PROGRAMMAZIONE COLLOQUI STORIA E CONTENUTI DETTAGLIATI (LEZIONI INTEGRALI)
COLLOQUI IN 7'
Alessia David Filippo Christian Jacopo Ayoub Diego Baker Giacomo Clara Denis Sebastian Amedeo Riccardo M. Asia Habiba Sara Alessandro Sofia Riccardo S.
Oltre agli appunti, ecco le indicazioni da libro e le lezioni integrali
Da libro di testo: pp. 450-453 (servono a ripassare e collegare: res publica, Polibio, limite dei poteri, il problema della democrazia)
A inizio secolo (il I a. C.) inizia una pressione da settentrione destinata ad accrescere i problemi difensivi di Roma e a diventare una nuova variabile anche per i meccanismi di distribuzione del potere interni al governo cittadino. In particolare, sono le tribù dei Cimbri e Teutoni a minacciare la Gallia Narbonese (Provenza) e la pianura padana già intorno al 105 a. C.. Dopo una disfatta pesante, quando il comando passa al console Mario, i Romani ottengono una vittoria importante a Aquae Sextiae (Aix en Provence) nel 102 e nel 101 ai Campi Raudii (vicino a Vercelli). Nello stesso periodo si manifesta con nuova imponenza il problema degli italici e della loro cittadinanza, già emerso ai tempi dei Gracchi: quello della cittadinanza agli Italici. La proposta di Caio Gracco viene ripresa dal tribuno Marco Livio Druso nel 91 a. C.. Druso ebbe l’accortezza di camuffare la proposta in mezzo ad altre, favorevoli all’aristocrazia, ma non bastò. Anche se restituiva il controllo dei tribunali ai senatori, immetteva 100 cavalieri in senato (un po’ di compromessi), tuttavia gli optimates procedono di nuovo come con i Gracchi: sobillano il popolo e Druso viene assassinato. Diversamente dalla volta precedente, con Caio Gracco, però, i provinciali si ribellano con le armi a Ascoli Piceno e danno inizio a una decennale guerra sociale, quasi una guerra civile. Creano una specie di stato parallelo in provincia dell’Aquila che chiamarono Italica (battono anche moneta). Al termine della guerra, formalmente vinta da Roma, che costringe separatamente alla resa i ribelli, è concessa la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Italia peninsulare, escludendo isole e pianura padana. Focolai di ribellione restano, in particolare a opera dei Sanniti (provvisti di forte identità e propensione alla guerriglia.
A questa problematica interna se ne associa però anche una esterna: il re del Ponto Mitridate VI (una delle tante monarchie originate dalla frantumazione dell’impero di Alessandro in età ellenistica) vuole espandersi a danno dei limitrofi, tutti alleati con Roma. Nell’88 a. C. Mitridate fa massacrare in una sola giornata 80000 commercianti romani e italici e Roma non può più esimersi dall’intervenire. Peraltro Mitridate appare agli occhi degli orientali un eroe, capace di opporsi al Romani conquistatori. Il comando dell’esercito e della spedizione contro Mitridate sarebbe dovuto spettare a Silla, console in carica, ma un’alleanza di suoi nemici politici (populares e cavalieri) in senato vota un irrituale assegnazione a Mario. Di qui la decisione di Silla, appunto console in carica che si trovava fuori Roma per reprimere in Campania ultimi focolai di guerra sociale, di non deporre le armi prima di varcare il pomerio e entrare armato a Roma. A rendere forte ma non avventata questa decisione il rapporto personale con i soldati, instauratosi anche in virtù delle modifiche volute da Mario. Mario dovette fuggire e si scatenò una caccia ai suoi seguaci da parte dei sostenitori di Silla, Al comando dell’esercito contro Mitridate Silla riportò molte vittorie. Intanto, per quanto riguarda la situazione interna di Roma, Mario era morto nell’86, subito dopo essere stato eletto console e il controllo di Roma era passato ai suoi seguaci, tra cui Cinna, console per tre anni dall’86 all’84, ma appena Silla ebbe concluso le operazioni contro Mitridate, costringendolo a rientrare nei suoi territori, rientrò a Roma, di nuovo in armi. A capo delle forze mariane si pose il figlio adottivo di Mario, Mario il Giovane, si arrivò a un combattimento di Porta Collina nell’82 dove morì e i populares furono sbaragliati. Si affaccia sulla scena anche