ENEA E DIDONE - RIFERIMENTI TESTUALI e qualche commento
Sul libro di testo pp. 312-315 (vv. 151-177) e pp. 318-321 (vv. 584-671)
La descrizione della scena di caccia (vv. 151-164) è animata: animali in fuga (capre, cervi) balzano dalle rocce di questa zona montuosa, mentre il ragazzo Ascanio in mezzo alle valli gode del suo veloce cavallo, in attesa di imbattersi in un cinghiale o in un leone. Il tempo sta cambiando: si prepara una tempesta, che presto si scatena e mette in fuga scomposta un po' tutti. Didone e Enea si ritrovano nella stessa grotta. Il poeta, a questo punto, compone versi (165-172) che cantano amore e morte. Scrive infatti che la Terra e Giunone pronuba danno il segnale. Brillarono i fulmini e il cielo complice delle nozze, e sulla cima le ninfe ulularono. Quel giorno fu il primo della morte, e la prima causa dei mali; non si cura della lama o dell'apparenza, non pensa più a un amore furtivo Didone, le chiama nozze e sotto quel nome nasconde la propria colpa. Il furor amoroso, predisposto alla sua manifestazione da un clima tempestoso, non conosce più freni, com'è proprio della sua natura. Torna, nei versi virgiliani, il tema della colpa di Didone, quella che era già stata al centro delle sue conversazioni con la sorella Anna. Possiamo ipotizzare che l'insistenza sia suggerita da precise indicazioni del princeps Ottaviano Augusto in merito alla moralità dell'opera. Tuttavia è anche possibile che l'estro poetico di Virgilio si nutra di certe antitesi: in questi pochi versi infatti furor e pudicitia entrano in evidente conflitto, ma è senz'altro il primo a (provvisoriamente) trionfare.
Molto suggestiva la personificazione o prosopopea della Fama nei versi 173-177: è una specie di creatura mutaforma, che da minuscole dimensioni iniziali arriva toccare il cielo con il capo.
Dunque il desiderio svolge una funzione fondamentale come motore poetico di questa parte: la regina e l'eroe non possono e non vogliono resistere al richiamo del furor e il poeta s'ingegna a immaginare un'occasione propizia e adatta al coronamento del loro reciproco desiderio. Si tratta, come nella miglior tradizione di questo slancio ben noto agli umani fin dai miti più antichi, di una fiamma breve e intensa, proprio come il bagliore di una stella lontana che l'occhio riesce a cogliere solo per un istante, e in quello immaginare di averla raggiunta. Poi tutto precipita, così com'era previsto. Il dio di tutti, il fato, riprende saldamente il filo della vicenda e persino gli dei si muovono come marionette al suo comando. Mercurio (Ermes) inviato da Giove (Zeus) avverte Enea che non è più il caso d'indugiare. Così, nei versi successivi, si consuma quello che è, dal punto di vista di Didone, un sanguinoso, imperdonabile tradimento.
L'immagine dell'eroe si trasforma, nel discorso risentito di Didone: traditore, hai persino sperato di potermi nascondere questa orribile cosa, e di andartene dalla mia terra in silenzio? Tutto, della decisione di Enea, la induce a pensare male di lui: l'aver agito di soppiatto, l'essere stato incurante dei suoi sentimenti, l'averla condannata a morte. Particolarmente significativo il richiamo alla pietà, tratto distintivo dell'eroe, che la sta abbandonando in una situazione difficile, circondata da nemici che la odiano anche più in seguito alla benevolenza da lei dimostrata nei suoi confronti. I versi ci mostrano un Enea a capo chino, obbediente al monito di Giove (v. 331), certamente angosciato, ma irremovibile. La moles dell'incarico fatale si manifesta qui con tutto il suo peso. Alla fine, però, deve dire qualcosa: afferma di non aver mai tenuto la fiaccola dello sposo, di non aver stretto patti matrimoniali. Ammette di aver provato e di provare un desiderio, ma le sue parole in merito sono a ben vedere non proprio consolanti per Didone: il desiderio che esplicita Enea è quello di essere ancora a Troia, una Troia non distrutta dalla guerra e nella quale quindi Didone non ci sarebbe. Impietosa, quindi, verso la regina questa parte. Enea le dice che non avrebbe mai voluto nemmeno arrivare fin lì. E poi si lancia in un discorso un po' esaltato sul magnifico futuro che attende i troiani che riusciranno a raggiungere le coste del Lazio. L'ultima scusa, alla fin fine un po' blanda, per la sua precipitosa partenza, suona così: non è di mia volontà che cerco l'Italia.
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