IL FINALE DEI PROMESSI SPOSI - CAPITOLO XXXVIII

Una sera, Agnese sente fermarsi un legno all’uscio. — È lei, di certo! — Era proprio lei, e la buona vedova. L’accoglienze vicendevoli se le immagini il lettore.

Alla fine si arriva sempre, e questo è davvero l'ultimo capitolo di un'opera che, letta come abbiamo fatto noi, diluendola attraverso le settimane della scuola, diventa anche più interminabile di quanto non lascino supporre i suoi 38 capitoli e, a seconda delle edizioni e impaginazioni, più o meno 300 pagine. D'altronde il 1800, epoca della fioritura massima del romanzo, epoca del romanticismo, è un secolo che ospita opere anche più monumentali di questa: Victor Hugo scrive i Miserabili, Honoré de Balzac il ciclo delle Illusioni perdute, Fedor Dostoevsckij l'Idiota, Lev Tolstoij Guerra e pace, tutte opere che assommano a centinaia e centinaia di pagine, contengono passaggi avventurosi ma anche digressioni storiche o analisi psicologiche, lunghi e articolati dialoghi nei quali si delineano i caratteri dei personaggi, si penetra nella loro mente e nei moventi delle loro azioni. Letture impegnative, insomma, che richiedono attenzione, memoria, immaginazione per essere pienamente godute. Nel capitolo conclusivo del romanzo che Manzoni volle riscrivere almeno quattro volte, compiendo una revisione formale che rende la prima edizione, il Fermo e Lucia, praticamente un altro romanzo rispetto ai Promessi sposi, non si può certo dire, come alle volte amiamo considerare noi, tutto torna (meglio ancora col francesismo tout se tient). Vedremo infatti, saltando qua e là in tale capitolo, come sempre prestando molta attenzione ai dettagli, che tante cose non tornano e che alla fine, a tirare le fila di tutto per dare un senso a quello che è accaduto (un senso alla storia) ci vuole la voce di Lucia, cui l'autore onnisciente reca un ultimo e definitivo omaggio. Posta questa premessa, le prime tre righe sopra riportate fanno pensare in effetti a un lieto fine. I personaggi a lungo divisi finalmente si ritrovano, si suppone, per non lasciarsi più. 

La mattina seguente, di buon’ora, capita Renzo che non sa nulla, e vien solamente per isfogarsi un po’ con Agnese su quel gran tardare di Lucia. Gli atti che fece, e le cose che disse, al trovarsela davanti, si rimettono anche quelli all’immaginazion del lettore. Le dimostrazioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto a descriverle. “Vi saluto: come state?” disse, a occhi bassi, e senza scomporsi. E non crediate che Renzo trovasse quel fare troppo asciutto, e se l’avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo verso; e, come, tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti, così lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un’altra per tutta la gente che potesse conoscere.

Sto bene quando vi vedo,” rispose il giovine, con una frase vecchia, ma che avrebbe inventata lui, in quel momento.

