiamo enormi lacune nella comprensione della lingua nella sua interezza e complessità, dal punto di vista grammaticale e lessicale.

Miti fondativi: Romolo e Remo

Il termine fondativo, se associato a mito, fa riferimento a una narrazione che risale alle origini prime, alla fondazione appunto, di una civiltà. Si tratta quindi di un racconto che si è tramandato prima oralmente, poi  si è fissato nella scrittura, passando attraverso secoli e millenni, magari cambiando in qualche dettaglio, ma comunque racchiudendo in sé una storia significativa relativa a quanto sarebbe accaduto in un tempo sempre più lontano e più difficile da ricostruire dai posteri. I miti fondativi sono così importanti da costituire un oggetto di studio specifico di quella scienza che abbiamo citato come ausiliaria, insieme a molte altre, della storia, ovvero l'antropologia. In tutte le parti del mondo, hanno rivelato gli studi antropologici, sono nati miti fondativi, che racchiudono caratteri distintivi delle civiltà che ne sono scaturite, e dal confronto fra i loro contenuti si possono ricavare interessanti indicazioni per approfondire la conoscenza degli esseri umani e dei loro tratti evolutivi. 

Il mito fondativo della civiltà che prende il nome dal suo centro principale, Roma, racconta una storia approssimativamente svoltasi nel X secolo a. C. In un'Italia popolata da svariate genti che abbiamo descritto nella precedente lezione, proprio al centro, in un territorio geograficamente favorito (vicino al mare, caratterizzato da alternanza di pianura e colline) un insieme di villaggi dà luogo a un agglomerato urbano. Quello che nella dimensione storica si sviluppa come un fenomeno che richiede un certo numero di anni, nel mito fondativo si rapprende, diventando una storia, o meglio, una leggenda. Precisamente la leggenda dei gemelli Romolo e Remo. 
Anche se il mito, per sua natura, rifugge le datazioni precise, una consolidata tradizione sostiene già nell'antichità (almeno a partire dal II secolo a. C.) che la fondazione di Roma sarebbe avvenuta nell'anno 753 dell'era precristiana. [raccontare il mito]
Nel I secolo a. C., quando Virgilio scrive, anche per ordine di Ottaviano Augusto, l'Eneide, a Roma, proprio accanto al palazzo imperiale, fortemente voluto e fatto costruire dal novello imperatore, c'era una piccola capanna di legno, che si diceva fosse la casa di Romolo. 
PERCHE'?
Scrive lo storico Livio, sempre nell'epoca di Ottaviano Augusto, riportando il mito di Romolo e Remo: 

«Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.»

Tra gli interrogativi che si sono posti gli studiosi della romanità delle origini, che comunque tanto influenza ideologia e istituzioni posteriori, espongo il seguente: perché costruire il mito di due gemelli, se poi uno dei due deve morire e un atto fratricida si colloca, con tutta la violenza che contiene, al principio di una civiltà?
  •  Orazio, anch'egli come Virgilio poeta del I secolo, suo collega nel circolo di Mecenate, scrive in alcuni suoi componimenti poetici che il fratricidio commesso da Romolo e il fatto che nell’atto fondativo della città scorra proprio quel tipo di sangue altro non è che un presagio di quello che sarebbe poi avvenuto nella storia di Roma: il riferimento conduce alle guerre civili, vissute in prima persona dal poeta medesimo. 
  • Ulteriore forma di "condizionamento" del mito: Ottaviano Augusto come "novello Romolo". 
  • Dunque, questo breve riferimento alla nota vicenda mitica, vale a porre l’accento su quale possa essere l’interesse per noi, studiosi del XXI secolo, rispetto alle oscure storie di fondazione: ferma restando la componente immaginativa richiesta per procedere alla loro interpretazione, anche solo i dati che vengono scelti per creare connessioni e ricavarne intendimenti servono a approfondire la conoscenza della cultura e della civiltà, nonché dell’identità collettiva, che si manifesta pur sempre attraverso la letteratura.
Altri DUE miti delle origini di Roma riportati alla fine del I secolo a. C. dallo storico Livio nel suo Ab Urbe condita, Dalla fondazione di Roma, libro I, 9-13

