PROGRAMMAZIONE E MATERIALI PER COLLOQUI DI EPICA: DAL IV AL VI LIBRO

COLLOQUI IN 7'

Jacopo Ayoub Diego Baker David Filippo Christian Riccardo S. Amedeo  Riccardo M. Sara Giacomo Clara Denis Sebastian   Asia  Habiba  Alessandro Sofia Alessia 

Oltre agli appunti, ecco le indicazioni da libro e  qualche lezione integrale.

IV LIBRO

Sul libro di testo pp. 312-315 (vv. 151-177) e  pp. 318-321 (vv. 584-671)

La descrizione della scena di caccia  (vv. 151-164) è animata: animali in fuga (capre, cervi) balzano dalle rocce di questa zona montuosa, mentre il ragazzo Ascanio in mezzo alle valli gode del suo veloce cavallo, in attesa di imbattersi in un cinghiale o in un leone. Il tempo sta cambiando: si prepara una tempesta, che presto si scatena e mette in fuga scomposta un po' tutti. Didone e Enea si ritrovano nella stessa grotta. Il poeta, a questo punto, compone versi (165-172)  che cantano amore e morte. Scrive infatti che la Terra e Giunone pronuba danno il segnale. Brillarono i fulmini e il cielo complice delle nozze, e sulla cima le ninfe ulularono. Quel giorno fu il primo della morte, e la prima causa dei mali; non si cura della lama o dell'apparenza, non pensa più a un amore furtivo Didone, le chiama nozze e sotto quel nome nasconde la propria colpa. Il furor amoroso, predisposto alla sua  manifestazione da un clima tempestoso, non conosce più freni, com'è proprio della sua natura. Torna, nei versi virgiliani, il tema della colpa di Didone, quella che era già stata al centro delle sue conversazioni con la sorella Anna. Possiamo ipotizzare che l'insistenza sia suggerita da precise indicazioni del princeps Ottaviano Augusto in merito alla moralità dell'opera. Tuttavia è anche possibile che l'estro poetico di Virgilio si nutra di certe antitesi: in questi pochi versi infatti furor e pudicitia entrano in evidente conflitto, ma è senz'altro il primo a (provvisoriamente) trionfare

Molto suggestiva la personificazione o prosopopea della Fama nei versi 173-177: è una specie di creatura mutaforma, che da minuscole dimensioni iniziali arriva toccare il cielo con il capo. 

Dunque il desiderio svolge una funzione fondamentale come motore poetico di questa parte: la regina e l'eroe non possono e non vogliono resistere al richiamo del furor e il poeta s'ingegna a immaginare un'occasione propizia e adatta al coronamento del loro reciproco desiderio. Si tratta, come nella miglior tradizione di questo slancio ben noto agli umani fin dai miti più antichi, di una fiamma breve e intensa,  proprio come il bagliore di una stella lontana che l'occhio riesce a cogliere solo per un istante, e in quello immaginare di averla raggiunta. Poi tutto precipita, così com'era previsto. Il dio di tutti, il fato, riprende saldamente il filo della vicenda e persino gli dei si muovono come marionette al suo comando. Mercurio (Ermes) inviato da Giove (Zeus) avverte Enea che non è più il caso d'indugiare. Così, nei versi successivi, si consuma quello che è, dal punto di vista di Didone, un sanguinoso, imperdonabile tradimento.