Per un romanzo pubblicato in epoca romantica, questo incontro fra i due ancora solo promessi sposi è, volessimo abbandonarci alla superficialità, quanto di più agghiacciante possiamo immaginare. Di fronte a Renzo tripudiante, Lucia tiene gli occhi bassi e non si scompone. La frase che riesce a compitare è delle più convenzionali e educate che ancor oggi ci possiamo figurare. Quel come state suona come un quesito da modulo informativo sulla salute  dell'asl. E invece. Invece, annota quella vecchia volpe del narratore onnisciente, solo un lettore o ascoltatore sprovveduto potrebbe cadere nella trappola di una supposta freddezza, o peggio, anaffettività di Lucia. Il più accade nella sua interiorità, dietro a quegli occhi tenuti bassi e alla compostezza contegnosa. Il più è invisibile a tutti ma ben percepibile a Renzo, che infatti risponde a tono, con quella frase vecchia che avrebbe inventata lui, in quel momento (magnifico quasi anacoluto questa apodosi senza protasi, o meglio, con protasi sottintesa ma non scontata). Ed ecco che il cuore vero del romanticismo inizia a palpitare, come un sottofondo delicato ed eloquente, alludendo a uno dei temi a lui (al romanticismo) più cari: l'amore assoluto e eterno, quello che non conosce ostacoli che possano frapporsi fra due anime che vi si riconoscano e si conoscano l'un l'altra in lui. Quel tipo di amore lì si nutre di segretezza, non ama l'ostentazione, occhi e orecchie indiscrete possono addirittura intaccarne l'essenza, involgarendolo e trasformandolo in qualcosa di comune o, addirittura, di deprecabile. A Renzo e Lucia non si addice il termine amanti ma innamorati sì: un tipo di innamoramento che non dà scandalo e che può passare inosservato, persino essere negato, da chi non possieda la loro stessa sensibilità. Eppure di amore si tratta, e il narratore onnisciente lo sa e lo celebra come abbiamo appena letto.

“Ah! è morto dunque! è proprio andato!” esclamò don Abbondio. “Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! chè non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci. E in un batter d’occhio, sono spariti, a cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell’albagìa, con quell’aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione. Intanto, lui non c’è più, e noi ci siamo. Non manderà più di quell’imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a tutti, vedete: chè adesso lo possiamo dire.”

“Io gli ho perdonato di cuore,” disse Renzo.

Qui la scena cambia, e insieme anche il  tono. In effetti compare il motivo comico-umoristico che dal I capitolo accompagna la figura, i passi, del personaggio di don Abbondio. Con lui sembra, contraddicendo quello che ho detto all'inizio, che tutto torni. Ma nel senso preoccupante di che tutto torni indietro, esattamente a com'era all'inizio, quando tutto ha iniziato ad andare molto male.  Don Abbondio, infatti, è sempre lui. Quell'infingardo pauroso che sa solo accampare scuse per non fare quello che il suo magistero ecclesiastico gli imporrebbe. Nemmeno la lavata di capo del cardinale Federigo ha mutato il suo animo. Resta quello che pensa solo a se stesso e alla propria incolumità, quello che è disposto a sacrificare chiunque sull'altare della propria autoconservazione. Rispetto a lui,  sempre meschino, Renzo è un spirito nobile e illuminato: nel parlare di don Rodrigo ormai trapassato, la differenza di statura morale si percepisce chiaramente. Il ci ha dato un gran fastidio a tutti,  che una comune delicatezza umana imporrebbe di non ricordare di fronte alla morte di qualcuno, è senza dubbio controbilanciato dal pacato intervento di Renzo, io gli ho perdonato di cuore. Torna alla mente il dialogo concitato con fra' Cristoforo nel lazzaretto, e la fatica, il costo, di questo atto di perdono. Perdonare a chi abbia fatto molto male, magari proprio a noi,  non è per nulla facile, ma si può, come dimostra questa storia di una persona semplice imbastita dal nostro autore. Ma torniamo ancora un istante sull'umoristico don Abbondio. Che trovata quella della peste-scopa. Un'indimenticabile metafora, che rende la provvidenza così ben comprensibile,  lei, che per tutto il romanzo, per non dire nella vita di Manzoni, è una presenza oscura, persino a tratti pericolosa (per quanto con le preghiere, insegna Lucia, la si possa esorcizzare) e soprattutto insondabile. Don Abbondio, dobbiamo rendergliene atto, è in grado persino di abbassare (al gradino del comico in verità) un ente occulto come la provvidenza: la trasforma in una ramazza che spazza via certi soggetti...verdi, prosperosi.  L'immaginazione del lettore vede qui sotto specie di metamorfosi anche certi personaggi dipinti come altamente pericolosi: fra tutti don Rodrigo, una mala erba che lo spirito pratico di don Abbondio pensa sia stata una fortuna estirpare una volta per tutte. Trascura, il buon curato, il fatto che la sua scopa abbia operato del tutto incurante dei valori dei singoli. Tant'è che tra le vittime illustri appunto figura anche un fra' Cristoforo. Resta l'eloquenza pittoresca della trovata e la sintonia perfetta con l'anima del personaggio, che non possiamo non ammirare. 

