ESERCIZI DI ANALISI DEL CAPITOLO XXVI
A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s’era ingegnato di risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar parola. E, per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, nè altro da temere che le critiche de’ nostri lettori; anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo, con così poca fatica, tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli altri, di sacrifizio illimitato di sè. Ma pensando che quelle cose erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio.
Notevole il fatto che Manzoni non si trattenga dal manifestare una riserva nei confronti del discorso del cardinale Federigo Borromeo, quello che comunque nel romanzo viene pure rappresentato come un personaggio eccezionale, non solo per i tempi, ma in assoluto, pure nel contesto della chiesa. Si tratta di una riserva che fa riferimento a una possibile ipocrisia del cardinale, subito tuttavia fugata dalla considerazione che quelle cose erano dette da uno che poi le faceva.
“Voi non rispondete?” riprese il cardinale. “Ah, se aveste fatto, dalla parte vostra, ciò che la carità, ciò che il dovere richiedeva; in qualunque maniera poi le cose fossero andate, non vi mancherebbe ora una risposta. Vedete dunque voi stesso cosa avete fatto. Avete ubbidito all’iniquità, non curando ciò che il dovere vi prescriveva. L’avete ubbidita puntualmente: s’era fatta vedere a voi, per intimarvi il suo desiderio; ma voleva rimanere occulta a chi avrebbe potuto ripararsi da essa, e mettersi in guardia; non voleva che si facesse rumore, voleva il segreto, per maturare a suo bell’agio i suoi disegni d’insidie o di forza; vi comandò la trasgressione e il silenzio: voi avete trasgredito, e non parlavate. Domando ora a voi se non avete fatto di più; voi mi direte se è vero che abbiate mendicati de’ pretesti al vostro rifiuto, per non rivelarne il motivo.” E stette lì alquanto, aspettando di nuovo una risposta.
Il Cardinale ha un piglio implacabile nei confronti di don Abbondio: è intenzionato a scoprire, nel senso di fargli dire, fino a che punto si sia spinto nel tenere nascosto, obbedendo all'iniquità, il motivo che lo spingeva a non rivelare il nome di colui che si stava interponendo fra i due sposi per impedirne il legittimo matrimonio.
— Anche questa gli hanno rapportata le chiacchierone, — pensava don Abbondio; ma non dava segno d’aver nulla da dire; onde il cardinale riprese: “se è vero, che abbiate detto a que’ poverini ciò che non era, per tenerli nell’ignoranza, nell’oscurità, in cui l’iniquità li voleva... Dunque lo devo credere; dunque non mi resta che d’arrossirne con voi, e di sperare che voi ne piangerete con me. Vedete a che v’ha condotto (Dio buono! e pur ora voi la adducevate per iscusa) quella premura per la vita che deve finire. V’ha condotto... ribattete liberamente queste parole, se vi paiono ingiuste, prendetele in umiliazione salutare, se non lo sono... v’ha condotto a ingannare i deboli, a mentire ai vostri figliuoli.
In un crescendo di umiliazione per don Abbondio, il cardinale lo porta a ammettere che, in nome della conservazione della propria vita ha accettato di ingannare e mentire ai suoi figlioli. La massima trasgressione del magistero ecclesiastico proveniente direttamente da Cristo che si possa immaginare.
-------------------------------------------------------- poi prosegue così
— Ecco come vanno le cose, — diceva ancora tra sè don Abbondio: — a quel satanasso, — e pensava all’innominato, — le braccia al collo; e con me, per una mezza bugia, detta a solo fine di salvar la pelle, tanto chiasso. Ma sono superiori; hanno sempre ragione. È il mio pianeta, che tutti m’abbiano a dare addosso; anche i santi. — E ad alta voce, disse: “ho mancato; capisco che ho mancato; ma cosa dovevo fare, in un frangente di quella sorte?”
Torna l'umorismo momentaneamente sospeso. Tutto è sempre capovolto nel pianeta (il mio pianeta!) di don Abbondio: l'innominato, pentitosi e convertitosi, ormai votato al bene, resta pur sempre un satanasso, del quale non si capacita non solo che possa aver cambiato inclinazioni ma anche che si possa smettere di aver paura, per gettargli appunto le braccia al collo. Poi, sopraggiunge la spiegazione semplicistica, quella che (sempre nel suo pianeta) mette a posto tutto: sono superiori; hanno sempre ragione. Che naturalmente, nella lingua di don Abbondio, suona esattamente al contrario. Hanno sempre torto, perché ad avere piuttosto sempre ragione è invece lui, il povero curato, che dal suo personale punto di vista non ha mai fatto niente di male, anzi, non merita proprio che gli si dia addosso solo perché è venuto meno al suo dovere cristiano per paura di morire. E come suona falsa quella doppia esclamazione ho mancato ho mancato dal momento che a seguire aggiunge subito, ma cosa dovevo fare in un frangente di quella sorte? Non ha capito nulla di quello che il cardinale gli ha detto. E se questo è accaduto è perché don Abbondio è assolutamente certo di avere ragione sempre. Ha una fede incrollabile in se stesso, che stride con la debolezza che attribuiamo a un personaggio che ci siamo abituati a definire prima di tutto pavido. Stride, ma può invece associarsi, con una credibilità psicologica che persino eventi contemporanei ci permettono di constatare. Bisogna sempre considerare le relazioni di coerenza: quanti sono quelli che, occupando posizioni di rilievo nella società, o avendo la responsabilità di occuparsi di persone completamente prive di potere, hanno comportamenti incoerenti riassumibili nella formula del predicare bene e razzolare male?
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Lucia, col capo basso, col petto ansante, lacrimando senza piangere, come chi racconta una cosa che, quand’anche dispiacesse, non si può cambiare, rivelò il voto; e insieme, giungendo le mani, chiese di nuovo perdono alla madre, di non aver parlato fin allora; la pregò di non ridir la cosa ad anima vivente, e d’aiutarla ad adempire ciò che aveva promesso.
Spaccato sui rapporti madre figlia: Lucia, come già dimostrato nel capitolo III quando è costretta a raccontare a Renzo e a Agnese di essersi accorta delle attenzioni di don Rodrigo e di averlo raccontato solo a fra' Cristoforo, non si fida del tutto di Agnese, di cui teme la propensione a chiacchierare troppo.
Il passo riportato rivela tra l'altro che Lucia è in cuor suo convinta di non essere abbastanza forte per riuscire a mantenere un voto simile, che la impegna per la vita a rinunciare a colui al quale si era volontariamente promessa: la madre dovrebbe infatti aiutarla ad adempire ciò che aveva promesso. Riesce difficile immaginare come l'anima semplice di Agnese possa mai assolvere questo difficile compito.
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