Pompeo, collaboratore di Silla, che insegue fino in Spagna, Sicilia e Africa gli ultimi mariani. Quella di Silla è a tutti gli effetti una dittatura personale, sostenuta dalla potentissima famiglia dei Cecili Metelli, la cui insegna araldica era un elefante (memoria di una sconfitta inflitta ai Cartaginesi), e che aveva dalla sua un numero elevatissimo di componenti: i maschi diventavano consoli per prerogativa e le femmine facevano grandi matrimoni d’interesse dinastico. Indeboliti nel periodo di Mario, riprendono vigore con Silla, che ha bisogno di loro per puntellare il suo prestigio personale. Il dittatore, tra l’altro, sposa una Metella, Il loro ultimo periodo d’oro coincide appunto con la sua dittatura. Il termine dittatore è antico, ma il contenuto è nuovo. Intanto l’estensione a vita snatura la carica nella sua concezione originaria. Poi s’accompagna a immediate decisioni di supporto: le liste di proscrizione contro i nemici ovvero la licenza di uccidere anche per schiavi e figli a danno di padroni e padri; confische di patrimoni anche di eredi: di qui smisurati arricchimenti dei seguaci, ad esempio Licinio Crasso). Poi procede alle riforme: del tribunato della plebe (proposte di legge previa approvazione del senato e limitato ricorso al diritto di veto; se uno era stato tribuno si precludeva qualsiasi altra carica politica). Quindi impone ai generali di congedare tutti i soldati prima del pomerium (intera penisola, esclusa pianura padana, la linea che va dal Rubicone presso Rimini al Magra vicino a la Spezia). Inoltre; i consoli non potevano essere rieletti prima di 10 anni, cambia le età minime per elezione a cariche, fissa l’obbligo di percorrere il cursus dalla base, estende il numero dei senatori apprendo il senato alle cariche minori (da 300 a 600) e assegna al senato di nuovo il controllo dei tribunali per processi a governatori delle provincie. Aumenta il numero dei pretori da 2 a 8 e affida loro dei tribunali permanenti incaricati di giudicare illeciti di vario genere, compresi brogli e omicidi (sottraeva così qualsiasi potere alle assemblee popolari, che prima potevano incidere). Chiaro il disegno di rafforzamento oligarchico.
• Dopo questa intensa attività riformistica, Silla si ritira nel 79 a vita privata e muore nel 78.
Sulla scena politica a questo punto restano due suoi seguaci, Pompeo e Crasso: il primo rappresenta il carisma personale (ha un “suo esercito” reclutato dalla gens di appartenenza e dai clienti) il secondo la ricchezza. Come già Silla, Pompeo rafforza il carisma con imprese di difesa di Roma: nel suo caso non si tratta di Mitridate ma di Sertorio, ex ufficiale di Mario che guida rivolte in Spagna (la guerra finisce solo nel 71, ma da quella vittoria viene l’epiteto di Magno per lui). Un altro fronte caldo per Roma restano le rivolte servili: celebre quella di Spartaco, ex soldato tracio, che forma un esercito misto (schiavi e liberi impoveriti) che tiene in scacco Roma fino al 71: vinto da Crasso (crocefissi lungo l’Appia).
Divenuti consoli insieme, Pompeo e Crasso nel 70 iniziano a smantellare parti più impopolari della riforma di Silla. In particolare restituiscono al tribunato il suo profilo originario, poi progettano di reintegrare i cavalieri nei tribunali, ma nel frattempo avviene il processo di Verre, governatore ladro di Sicilia, che vede presente in veste di difensore dei diritti dei siciliani il giovane Cicerone, che scrive 7 orazioni, le Verrine, che Verre non attende nemmeno siano tutte pronunciate, andando in esilio volontario prima di essere condannato in contumacia. Si dimostra così che la giustizia viene applicata anche in questi tribunali senatoriali (è un favore agli optimates).
Pompeo consolida il suo prestigio con la guerra contro i pirati (che preoccupano sia i cavalieri sia la plebe con le loro scorrerie) e con una campagna in Asia Minore contro Mitridate VI: alla fine questi si suicida e il Ponto diventa provincia di Roma. Prende forma anche il controllo della Palestina, della Siria e della Cilicia. Mentre Pompeo è in oriente, nel 63 a. C. scoppia a Roma un nuovo problema civile: la congiura di Catilina.