Il giorno seguente, gli capitò una visita, quanto meno aspettata tanto più gradita: il signor marchese del quale s’era parlato: un uomo tra la virilità e la vecchiezza, il cui aspetto era come un attestato di ciò che la fama diceva di lui: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso, e qualcosa che indicava una mestizia rassegnata.

“Vengo,” disse, “a portarle i saluti del cardinale arcivescovo.”

“Oh che degnazione di tutt’e due!”

“Quando fui a prender congedo da quest’uomo incomparabile, che m’onora della sua amicizia, mi parlò di due giovani di codesta cura, ch’eran promessi sposi, e che hanno avuto de’ guai, per causa di quel povero don Rodrigo. Monsignore desidera d’averne notizia. Son vivi? E le loro cose sono accomodate?”

“Accomodato ogni cosa. Anzi, io m’era proposto di scriverne a sua eminenza; ma ora che ho l’onore....”

“Si trovan qui?”

“Qui; e, più presto che si potrà, saranno marito e moglie.”

“E io la prego di volermi dire se si possa far loro del bene, e anche d’insegnarmi la maniera più conveniente. In questa calamità, ho perduto i due soli figli che avevo, e la madre loro, e ho avute tre eredità considerabili. Del superfluo, n’avevo anche prima: sicchè lei vede che il darmi una occasione d’impiegarne, e tanto più una come questa, è farmi veramente un servizio.”

Momento di gloria di don Abbondio, potremmo dire. Il marchese erede di don Rodrigo è tutt'altra persona dal suo predecessore: riassumendo in un'unica espressione, è una persona perbene. Sul serio, occorre subito aggiungere, data l'inclinazione a utilizzare l'aggettivo o  suoi sinonimi del tutto a sproposito, tanto per descrivere se stessi quanto altri in questo secolo votato all'apparenza più che alla sostanza. Il marchese, addirittura, vuole rimediare in qualche modo alle malefatte del suo predecessore, e per questo, per avere un suggerimento, si rivolge a don Abbondio. Il quale, appunto, vive così il suo momento di gloria, e non ne fa mistero. Suggerisce al gentiluomo di predisporre un donativo per Renzo e Lucia, e costui non si limita ad accogliere la proposta, ma moltiplica generosamente la cifra indicata dal curato. Non pago di questo, si premura di proporre e di organizzare in casa sua il banchetto delle sospirate nozze, alla quali finalmente, è ovvio, si giunge, officiando il medesimo don Abbondio. 

Il marchese fece loro una gran festa, li condusse in un bel tinello, mise a tavola gli sposi, con Agnese e con la mercantessa; e prima di ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a far compagnia agl’invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; v’ho detto ch’era umile, non già che fosse un portento d’umiltà. N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari.

Se in questa immagine del marchese munifico anfitrione sembra realizzarsi l'atteso tutto torna, l'impressione dura solo fino a un certo punto: Manzoni, fine intenditore (da storico) degli umori delle epoche, dei loro vizi e delle loro virtù, annota che il Marchese, senz'altro un brav'uomo, non è però un originale, non supera i confini del proprio tempo e non pratica le vie dell'eroismo (quelle, per intenderci, che osa un personaggio come fra' Cristoforo): la volontà di cui è provvisto gli permette, annota il narratore, di essere generoso con i promessi, di prestarsi addirittura a rimediare all'arroganza di un altro (don Rodrigo) al punto da  mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non è abbastanza umile da mettersi sullo stesso piano: di qui la scelta di servirli a tavola, ma mangiare poi da un'altra parte, con suoi pari (da notare che don Abbondo è uno di questi, in quanto comunque appartenente alla gerarchia ecclesiastica: il vaso di coccio ha fatto una buona scelta...). 

