PROMESSI SPOSI XV-XVII

XV 

Il capitolo XIV è nuovamente di quelli senza soluzione di continuità rispetto al successivo, il XV. Che si apre con la celebre scena dell’oste intento a convincere un Renzo barcollante e fuori di sé ad andare finalmente a letto. Renzo, visto il letto che l’aspettava, si rallegrò; guardò amorevolmente l’oste, con due occhietti che ora scintillavan più che mai, ora s’eclissavano, come due lucciole; cercò d’equilibrarsi sulle gambe; e stese la mano al viso dell’oste, per prendergli il ganascino, in segno d’amicizia e di riconoscenza; ma non gli riuscì. “Bravo oste!” gli riuscì però di dire: “ora vedo che sei un galantuomo: questa è un’opera buona, dare un letto a un buon figliuolo; ma quella figura che m’hai fatta, sul nome e cognome, quella non era da galantuomo. Per buona sorte che anch’io son furbo la mia parte...”. La vis comica del narratore non si è ancora esaurita e si manifesta nella descrizione della svestizione, resa complessa dallo stato di ubriachezza, e nel duetto per il pagamento della cifra dovuta per il vino e il pernottamento. Quando infine Renzo è nel letto e già intento a russare, Manzoni inaugura una celebre e pur sempre comica similitudine con un’immagine letteraria proveniente per cominciare dalle pagine dello scrittore latino Apuleio, un narratore del II secolo d. C. e poi da varia iconografia: Poi, per quella specie d’attrattiva, che alle volte ci tiene a considerare un oggetto di stizza, al pari che un oggetto d’amore, e che forse non è altro che il desiderio di conoscere ciò che opera fortemente sull’animo nostro, si fermò un momento a contemplare l’ospite così noioso per lui, alzandogli il lume sul viso, e facendovi, con la mano stesa, ribatter sopra la luce; in quell’atto a un di presso che vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente le forme del consorte sconosciuto. “Pezzo d’asino! disse nella sua mente al povero addormentato: “sei andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare il mondo, senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi e il prossimo.” 

Subito dopo l'oste di reca negli uffici giudiziari per denunciare che un suo ospite forestiero si è rifiutato di dire nome e cognome e viene a sua volta informato che le generalità di costui sono già note, in quanto estorte dal birro a un Renzo già ubriaco. Negli uffici s'inscena un duetto fra l'oste, che mira soprattutto a non avere guai, e un notaio criminale, che sembra convinto dell'esistenza di una macchina della giustizia perfettamente funzionante e della quale egli stesso rappresenta un anello importante. Si capisce che nei confronti di Renzo è stato spiccato un mandato di cattura, e iniziamo ad apprendere anche quali e quanti capi d'accusa, del tutto inventati, pendano sul suo capo:

“ Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di saccheggio e di sedizione.” Oltre a questo, a Renzo viene anche imputato di aver condotto discorsi sediziosi, di aver proferito parole ingiuriose contro le gride e di fare atti mali e indecenti contro l’arme di sua eccellenza. Insomma, un cumulo di accuse di cui noi, che conosciamo la storia, possiamo lontanamente riconoscere la matrice, ma soprattutto l'entità della contraffazione compiuta dalle autorità pur di trovare un capro espiatorio.

La macchina della giustizia, dunque, si mette in moto al mattino presto, e un pessimo risveglio attende Renzo.

“Ah! avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino? ” disse l’uomo dalla cappa nera, quel notaio medesimo della sera avanti. “ Animo dunque; levatevi, e venite con noi. ” “ Lorenzo Tramaglino! ” disse Renzo Tramaglino: “ cosa vuol dir questo? Cosa volete da me? Chi v’ha detto il mio nome? ” “ Meno ciarle, e fate presto, ” disse uno de’ birri che gli stavano a fianco, prendendogli di nuovo il braccio. Ohe! che prepotenza è questa? ” gridò Renzo, ritirando il braccio. “ Oste! o l’oste! ” 