Catilina era un nobile di famiglia decaduta, sostenitore di Silla, arricchitosi durante le proscrizioni e poi caduto di nuovo in povertà avendo sperperato tutte le fortune, mai riuscito a conquistare il consolato fra il 65 e il 63, battuto l’ultima volta da Cicerone. Deciso a conquistare comunque il potere, Catilina organizza una congiura che Cicerone scopre, per via di delazione, e denuncia in senato nell’ottobre del 63 (4 orazioni, le Catilinarie) condannando a morte senza appello al popolo (cosa per la quale viene poi a sua volta accusato e esiliato qualche anno dopo) suoi sostenitori immediatamente arrestati, mentre Catilina scappa e si rifugia in Etruria dove ha radunato un piccolo esercito irregolare che si scontra a Pistoia con le truppe consolari nel 63 e viene sconfitto (anche Catilina muore).
La congiura di Catilina mette in evidenza una debolezza strutturale dello Stato per un aspetto: le classi dirigenti romane non si rendono ancora del tutto conto, o non vogliono farlo, di quanto i gruppi sociali completamente esclusi dalla vita politica e dai vantaggi delle ricchezze che arrivano alle casse romane a seguito delle conquiste possano essere predisposti alla violenza organizzata da qualcuno, come avviene nel caso di Catilina: si tratta delle res novae, le cose nuove, temute dagli antichi che identificano con questo una rivoluzione che per loro è una categoria negativa, qualche cosa da evitare assolutamente. Gli esclusi da tutto, però, possono ingrossare le fila d’un malcontento che, adeguatamente indirizzato, rappresenta una minaccia per le istituzioni della repubblica. Che non a caso inizia a scricchiolare.
L’ascesa di Cesare avviene in questo scenario (100 - 44 a.C.). Appartiene a una famiglia della gens più antica di Roma, la Iulia, è imparentato con Mario e, giovanissimo, sposa la figlia di Cinna, a sua volta mariano. Intraprende il cursus secondo le regole imposte da Silla (gradualità, età d’accesso). Pontefice massimo proprio nell’anno della congiura di Catilina, ha una parte ambigua nella faccenda, così come Crasso, ma fa in modo di cancellare ogni traccia di questa sua connivenza una volta sconfitto il disegno “rivoluzionario”. Cesare, provvisto di doti carismatiche e di notevoli capacità manipolative, che esplica anche con la sua attività di cronachista delle proprie imprese, si destreggia fra optimates e populares, appoggiando Pompeo e favorendo l’assegnazione a lui della guerra contro i pirati che contribuisce tanto a edificarne la potenza.
Così si arriva (60 a.C.) a quella spartizione personalistica del potere che prende il nome di triumvirato, un patto tra privati cittadini (Cesare, Pompeo e Crasso) non ratificato da nessuna assemblea. Si trattava di stabilire sfere di influenza e obiettivi di ciascuno di loro, senza che le magistrature ordinarie potessero interferire nel progetto. Cesare, dei tre, era al momento ancora il più debole, ma di sicuro quello con il disegno politico più chiaro e lungimirante: stabilire una dittatura democratica, invece che una oligarchica, come quella instaurata da Silla. Cesare ottiene il consolato nel 59, con l’appoggio degli altri due, e procede con l’attuazione di quanto concordato con loro: distribuzione di terre ai veterani di Pompeo, ratifica delle conquiste orientali di quest’ultimo, favori ai pubblicani con riduzione della percentuale d’appalto da dare allo Stato (ci teneva Crasso) e, per sé, assegnazione dell’incarico di governare la Gallia Cisalpina e l’Illirico , esteso poi anche alla Gallia Narbonese dal 58 al 53 (5anni), con quattro legioni a disposizione (25000 uomini circa) e accesso al tesoro senza controllo del senato. Prima di partire Cesare sferra attacchi contro due avversari politici temibili: Cicerone e Catone, che sarà poi detto l’Uticense, discendente di Catone il Censore del II secolo. Il compito di rendere inoffensivi i due fu affidato al tribuno Clodio Pulcro: Cicerone venne accusato di aver condannato a morte cittadini romani senza appello al popolo durante la congiura di Catilina e mandato in esilio, mentre a Catone fu affidato il governo della lontana Cipro.