Compiuta infine la cerimonia tanto attesa, non resta ai protagonisti che fare i fagotti mettersi in viaggio: casa Tramaglino per la nuova patria, e la vedova per Milano. Un addio meno drammatico di quello più celebre riassunto nei pensieri di Lucia alla fine dell'VIII capitolo, ma certo sentimentalmente coinvolgente. Anche il distacco da don Abbondio non è privo di connotazioni struggenti: quelle buone creature avevan sempre conservato un certo attaccamento rispettoso per il loro curato; e questo, in fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que’ benedetti affari, che imbroglian gli affetti. Notevole il commento del narratore che oppone affari a affetti: la convivenza fra esseri umani sarebbe senz'altro più facile e piacevole se i primi non ci fossero proprio. In ogni caso, la decisione di Renzo, Lucia e Agnese di andarsene per sempre dal loro paesello è di quelle che segnalano l'impossibilità che tutto torni come prima:  già da qualche tempo, erano avvezzi tutt’e tre a riguardar come loro il paese dove andavano. Renzo l’aveva fatto entrare in grazia alle donne, raccontando l’agevolezze che ci trovavano gli operai, e cento cose della bella vita che si faceva là. Del resto, avevan tutti passato de’ momenti ben amari in quello a cui voltavan le spalle; e le memorie triste, alla lunga guastan sempre nella mente i luoghi che le richiamano. E se que’ luoghi son quelli dove siam nati, c’è forse in tali memorie qualcosa di più aspro e pungente. Anche il bambino, dice il manoscritto, riposa volentieri sul seno della balia, cerca con avidità e con fiducia la poppa che l’ha dolcemente alimentato fino allora; ma se la balia, per divezzarlo, la bagna d’assenzio, il bambino ritira la bocca, poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca; piangendo sì, ma se ne stacca. Metafora eloquente: l'amaro assenzio è in grado di vincere la più dolce nostalgia. 

La nuova sistemazione, però è portatrice di un altro, inatteso, limite: non ci si trova bene così come si era sperato. Dettagli, annota il narratore, ma in grado di produrre una vera e propria rovina. Una volta di più è Renzo a farsi carico, come personaggio, della responsabilità di un cambiamento (non dimentichiamo che si tratta di un personaggio molto evolutivo all'interno del romanzo): il fastidio nasce dal fatto che i bergamaschi non apprezzino Lucia, si permettano di commentare il suo aspetto con scarsa considerazione e questo crea non pochi malumori a Renzo. Al punto che, commenta il narratore,  e vedete un poco come alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato d’un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la sua in quel paese, secondo il suo primo disegno, sarebbe stata una vita poco allegra. A forza d’esser disgustato, era ormai diventato disgustoso. Era sgarbato con tutti, perchè ognuno poteva essere uno de’ critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il galateo; ma sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole della buona creanza: fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che, se faceva cattivo tempo due giorni di seguito, subito diceva: “eh già, in questo paese!” Vi dico che non eran pochi quelli che l’avevan già preso a noia, e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo, d’una cosa nell’altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con quasi tutta la popolazione, senza poter forse nè anche lui conoscer la prima cagione d’un così gran male.

Accade così che, prima che passi un anno di matrimonio, i due abbiano una figlia (naturalmente chiamata Maria), alla quale poi seguiranno molti altri (tutti ben inclinati e avviati all'istruzione per precisa volontà di Renzo: giacchè la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro), ma che procedano anche a un altro trasloco, andando ad abitare poco lontano da Bergamo, in un paese dove finalmente anche Renzo si sente ben accolto. In questo caso, viene da dire finalmente, la sorte (il narratore scrive la peste) s'ingegna a porre rimedio ai guai che, da solo, Renzo si procurerebbe. 

Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d’un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l’erede, giovine scapestrato, che in tutto quell’edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l’uno sopra l’altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de’ pronti contanti guastava tutto, perchè quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l’amico in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l’industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s’era detto da più d’uno: “avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta?” L’epiteto faceva passare il sostantivo.

Finalmente placata l'ultima furia di Renzo, il narratore si avvia a offrire la morale della favola o, per meglio dire, il senso della storia,  se quella storia che è la vita  ha un senso. Il tasto è delicato, coinvolge ciascuno di noi in qualunque fase ci troviamo, ma di sicuro è rilevante quando si tratti di trarre un bilancio. Renzo è una persona pratica, predisposta più all'impulsività che alla riflessione. La sua maniera di raccontare il passato è pienamente improntata da questo spirito: Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. “Ho imparato,” diceva, “a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.” E cent’altre cose.

Non esattamente una dottrina, ma un vademecum di comportamenti più utili di altri in determinate circostanze. Le persone votate al pratico sono così, vedono la vita sotto specie di meccanismi di causa/effetto. Ma ovviamente a Lucia, spirito dedito alla riflessione, questo modo di rappresentare la storia, ovvero la loro storia, non sembra affatto soddisfacente. E  all'insoddisfazione reagisce con una proposta interpretativa alla quale il narratore affida il suo finale, sostenendo che questa conclusione, benchè trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. Il punto di partenza per la ribellione di Lucia all'intendimento di Renzo è la domanda    cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire,” aggiunse, soavemente sorridendo, “che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.”   Lucia esprime una dolorosa consapevolezza che è propria di chi sente in cuor suo di non aver fatto niente di male per meritarsi questo, con riferimento in genere a qualcosa di particolarmente negativo per lui. In questione, una volta di più, è il causa-effetto, che non è in grado di spiegare tutto, in modo particolare quello che avviene per via di iniziative malevole di altri (che agiscono malevolmente anche senza motivi precisi)   o di casualità (quando, per esempio, s'incorra in una male collettivo, come una carestia, una guerra, una pestilenza, che certo non ci si è meritati). Così, a forza di ragionare insieme, i due, ma forse più Lucia, convergono in questa riflessione conclusiva:    i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma [...] la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e [...] quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.           

Il causa effetto non vale nella dimensione morale e spirituale, nemmeno in quella teologica. Si sente operare, in questa sintesi analitica, quello che per Manzoni è lo spirito della storia, quella sua idea di provvidenza di cui non era certo convinto lui, ma che nel romanzo ha più che una fedele sostenitrice, una vera pasionaria in Lucia, l'amata Lucia. E si capisce che non possa fare a meno di amarla, uno che come il Manzoni aveva avuto un'esistenza in cui senz'altro non si era dato cagione di tanti mali quanti gli erano toccati: uno fra tutti, la ventura di sopravvivere a sette dei suoi nove figli. Quante volte doveva aver udito rimbombare nelle orecchie la voce di  un Dio che non consola ma atterrisce, che impone la mano non per salvare ma per sterminare: la voce del Dio che ha sterminato primogeniti,  richiuso le acque del mar Rosso sull'esercito degli egizi, di quello che non ha esitato a distruggere con una nube di fuoco Sodoma e Gomorra. Ma non è   quel Dio a prendere la parola per bocca di Lucia alla fine del romanzo: il suo finale è cantato da una voce dolce e soave, che allude a una pacificazione dello spirito pur sempre possibile anche in mezzo alle più furibonde tempeste. Basta avere fiducia e credere in una vita migliore che pur verrà. Non è poco e non è semplice, ma è la morale della favola e il sugo della storia che hanno trovato le anime semplici dei perseguitati della Terra.    Per loro, chiosa tra le righe il narratore, non possiamo che avere il massimo rispetto.                                                                                                                                

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