Renzo quindi si risveglia nel bel mezzo di un agguato tesogli proprio da quella giustizia da lui tanto invocata: un notaio e due satelliti, due guardie, che a un certo punto gli mettono ai polsi quelli che con ipocrita eufemismo sono chiamati manichini, e altro non sono che manette con cui è possibile, stringendo un po’ i giri di un legnetto che le manovra, indurre dolorosamente al silenzio un arrestato. Renzo si rende conto poco a poco di essere perduto, se si lascia portare al palazzo di giustizia, e approfitta intelligentemente della situazione: anche se è mattino presto c’è già molta gente per strada e, soprattutto, non cade nel tranello del notaio che vuole far apparire l’evento diverso da quello che è, ossia un arresto in piena regola: Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una: che il notaio volesse più bene a lui che a’ birri, che prendesse tanto a cuore la sua riputazione, che avesse intenzion d’aiutarlo: capì benissimo che il galantuomo, temendo che si presentasse per la strada qualche buona occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que’ bei motivi, per istornar lui dallo starci attento e da approfittarne. Dimodoché tutte quelle esortazioni non servirono ad altro che a confermarlo nel disegno che già aveva in testa, di far tutto il contrario. Così, appena possibile, fa in modo di richiamare l’attenzione su di sé e sul terzetto che lo sta scortando  e ottiene l’effetto desiderato di riuscire a scappare: Un mormorìo favorevole, voci più chiare di protezione s’alzano in risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano i più vicini d’andarsene, e di far largo: la folla in vece incalza e pigia sempre più. Quelli, vista la mala parata, lascian andare i manichini, e non si curan più d’altro che di perdersi nella folla, per uscirne inosservati. Il notaio desiderava ardentemente di far lo stesso; ma c’era de’ guai, per amor della cappa nera. Il pover’uomo, pallido e sbigottito, cercava di farsi piccino piccino, s’andava storcendo, per isgusciar fuor della folla; ma non poteva alzar gli occhi, che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere di comparire un estraneo che, passando di lì a caso, si fosse trovato stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio; e riscontrandosi a viso a viso con uno che lo guardava fisso, con un cipiglio peggio degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un suo fare sciocco, gli domandò: - cos’è stato? “ Uh corvaccio! ” rispose colui. “ Corvaccio! corvaccio! ” risonò all’intorno. Alle grida s’aggiunsero gli urtoni; di maniera che, in poco tempo, parte con le gambe proprie, parte con le gomita altrui, ottenne ciò che più gli premeva in quel momento, d’esser fuori di quel serra serra. 

XVI e XVII 

Sono i capitoli in cui Renzo vive una significativa trasformazione interiore, come una sorta di chiarificazione.  Visti gli eventi occorsi, non può più seguire il piano di fra’ Cristoforo, dal momento che per lui restare a Milano, ricercato com’è dalle autorità, è impossibile. Riprende quindi l’idea, già accarezzata in precedenza, di recarsi a Bergamo, un territorio che non è sotto controllo spagnolo ma della Repubblica di Venezia. Qui vive suo cugino Bortolo, col quale Renzo è in buoni rapporti e che lo ha già varie volte invitato a venire a lavorare da lui. Esce quindi dalla porta Orientale di Milano e inizia a procedere senza orientamento e impossibilitato o quasi a chiedere informazioni per non dare nell’occhio. Il confine fra i due stati è segnato dal fiume Adda, ed è in quella direzione ch’egli inizia a muoversi, fermandosi a un certo punto solo per rifocillarsi presso unosteria a Gorgonzola, un paese ancora situato nel milanese che gli è stato indicato come un punto vicino al confine. Si può notare, dal comportamento di Renzo nell’osteria, e dalla sua abilità a sfuggire alle domande pressanti dei presenti che vogliono avere notizie in merito alle sommosse milanesi, che le vicissitudini  lo hanno per lo meno istruito in fatto di avvedutezza.  