Sull'impresa gallica Cesare scrive 7 libri, il De bello gallico, ai quali poi ne aggiunge tre, De bello civili, per raccontare quel che ne segue una volta tornato a Roma. Dieci libri per spiegare e al contempo manipolare.
I fatti: la Gallia è un immenso territorio abitato da Galli e Germani. Divisi in tribù, disuniti, non sono difficili da conquistare proprio per via di questa mancanza di unità. Cesare deve trovare un pretesto per attaccarli e lo trova nella circostanza che gli Elvezi, stanziati nel territorio della Svizzera, pressati da Germani volevano passare attraverso i territori controllati dai Romani per migrare verso ovest. Cesare nega il permesso, li costringe a un percorso più lungo che passa attraverso il territorio degli Edui, alleati con i Romani, e quando gli Elvezi obbediscono li attacca col pretesto di proteggere gli Edui. Così stermina gli Elvezi a Bibracte (Borgogna) nel 58.
Poi è tutto un seguito di attacchi e stermini, finché nel 55, a fronte delle continue vittorie che rafforzano il prestigio di Cesare, Pompeo richiama Cicerone dall’esilio e sostiene al consolato Lucio Domizio Enobarbo che avrebbe revocato, se eletto, il mandato in Gallia di Cesare. Si arriva però gli accordi di Lucca nel 54: a Pompeo la Spagna, territorio fedelissimo dai tempi di Sertorio, a Crasso l’oriente (contro i Parti), a Cesare la Gallia per altri cinque anni.
Cesare sbarca in Britannia, avanza in Germania, non conquista territori stabilmente ma impressiona l’opinione pubblica. Nel 53-52 si crea una grande coalizione di popoli gallici guidati da Vercingetorige, capo degli Arverni, che culmina con la difficilissima battaglia di Alesia, da cui Vercingetorige esce sconfitto (prigioniero per sei anni a Roma, fino al trionfo di Cesare, dopo il quale fu decapitato). Gli anni 51-50 furono spesi in un definitivo controllo del territorio (genocidio).
Mentre Cesare procede con le sue conquiste, Crasso perde rovinosamente con i Parti a Carre, in Mesopotamia nel 53: l’esercito è decimato, lui catturato e ucciso. Nel 52 Clodio, principale agente di Cesare a Roma, viene ucciso da una banda armata capeggiata da Milone. Seguono disordini e Pompeo è nominato console sine collega (da solo al potere consolare, senza un collega).
Si approfondisce la frattura fra Pompeo e Cesare, il cui mandato in Gallia (il secondo) è in scadenza nel 49.
Cesare mira a presentarsi per candidarsi al consolato, ma i suoi avversari gli intimano di presentarsi in Roma come privato cittadino, congedando le legioni.
Cesare, che si trovava a quel punto già a Ravenna, disse che avrebbe accettato se avesse fatto la stessa cosa anche Pompeo. Il senato varò allora un senatus consultum ultimum che dichiarava nemico di Stato Cesare, il quale a quel punto varcò il Rubicone.
Era l’inizio della guerra civile e Pompeo e i suoi sostenitori ottimati si trasferirono in Oriente (per comodità di stanziamento delle legioni).
A quel punto le mosse di Cesare furono molto rapide: prima in Spagna, poi in Grecia, sconfigge a Farsalo Pompeo sul campo. Questi si rifugia dal re d’Egitto Tolomeo XIII, ma viene tradito. In lotta con la sorella Cleopatra, Tolomeo spera nell’appoggio di Cesare che però sostiene Cleopatra, rimanendo comunque bloccato 10 mesi in Egitto (ha un figlio con lei, Cesarione).
Deve ancora battere eserciti pompeiani, fino alla battaglia più difficile a Munda, in Spagna, nel 45.
A quel punto sono morti tutti i suoi principali oppositori, compreso Catone, suicida a Utica (per questo viene detto l'Uticense, dopo la battaglia di Tapso (Tunisia). [da ricordare che il suo è un suicidio stoico: si suicida perché la vita sotto una dittatura non è più degna di essere vissuta, lo stoicismo lo prevedeva come sommo gesto di libertà]
Nel 46 Cesare viene nominato dittatore per 10 anni, ma dopo la vittoria di Munda gli viene dato il titolo di imperator e di pater patriae.
Poi Cesare mira alla dittatura a vita, ma contestualmente intende procurarsi, attraverso la clemenza usata come strumento politico per ottenere la concordia ordinum, se non l’appoggio almeno una sorta di collaborazione.
