I LIBRI DAL VII ALL'XII DELL'ENEIDE con CONCLUSIONE
Virgilio, l'abbiamo constatato soprattutto nel IV libro, è un poeta elegiaco. La poesia d'amore è pienamente nelle sue corde e quando si tratta di esprimere il furor al quale l'amore, anzi, Amore può condurre, e non a caso per gli antichi è una divinità, la poesia raggiunge vertici e tocca il cuore dei lettori. Tuttavia l'altro cuore dell'Eneide, non sarebbe un poema epico non fosse così, è senza dubbio la guerra. Questa, Virgilio è in grado di sentirlo e di tradurlo in poesia eterna, è sempre intrisa di sangue, nutrita da insaziabili ambizioni, avidità sconfinate. Il profugo Enea, col il suo marchio fatale e la sua responsabilità di fondatore di una nuova civiltà, porta sulle spalle il peso della guerra passata, di quella presente e persino di quella futura. Le fiamme di Troia, gli scontri nella Saturnia Tellus appena raggiunta (sono i libri dal VII al XII a raccontarli) e, incisi sullo scudo che è il dio Vulcano a procurargli per sostenere i nuovi combattimenti, anche i combattimenti che Ottaviano Augusto, sua progenie, combatterà secoli dopo, a ridosso della sua ascesa al potere, ad Azio. Magari il poema non era finito davvero e sarebbe stato da bruciare, ma l'ultima scena che ci è dato leggere è quanto di più indimenticabile vi sia proprio rispetto a questo filo conduttore della guerra come terribile sovrano del mondo intero. Enea, dopo lo sbarco in Lazio, si trova a dover fronteggiare battaglie e molte perdite umane perché, per quanto il re Latino gli sia favorevole, e intenda concedergli in sposa la figlia Lavinia, il suo arrivo fomenta discordie fra i popoli del territorio, primo fra tutti quello dei Rutuli, il cui sovrano, Turno, mirava a sua volte alle nozze con Lavinia. Dopo innumerevoli scontri sanguinosi, in cui perdono la vita, su tutti i fronti, persone di grande valore, Enea sfida a duello Turno, protetto da Giunone, ma destinato dal fato a essere vinto. Non ci può essere giustizia in una vittoria che è il fato a volere. Ma soprattutto, a Virgilio è ben chiaro che Ottaviano Augusto vuole da lui un poema encomiastico, nel quale la sua stirpe di combattenti invincibili venga esaltata con la gloria che spetta loro, anche solo per via di tale conclamata invincibilità. Di qui il gesto spietato di quello che fino a quel momento era stato esaltato come l'eroe pio per eccellenza. Al nemico che chiede pietà risponde affondando la lancia nel petto.
Ma anche per questo finale, è giusto che lasci la parola alla poesia letta direttamente, con il vuoto intorno che riesce a creare, in questo caso, anche il tema di per sé: il vuoto di una morte violenta, che si sarebbe potuto, ma non voluto, evitare.
Turno da terra, supplice, gli rivolge lo sguardo e la destra implorante: l'ho meritato, dice, e non me ne dolgo. Approfitta del tuo destino. Ma abbi pietà di mio padre, anche tu ne hai avuto uno, non renderlo infelice, restituiscigli o me o, almeno, il mio corpo. Hai vinto, e io sono sconfitto e umiliato. Lavinia è tua. L'odio, a questo punto, è inutile. Enea resta immobile. Le parole di Turno sembrano averlo convinto. Ma all'improvviso si accorge di quello che il nemico indossa: una cinta del giovane Pallante, strappatagli da Turno dopo averlo ucciso in battaglia. Il dolore provato per la sua morte arde come il primo giorno, vivo e crudele: si riaccende la furia nel suo cuore e gli detta parole d'odio. Osi chiedere pietà? Rivestito delle spoglie dei miei, vorresti che io ti risparmiassi? Ecco, è Pallante a infliggerti questa ferita, è lui a immolarti e a vendicarsi di te col tuo sangue scellerato. E con queste parole gli affonda la spada nel petto. La vita fugge dal corpo di Turno, e trova riparo sdegnosa nelle tenebre dell'Orco.
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