Il ratto delle Sabine

Roma è appena fondata, ma mancano donne che garantiscano la continuità della città. I popoli vicini rifiutano alleanze matrimoniali con i Romani, considerandoli poco più che banditi.  Romolo organizza dei giochi solenni in onore di Nettuno Equestre e invita i popoli confinanti, in particolare i Sabini con le loro famiglie. Durante lo spettacolo, a un segnale convenuto, i giovani romani rapiscono le donne sabine presenti. Romolo stesso rassicura le rapite, promettendo loro matrimoni legittimi e cittadinanza romana.  I Sabini, guidati da Tito Tazio, muovono guerra a Roma. Il momento culminante si ha quando le donne sabine, ormai spose e madri, si gettano tra i due eserciti schierati per fermare il combattimento. Spicca tra loro la supplica di Ersilia: preferiscono morire piuttosto che diventare orfane dei padri o vedove dei mariti. Si stabilisce la pace:  Romani e Sabini si fondono in un unico popolo, con doppia monarchia (Romolo e Tazio) finché Tazio non muore, lasciando Romolo unico re.

Scomparsa e divinizzazione di Romolo

 Romolo regna ormai da 37 anni. La sua figura è già leggendaria. Mentre passa in rassegna l'esercito nel Campo Marzio, improvvisamente si scatena una violenta tempesta con tuoni e una nube così densa da nasconderlo alla vista. Quando la tempesta si dirada, il trono è vuoto: Romolo è scomparso.  Livio presenta, con un certo gusto per la narrazione, due versioni:la prima è per così dire ufficiale:  Romolo è stato assunto in cielo, divinizzato e il popolo lo acclama come dio Quirino. La versione secondaria è meno rassicurante: alcuni senatori avrebbero fatto a pezzi Romolo durante la tempesta, stanchi di quella che si era trasformata in una tirannia. Il mito dell'apoteosi servirebbe quindi a coprire un regicidio. Per avallare  la prima versione, Livio fornisce anche una sorta di conferma divina, raccontando che  Proculo Giulio, cittadino rispettato,  avrebbe giurato di aver visto Romolo apparirgli in sogno, annunciando la sua divinizzazione e profetizzando la grandezza di Roma. Questo racconto ha un evidente scopo propagandistico e serve a confermare il culto di Romolo-Quirino.

Livio usa questi miti non tanto come testimonianza storica, ma come exempla morali per i suoi contemporanei, mostrando le virtù che hanno reso grande Roma: coraggio, astuzia, devozione alla patria e capacità di integrazione. In particolare, il ratto testimonia il  pragmatismo della civiltà romana, in quanto giustificato dalla necessità di sopravvivenza della città, e l'esito finale dell'impresa dimostra che i romani hanno la capacità di trasformare i nemici in alleati, creando legami basati su fides e concordia. La divinizzazione di Romolo, invece,  legittima Roma come città voluta dagli dèi.

Dalla monarchia alla repubblica e i metodi elettivi 

Dal mito di Romolo deriva, tra le altre cose, l'idea che la prima struttura di governo in Roma sia stata una monarchia. Il mito fondativo che ormai conosciamo bene si collega infatti con altri miti, fra cui quello dei sette re, che in un lasso di tempo di poco più di 200 anni, dal 753 a.C. al 509 a.C. avrebbero regnato sulla città e sui territori limitrofi. I nomi dei sette re, nonché le attività che sono loro riconosciute, servono soprattutto a delineare la storia di una civilizzazione avvenuta gradualmente: Romolo avrebbe creato alcune istituzioni basilari, tra cui il senato, Numa Pompilio avrebbe dato un contributo alla delineazione di culti, cerimonie, collegi sacerdotali, Tullo Ostilio si sarebbe dedicato a guerre d'espansione territoriale, Anco Marzio avrebbe fondato il porto di Ostia e il ponte Sublicio sul Tevere, mentre gli ultimi tre re, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo sarebbero stati di origine etrusca, segnalando quindi il periodo di dominazione di questa popolazione destinata a estinguersi poco dopo essere stata cacciata, segnando anche la fine del periodo monarchico, dalla città. 