L'immagine dell'eroe si trasforma, nel discorso risentito di Didone: traditore, hai persino sperato di potermi nascondere questa orribile cosa, e di andartene dalla mia terra in silenzio? Tutto, della decisione di Enea, la induce a pensare male di lui: l'aver agito di soppiatto, l'essere stato incurante dei suoi sentimenti, l'averla condannata a morte. Particolarmente significativo il richiamo alla pietà, tratto distintivo dell'eroe, che la sta abbandonando in una situazione difficile, circondata da nemici che la odiano anche più in seguito alla benevolenza da lei dimostrata nei suoi confronti. I versi ci mostrano un Enea a capo chino, obbediente al monito di Giove (v. 331), certamente angosciato, ma irremovibile. La moles dell'incarico fatale si manifesta qui con tutto il suo peso. Alla fine, però, deve dire qualcosa: afferma di non aver mai tenuto la fiaccola dello sposo, di non aver stretto patti matrimoniali. Ammette di aver provato e di provare un desiderio, ma le sue parole in merito sono a ben vedere non proprio consolanti per Didone: il desiderio che esplicita Enea è quello di essere ancora a Troia, una Troia non distrutta dalla guerra e nella quale quindi Didone non ci sarebbe. Impietosa, quindi, verso la regina questa parte. Enea le dice che non avrebbe mai voluto nemmeno arrivare fin lì. E poi si lancia in un discorso un po' esaltato sul magnifico futuro che attende i troiani che riusciranno a raggiungere le coste del Lazio. L'ultima scusa, alla fin fine un po' blanda, per la sua precipitosa partenza, suona così: non è di mia volontà che cerco l'Italia. 

VI LIBRO

Nel sesto libro, conclusa la vicenda d'amore e morte su cui ci siamo a lungo soffermati, i troiani riprendono la navigazione verso la saturnia tellus e Enea assume del tutto su di sé la moles dell'incarico fatale. La rotta procede verso le coste dell'Italia, ed è un sogno a guidare l'eroe ad approdare in un luogo dove definitivamente egli viene persuaso della necessità fatale del viaggio. Protagonista del sogno è il padre Anchise, che gli indica un punto d'approdo preciso: Cuma, nella zona degli oggi famigerati campi flegrei. Si tratta di un territorio che già gli antichi identificavano come una delle possibili porte infernali, ovviamente anche per via dei ben noti fenomeni (fumarole, bradisismo) che li interessano. 

Cuma è anche il luogo in cui vive la sacerdotessa o maga Sibilla, indicata da Anchise come prossima guida del figlio in un passaggio nell'oltretomba necessario, ove si voglia rendere propizia la prosecuzione del viaggio. La necessità, spostandoci sul piano autoriale, ovvero di Virgilio che scrive l'Eneide su commissione, è dettata dal fatto che solo ottenendo una prospettiva sugli eventi futuri Enea può convincersi di essere il prescelto per la missione di fondare la nuova stirpe dei romani. Dunque Virgilio costruisce la trama del VI libro in modo da condurre Enea, guidato dalla Sibilla (da notare la simmetria che viene a crearsi con Dante che, nella Divina commedia, si fa invece guidare da Virgilio nel passaggio attraverso due dei tre regni ultramondani) in una dimensione ultraterrena in cui, a un certo punto, gli viene rivelato il futuro del mondo che potrà esistere solo se lui condurrà a compimento la missione. Libro di testo p. 323. 