Non usa le liste di proscrizione e coinvolge molti ex sostenitori di Pompeo nella gestione dello Stato.
Limita lo strapotere nelle province dei pubblicani e concede la cittadinanza romana ai Galli della Cisalpina, dove fonda molte colonie, così come in Spagna.
Impiega proletari in realizzazione di opere pubbliche, istituisce una nuova sede per il senato, avvia lavori del Foro Iulio; opere di deviazione del Tevere per contenere le frequenti inondazioni e il risanamento delle paludi pontine nel sud del Lazio. Porta a 900 da 600 i senatori e moltiplica il numero dei magistrati per ampliare la classe dirigente (l’impero era estesissimo) riforma anche il calendario (calendario giuliano, fino a quello gregoriano nel 1562, voluto da papa Gregorio XVI.
Il 15 marzo del 44 (Idi) un gruppo di congiurati lo assassina. Tra loro Bruto e Cassio, pompeiani graziati da lui, con 23 pugnalate.
COLLEGAMENTO
Collegamento fra la sottovalutazione del problema degli ultimi e la fine del metus hostilis, convergenti nel determinare la crisi della res publica.
In occasione della congiura di Catilina si può notare come la fine del metus hostilis e la sottovalutazione del problema degli ultimi convergano nel determinare l'indebolimento, quindi la crisi, della res publica. In tale circostanza, infatti, da una parte si vede operare l'elemento corruttore dei costumi rappresentato dall'amore per il lusso, per l'accumulo di danaro, per il raggiungimento di cariche politiche che, accrescendo il potere, siano a loro volta motore di arricchimento. Allo stesso tempo, se Catilina riesce a trovare molti seguaci, al punto da poter costituire un esercito (per quanto di ridotte dimensioni, se comparato alle forze legali, ossia consolari, della res publica) è perché gli scontenti sono tanti e in crescita, sia tra le file dei provinciali sia tra quelle degli ultimi della scala sociale, impoveriti anche dalla politica di redistribuzione delle terre, volta progressivamente a beneficiare i soldati al servizio di comandanti potenti, ossia i veterani di quegli eserciti che stanno sempre più trasformandosi in forze personali detenute da personaggi di spicco nelle guerre esterne come Pompeo, Crasso e, vedremo tra poco, Cesare.
INTRODUZIONE A CESARE (ispirata, ma non unicamente, a Luciano Canfora, Giulio Cesare e a Ronald Syme, La rivoluzione romana)
La prima giovinezza di Cesare ci appare come la vicenda di un uomo braccato ma indomito, impegnato nella difesa dell’onore della fazione popolare, provvisoriamente sconfitta. Si scatena contro di lui l’ostilità di Silla dittatore, che vorrebbe eliminare fisicamente il nipote di Gaio Mario, rampollo di una delle più antiche famiglie patrizie, la gens Iulia, che vantava una mitica discendenza da Iulo figlio di Enea. Infierire sul giovanissimo figlio di Gaio Giulio Cesare (maior, morto nell’85, quando il futuro dittatore, nato probabilmente nel 101 a. C. a Roma, aveva appena 16 anni) non sarebbe stato del tutto indolore. Silla tenta di umiliarlo, cercando di imporgli di lasciare la moglie, Cornelia, a sua volta figlia di Cinna, l’altro capo popolare, che Silla aveva sconfitto quando aveva marciato su Roma. Cesare sperimenta cosa significhi rischiare tutto, in una situazione di strapotere dei nemici politici e cosa possa comportare il dominio incontrollato della factio paucorum. Costretto a cambiare ogni notte nascondiglio, a corrompere col denaro la gente che gli dava la caccia, alla fine ottiene di essere risparmiato per intercessione delle Vestali, oltre che di Aurelio Cotta: Silla ha dunque trovato resistenza nel suo stesso entourage contro l’iniziativa di liquidare Cesare. Egli sceglie allora di scomparire da Roma per un poco: nasce così la sua missione, come legatus di Marco Minucio Termo. Nell’81 Termo, subito dopo la pretura, o forse prima ancora della scadenza della magistratura, era stato inviato nella provincia d’Asia ed aveva con sé Giulio Cesare. Era evidentemente un modo di portarlo via da Roma. In Asia Cesare fu incaricato da Termo di svolgere una missione presso Nicomede, re di Bitinia e buon amico della repubblica romana. Fu allora che sorse la grande