Dopo essere stata per breve tempo una città etrusca, Roma, liberatasi dalla monarchia, disegna se stessa nella forma che resterà, pur con cambiamenti, la stessa fino alla fine del I secolo a.C., quando si modificherà in un impero, ritornando alla forma monarchica. Questa forma istituzionale è la res publica, letteralmente, la cosa pubblica ovvero di tutti, che adesso descriviamo nella sua genesi e nelle sue caratteristiche di base. 

La partecipazione alla res publica avveniva attraverso le elezioniLe cariche principali del cursus honorum, censura, consolato, pretura, a partire dal V secolo erano elette dai comizi centuriati ai quali spettavano anche altre competenze (dichiarazioni di guerra, stipulazione di trattati di pace, consulenze d'appello in caso di condanne a morte da parte di magistrati). I comizi centuriati erano costituiti da soli maschi e in base al censo, ossia alle ricchezze e comprendevano 5 classi. La prima classe era composta dai ricchi proprietari terrieri (almeno 100000 assi, la moneta di bronzo del sistema romano originario), le successive prevedevano capitali decrescenti, fino ai 12500 della quinta classe. I nullatenenti o proletari  rientravano nella sesta classe. La denominazione comizi centuriati è collegata con le funzioni di ciascuna classe nell'esercito: dai cavalieri  alla fanteria, alle funzioni di supporto assegnate ai proletari (cuochi, trasportatori, fabbri e carpentieri). Il contributo alle funzioni militari era così suddiviso: delle totali 193 centurie  98 erano dovute alla prima classe (fra fanti e cavalieri), 20  rispettivamente alla seconda, terza e quarta (soli fanti), 30 alla quinta (soli fanti), 5 ai proletari. Nell'assemblea, in occasione delle elezioni, ogni centuria disponeva di un voto, sicché l'influenza anche solo della prima centuria su tutte le decisioni era sempre schiacciante. Il regime era quindi evidentemente aristocratico  e timocratico. 

Le magistrature minori, ossia questura edilità erano elette dai comizi tributi, frutto di una suddivisione del territorio cittadino e limitrofo avvenuta sempre nel V secolo. La suddivisione privilegiava comunque l'influenza degli aristocratici, che potevano inoltre cambiare gli equilibri delle votazioni grazie all'appoggio dei clientiin genere nullatenenti che necessitavano di protezione economica e che potevano ottenerla appunto in cambio del voto in occasione delle elezioni dei magistrati. 

La plebe, grazie alle lotte condotte nel tempo contro il patriziato (di cui nel precedente post), ottiene il diritto di avere proprie assemblee e propri rappresentanti (i tribuni della plebe), ma le sue decisioni (plebisciti) non hanno per lungo tempo valore di leggi (fino al 287 a.C.).

La repubblica, quindi, anche se prevede una forma di partecipazione diretta dei cives alla vita dello stato, resta comunque caratterizzata da un monopolio del potere da parte del patriziato (nei primi secoli, tra l'altro, si ricorreva al voto palese, molto soggetto a manipolazione e controllo).

La carriera politica consisteva nel cursus honorum: dopo aver prestato servizio come cavalieri (prima classe) si poteva accedere alla questura (età 28 anni), all'edilità (31 anni), quindi pretura, consolato, censura. Le testimonianze storiche raccontano che per arrivare al consolato, per tutto l'arco della storia repubblicana, era necessario appartenere alla nobilitas (prima solo patrizia, poi anche plebea) e possedere notevoli ricchezze (personali o fornite sotto forma ad esempio di politica matrimoniale). Ulteriore prova del fatto che la res publica romana fosse fondamentalmente aristocratica oligarchica. 

DAL LIBRO DI TESTO

  • pp. 266-270 (cultura ellenistica)
  • pp. 304-308 (Europa, Italia)
  • pp. 312-314 (società e cultura etrusche)
  • pp. 340-343 (cariche res publica)


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