Nell’osteria a un certo punto arriva un mercante, che inizia a raccontare quello che secondo lui è successo a Milano. Il punto più interessante è quello in cui riproduce proprio l’episodio di cui è stato protagonista Renzo. Ancora una volta ci troviamo di fronte a fake news ante litteram: “ Ne volete una prova? Chi ha fatto il più gran chiasso, eran forestieri; andavano in giro facce, che in Milano non s’eran mai vedute. Anzi mi dimenticavo di dirvene una che m’è stata data per certa. La giustizia aveva acchiappato uno in un’osteria... ” Renzo, il quale non perdeva un ette di quel discorso, al tocco di questa corda, si sentì venir freddo, e diede un guizzo, prima che potesse pensare a contenersi. Nessuno però se n’avvide; e il dicitore, senza interrompere il filo del racconto, seguitò: “uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, che razza d’uomo si fosse; ma certo era uno de’ capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto il diavolo; e poi, non contento di questo, s’era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s’ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati? La giustizia, che l’aveva appostato, gli mise l’unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia; ma che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all’osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo. ” 

“ E cosa n’è stato? ” 

“ Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente che non ha casa tetto, e trovan per tutto da alloggiare e da rintanarsi: però finché il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan poi dentro quando meno se lo pensano; perché, quando la pera è matura, convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere son rimaste in mano della giustizia, e che c’è descritta tutta la cabala; e si dice che n’anderà di mezzo molta gente. Peggio per loro; che hanno messo a soqquadro mezzo Milano, e volevano anche far peggio. Dicono che i fornai son birboni. Lo so anch’io; ma bisogna impiccarli per via di giustizia. C’è del grano nascosto. Chi non lo sa? Ma tocca a chi comanda a tener buone spie, e andarlo a disotterrare, e mandare anche gl’incettatori a dar calci all’aria, in compagnia de’ fornai. E se chi comanda non fa nulla, tocca alla città a ricorrere; e se non danno retta alla prima, ricorrere ancora; chè a forza di ricorrere s’ottiene; e non metter su un’usanza così scellerata d’entrar nelle botteghe e ne’ fondachi, a prender la roba a man salva.” A Renzo quel poco mangiare era andato in tanto veleno. Gli pareva mill’anni d’esser fuori e lontano da quell’osteria, da quel paese; e più di dieci volte aveva detto a stesso: andiamo, andiamo. Ma quella paura di dar sospetto, cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di tutti i suoi pensieri, l’aveva tenuto sempre inchiodato sulla panca. In quella perplessità, pensò che il ciarlone doveva poi finire di parlar di lui; e concluse tra , di moversi, appena sentisse attaccare qualche altro discorso. 