LA CATABASI

L'Averno descritto nell'Eneide è popolato di mostri, che ritroveremo nell'Inferno di Dante. Nel VI libro, ai versi 236 e seguenti, si legge che Enea, dopo aver compiuto i riti funebri di sepoltura di Miseno (come gli aveva ordinato la Sibilla), giunge insieme alla sacerdotessa all'imboccatura della grotta vicina al lago, indicata come varco infernale. Una voragine orrenda, scrive il poeta, difesa dal lago nero e dall'ombra del bosco. La Sibilla compie ancora riti in cui si mescola il sangue e il vino, invoca Ecate, induce Enea a scannare ancora una pecora nera, invocando infine Proserpina. Dopo l'ultima esortazione rivolta a Enea, affinché si armi di tutto il suo coraggio, la sibilla furiosa (intertestualità con Didone che nel IV canto si aggirava preda della furia amorosa per le strade di Cartagine) entra nella voragine di fronte alla quale si sono appena compiuti i riti propiziatori delle potenze infere. O dei, che avete l'impero delle anime, ombre silenti,/ Caos, Flegetonte, luoghi entro la notte vasta tacenti, /mi sia lecito dir cose udite, svelare per la vostra potenza / il mondo sotto la terra in tenebra fonda sepolto./ Andavano oscuri in notte deserta, per l'ombra / e per le case di Dite, vuote, e gli implacabili regni [...] Così il poeta dipinge l'ingresso del luogo tenebroso, dove poi si palesano penose e paurose personificazioni: il Pianto, i Rimorsi, i pallidi Morbi, l'isterilita Vecchiezza, la Paura, la Fame, il Bisogno, con fantasmi come la Morte, il Sonno, gli impuri Tripudii del cuore, la Guerra, le Furie, la Discordia,  i Sogni vani. E poi uno zoo di mostri: Centauri, Scille biformi, il centobraccia Briareo, la belva di Lerna, la Chimera fiammeggiante, Gorgoni, Arpie, Gerione dai tre corpi. Enea impugna la spada, la protende verso questa folla di apparizioni sconvolgenti, le quali altro non sono che fantasmi, parvenze, destinate a svanire in un istante. Il cammino prosegue verso l'Acheronte, il fiume infernale, torbido e fangoso, ribollente, così come ribollente è il Cocito. Qui trova il traghettatore infernale Caronte, irto, pauroso, dalla lunga barba bianca incolta, dagli occhi di fiamma, rivestito di un sordido mantello. Governa una barca con un remo e una vela, trasporta corpi, ed è vecchissimo. Una folla intera di anime s'ammucchia sulla riva, corpi liberi dalla vita, forti eroi, fanciulli, giovani: tante così nei boschi, al primo freddo d'autunno, / volteggiano e cadono le foglie, o a terra dal cielo profondo / tanti uccelli s'addensano quando, freddo ormai, l'anno /di là dal mare li spinge verso le terre del sole. La similitudine ritorna poi, variata, nella Divina commedia dantesca, così come si ritrova il ritratto di Caron dimonio, degradato rispetto alla rappresentazione virgiliana, che ne scrive come di un dio. Appaiono a Enea, subito dopo, gli insepolti, le anime che non hanno ricevuto gli onori della morte: fra loro il nocchiero Palinuro, scomparso in mare durante il viaggio sventurato verso le rive africane. Palinuro rievoca la tremenda notte di tempesta, la lotta impari con i venti e con le onde e chiede a Enea di tendergli una mano, di farlo salire sulla barca di Caronte, perché lui possa sfuggire a questa permanenza nella zona oscura in cui si trovano gli insepolti. La Sibilla allora interviene: la richiesta di Palinuro è empia follia. Una legge  governa i luoghi infernali e non può essere violata. In compenso però, qui la poesia diventa eziologica come già nel caso di Miseno, le sue ossa a un certo punto arriveranno a una costa che da lui prenderà per sempre il nome: si tratta di Capo Palinuro, luogo già noto con questo nome all'epoca di Virgilio. proseguono  ancora gli incontri per Enea: sopraggiunge a un certo punto, latrando il gigantesco cane con tre gole, la cui molte occupa l'intera grotta: la Sibilla, pronta, gli getta nelle fauci una focaccia soporifera,  un impasto, drogato,  di farina e miele, che il tre gole afferra al volo per crollare poi addormentato. La catabasi è ancora ricca di incontri, non ultimo quello con Didone, fresca ancor di ferita, sorpresa da Enea a vagare nella foresta, che apprendiamo essere immensa,  dell'Averno. Di morte io fui causa! Grida Enea disperato, io non volevo, regina, lasciar la tua spiaggia. Ma la legge dei numi, che or mi fa andare fra l'ombre, per luoghi squallidi, entro la notte profonda, con la sua forza m'urgeva: e non potevo, no, credere che t'avrei dato, partendo, così disperato dolore. Enea implora Didone di fermarsi e parlargli, ma lei è implacabile: anima ardente, aggiunge il poeta, lo guarda torva, mentre l'eroe piange e continua a parlare. Didone è marmoreapiù che rigida roccia o scoglio. Poi di colpo si mette a correre e si nasconde nel bosco, dove trova il marito Sicheo. E lui, il primo marito, al suo affanno risponde. A Enea non resta che restare in disparte e piangere ancora sull'ineluttabilità degli eventi. 