amicizia tra Cesare e Nicomede, su cui gli avversari infierirono con pesanti e insistenti allusioni all’aspetto sessuale di tale amicizia. Ancora 35 anni dopo, il tema era oggetto di scherzo anche nelle strofette che i soldati cesariani cantavano durante il trionfo sulla Gallia: Cesare sottomise le Gallie, Nicomede sottomise Cesare. La missione in Asia fu caratterizzata anche da eventi bellici: Cesare si distinse nell’assedio di Mitilene – ultimo focolaio di resistenza anti-romana dopo la sconfitta di Mitridate; nel 78 lo troviamo in Cilicia al servizio di Servilio Isaurico, il quale, dopo il consolato, era stato investito di un delicato comando contro i pirati. La Cilicia era il loro punto di forza, la loro base, il loro rifugio. Non conosciamo con esattezza i dettagli: sembra evidente che Cesare abbia continuato ad operare in Oriente: non è più ritornato a Roma, vivo Silla. Si è via via associato, con speciali incarichi, presso comandanti romani che sopraggiungevano in Asia Minore. La sua appartenenza al patriziato rendeva ciò possibile. C’è da dire, anche, che, evidentemente, magistrati pur graditi a Silla gli aprivano le porte: e questo ha contribuito non poco alla sua sopravvivenza e alla sua salvezza.
Tornato a Roma, con un viaggio che Velleio immagina pur sempre insidiato dai pirati padroni dei mari, Cesare ottiene un primo successo elettorale: l’elezione al tribunato militare, nel 72 per l’anno seguente. Proprio la campagna elettorale del 71, quando Crasso aspira al consolato (e vi giunge mettendosi d’accordo con Pompeo) e Cesare è tribuno dei soldati, rappresenta l’occasione per un avvicinamento tra i due sulla base di una reciproca convenienza. L’anno 70 è epocale per la costituzione e per la politica romana. I due consoli, che erano anche i due maggiori potentati, si accordano, già nella campagna elettorale, e poi nell’azione di governo, per la demolizione dell’impalcatura costituzionale sillana, e in particolare per la restituzione ai tribuni delle loro prerogative. Il clima è ormai mutato. Lo si vede ben presto quando, entrato in carica come questore il 5 dicembre del 70 a. C., Cesare mette in opera una serie di gesti dal chiaro valore emblematico, di restituzione, in forma ufficiale, alla parte mariana, dell’onore politico. Pronuncia dinanzi ai rostri, nel Foro, secondo l’antico costume, l’elogio funebre di sua zia paterna, Giulia, vedova di Gaio Mario, e quello di sua moglie Cornelia, figlia di Cinna, morte entrambe nel 69 a. C.. Durante il trasporto funebre, fa esporre in prima fila le immagini di Gaio Mario e di suo figlio Mario il giovane, esibite in pubblico allora per la prima volta dal tempo della vittoria sillana. Alle proteste di alcuni, risponde l’entusiasmo popolare per quella iniziativa: il popolo lo accolse con applausi, come se avesse riportato dall’Ade in città i gloriosi ricordi di Mario. Consapevole dell’efficacia dei simboli, e forte del successo ottenuto, quando sarà edile, quattro anni più tardi, farà rimettere in piedi anche i trofei di Mario.
Saltiamo qualche anno e arriviamo alla scelta politica di lungo periodo: imbarcarsi per un consistente periodo di tempo in una grande campagna di conquista e “colonizzazione” con un esercito di vaste proporzioni (un numero di legioni necessariamente proporzionato all'ampiezza della campagna) significava sostituire man mano alla sua angusta “base” tradizionale “urbana” una imponente massa militare: un soggetto politico sempre più ingombrante e capace di contare nelle decisioni dei potentati (come aveva egli stesso esperimentato quando aveva dovuto battersi, da console, per le necessarie, indilazionabili, gratificazioni alle legioni di Pompeo). Incomincia così, con il lungo impegno militare in Gallia, una nuova fase della biografia politica cesariana, in cui il fatto più importante è il costituirsi man mano di una sua nuova base politica: anche se ciò non comporta la rottura con il retroterra popolare lasciato a Roma, giacché a Roma ci sono i suoi uomini, e continua, comunque, a funzionare, in condizioni più rischiose, il patto triumvirale.
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