XVII 

Il capitolo XVII si apre con un Renzo in preda alle furie, scatenate dal racconto infarcito di menzogne e esagerazioni, che però sono passate di bocca in bocca e si sono mutate in verità, sulla base delle quali sarebbe ben possibile che Renzo venisse processato e condannato. Un esempio fra tutti, la lettera di raccomandazione di fra’ Cristoforo che si è trasformata in un fascio di lettere contenenti proposte sediziose, e poi lui, Renzo, trasformato in uno di quei diavoli che avrebbero appiccato l’incendio dei disordini e predisposto la morte del vicario. Renzo fa esperienza del mondo, del mondo com’era nel secolo decimosettimo, come ogni tanto scrive ironicamente Manzoni, sottintendendo che continui a essere tale e quale anche nel suo, di secolo: un mondo alla rovescia, dove galantuomini sono detti i furfanti, e le persone davvero per bene devono difendersi su due fronti: il fronte della giustizia di Stato e quello dell’ingiustizia dei prepotenti, che però sono tutelati dalla prima. Un viluppo inestricabile, che nemmeno dei soggetti al contempo intelligenti e sensibili come fra’ Cristoforo riescono a sciogliere. Man mano che procede nel cammino, lo stile manzoniano si modifica, in una direzione romanzesca e, più precisamente, da romanzo nero. A suggerire questo è soprattutto la descrizione del territorio in cui Renzo si muove, evitando le vie più battute, per raggiungere il confine, ovvero il fiume Adda. Un territorio sul quale stanno calando le tenebre della notte, che trasformano tutto in modo inquietante, al punto che, leggiamo, Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: “ è l’Adda! ” Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore. Il passo nel suo insieme rappresenta sia un esercizio di stile sia una sintesi di quello che accade nell’animo in tumulto di Renzo. Come una sorta di predisposizione a una variazione sul tema del miracolo: una trasformazione interiore che si percepisce come un salto improvviso, mentre è al contrario preparata da un numero elevatissimo di eventi interiori e accompagnata da altrettanti eventi esterni. Nel caso specifico, creando un filo per la mia veloce sintesi del capitolo della formazione di Renzo, il giovane si è comportato durante i tumulti milanesi come uno sprovveduto, uno che, anche se magari non danneggia volutamente gli altri, pure di certo non li avvantaggia, e poi produce danni a stesso. Ingenuo ma anche un po’ presuntuoso, Renzo si sente protagonista degli eventi, provvisto di una forza che non sospettava e pensa di poterne approfittare, mentre ne rimane vittima. Salvato poco prima di cadere in trappola, trova da solo una soluzione nella fuga in un altro stato, e durante il cammino ha modo di vedere fino in fondo nella sua anima. Scopre che, di là dalle sue volontà individuali, ma anche delle buone intenzioni di chi gli vuole sinceramente bene, ci sono dei piani del destino, che con il proprio operare si possono osteggiare o agevolare. Il destino, nel caso del romanzo e di Renzo, non ha però questo nome, bensì quello, cristiano, di provvidenza. In questa direzione va quindi a parare il capitolo XVII, che mostra un Renzo a un certo punto del tutto pacificato con la sua sorte, con la provvidenza che ha tessuto una tela malgrado lui, e che nei pressi di quel fiume fatale, fiume che è un confine, gli fa trovare un ricovero per la notte. La notte di Renzo non è comunque delle più tranquille: il suo animo resta in tumulto e tante immagini e persone gli affollano la mente, così che dormire è impossibile e al narratore non resta che questa esclamazione: Che notte, povero Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E dopo qual giornata! E per arrivare a qual domani, a qual serie di giorni! — Quel che Dio vuole, — rispondeva ai pensieri che gli davan più noia: — quel che Dio vuole. Lui sa quel che fa: c’è anche per noi. Vada tutto in isconto de’ miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo! . Ripreso il cammino prestissimo, Renzo riesce a raggiungere l'Adda, prendere un passaggio da un barcaiolo e approdare finalmente nel bergamasco. Lì lo attendono nuovamente spettacoli di miseria e povertà, prima di arrivare nel paese di suo cugino Bortolo e in particolare uno dà luogo a una breve scena che qui annoto. Renzo vede, appena uscito da un'osteria in cui ha mangiato qualcosa, due donne, una giovane e una anziana, e un infante in braccio alla prima, disperatamente attaccato alla mammella per suggerne un po' di latte. Tutti e tre sono macilenti e del colore della morte, e Renzo fa loro l'elemosina degli ultimi danari che gli restano. “ La c’è la Provvidenza! ” disse Renzo; e, cacciata subito la mano in tasca, la votò di que’ pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più vicina, e riprese la sua strada. Sull'arrivo di Renzo da Bortolo e sull'accoglienza, solo due rilievi: Bortolo lo accoglie familiarmente e si dispone a dargli tutto l'aiuto possibile, ossia a trovargli un lavoro presso il suo medesimo padrone. Lo avverte però di una certa usanza, che vige nel bergamasco, ossia quella di chiamare baggiani quelli che come loro provengono dallo stato di Milano. Non esattamente un complimento, ma, come suggerisce saggiamente Bortolo, non bisogna prendersela, ma considerarlo come una specie di scotto per l'accoglienza. Risolto questo problema veniale, Renzo e Bortolo si avviano dal padrone di quest'ultimo e Manzoni preannunzia cattive nuove in merito alle proprietà che Renzo ha lasciato nel suo paesello.


 

Commenti

Post popolari in questo blog

PIANO DELLE INTERROGAZIONI DI ITALIANO E PROGRAMMA

PIANO DELLE INTERROGAZIONI DI STORIA E PROGRAMMA

LETTURE (E ALTRO) PER L'ESTATE