RITRATTO DI DIDONE DAL IV AL VI 

Un breve ritratto di Didone, che sfrutti i loci virgiliani dell'Eneide,  può a volontà partire dal IV o dal VI libro. Scelgo la seconda via, dalla morte alla vita, invece della prima, per onorare l'ispirazione elegiaca del poeta latino invece di quella epica: rendo così omaggio alla sua anima immortale di scrittore, invece che a quella mortale del poeta di corte di Ottaviano Augusto e del suo organizzatore culturale Mecenate. 

Una Didone di smalto, pietrificata e muta come se su di lei si fosse posato lo sguardo mortale della Gorgone, incontra Enea nella sua catabasi infera accompagnato dalla Sibilla. Il poeta indugia per alcuni versi a descrivere la reazione dell'eroe troiano nel vederla apparire nei pressi del fitto bosco infernale: Io sono stato la causa della tua morte? Eppure ti giuro sulle stelle, sugli dei, e se qualcosa fa fede sotto la terra,   malvolentieri, regina, ho lasciato il tuo paese . Ma il comando divino che adesso mi fa andare in mezzo alle ombre, per luoghi squallidi e desolati, nel buio profondo, mi obbligò col suo potere, e non potevo credere che la mia partenza t’avrebbe dato tanto dolore. Fermati, non ti sottrarre al mio sguardo. Chi fuggi? Per destino, è questa l’ultima volta che posso parlarti”. Né parole né lacrime valgono a rendere meno vuoto lo sguardo della suicida per amore, che ostile trova rifugio  nella selva, dove l'attende il marito Sicheo. Questa indimenticabile rappresentazione dell'amore offeso in maniera irredimibile e irreversibile,  offusca quanto s'imprime nella memoria del lettore leggendo l'elegia d'amore che Virgilio innalza nel IV libro, in particolare nei versi che danno espressione al sentimento ormai inequivocabilmente nato nel cuore della regina cartaginese. Poco prima del dialogo con la sorella Anna, è un fuoco profondo quello che ormai divora, letteralmente un furor, una Didone insonne dopo aver ascoltato e condiviso le vicissitudini dell'eroe raccontate durante il banchetto. Da questa immagine si capisce già, è il poeta a lasciarlo intendere, che quello che Didone si predispone a vivere è un amore a morte, una passione funesta, apportatrice di lutto, cui fa da accompagnamento il pianto disperato che effonde nelle braccia della sorella, inutilmente rassicurante su quello che potrà accadere se Enea e Didone diventeranno amanti. 

L'ANABASI AI CAMPI ELISI

Libro di testo, pp. 333-334

L'incontro con Anchise si svolge nello scenario dei Campi Elisi, descritti come un locus amoenus, sito nel cuore di una verde vallata. Si tratta di un incontro emozionante, che il padre commenta con un'esclamazione, la tua pietà, da me tanto attesa, ha dunque vinto la durezza del tuo cammino? Posso, figlio mio, guardarti in viso, ascoltare la tua voce e risponderti?[...] Come ho temuto che il regno di Libia di fosse fatale!" [...] Tre volte tentò di cingergli il collo con le braccia, tre volte, afferrata invano, l'immagine gli sfuggì dalle mani come un vento leggero, simile a un sogno fugace. Nella parola pietà si addensa il mos maiorum con i suoi tre pilastri, dei, patria, famiglia, evocati nell'immagine (III libro) della partenza da Troia con il padre sulle spalle, lari e penati trasportati dagli uomini incaricati, il figlio Ascanio: l'ascendenza e la discendenza (il padre e il figlio) di colui al quale il destino ha assegnato il compito fatale che il soggiorno in terra libica stava per minacciare definitivamente. 



 

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