COLLOQUI/SCRITTI E MATERIALI DI STUDIO INTEGRALI
Riporto l'elenco a seconda della tipologia di prova. Come la volta scorsa, gli orali saranno svolti in 10' lunedì 23 febbraio a partire da una parola o un'espressione e gli scritti saranno guidati allo sviluppo di un saggio breve.
SCRITTI
Jacopo David Christian Amedeo Filippo Riccardo M. Giacomo Clara Denis
La crisi della res publica inizia proprio in concomitanza con la distruzione di Cartagine e l'eliminazione dell'hostis per eccellenza, il cartaginese, avvenuta a metà II secolo a. C. A suggerire questa idea è uno storico antico, vissuto nel I secolo a.C., spettatore diretto di eventi che prendono poi il nome complessivo di guerra civile e che attraverseranno con una scia di sangue il I secolo fino all'ascesa al potere di Ottaviano Augusto verso la fine del secolo. Ne consegue che la lunga crisi che dà ora il titolo al nostro percorso ha una lunga durata, che si estende approssimativamente dal 146 a.C. (distruzione di Cartagine) alla battaglia di Azio del 31 a.C., con cui Ottaviano (non ancora Augusto) sconfigge Antonio (e Cleopatra), il suo ultimo oppositore nella finale guerra civile romana.
Questa mattina ci occupiamo allora di servirci in maniera critica di una fonte storica antica, all'interno della quale si trova esplicitato il concetto con cui ho iniziato il discorso: la crisi inizia con l'eliminazione dell'hostis per eccellenza.
Prima di tutto presento la fonte storica in questione, partendo da una premessa a carattere storiografico.
Ha scritto lo storico greco Tucidide, a proposito dell’azione politica di Pericle nel V secolo a. C., all’apogeo della democrazia di Atene, che in lui si vede manifestarsi, meglio che in altri, l'illusione di «guidare», mentre di fatto si è «guidati». Inoltre, in lui si coglie da vicino e quotidianamente il logoramento del politico sospinto verso il compromesso e insidiato dalla domanda costante: fino a che punto ci si può spingere sulla via di tale necessario compromesso senza snaturarsi o addirittura rinnegarsi? Sempre per dare una premessa che sia anche un contesto ideologico e concettuale al nostro discorso: l’epoca di cui ci accingiamo a occuparci è stato un tempo di formidabili scelte politiche e di formidabili uomini: Mario (anche Giugurta, scomponendo per un istante l’elenco di soli romani), Silla, Cicerone, Catilina, Cesare, Pompeo e, alla fine, Antonio e Ottaviano. In ciascuno di loro vedremo, anche in modo contraddittorio, incarnarsi volontà di affermazione personale e di risoluzione di problemi collettivi, non senza riporre attenzione a guadagni materiali, suddivisi di nuovo (nella migliore delle ipotesi) in collettivi e individuali. Artefici e strumenti della politica calcano le scene di questo lungo secolo inquieto (il I secolo che in realtà inizia già un po’ nel II), n cui contano le armi, come sempre ci aspettiamo dai Romani, ma anche tanto la parola e, insieme a essa, la narrazione. Dunque, ecco alcuni degli ingredienti del nostro discorso: uomini politici determinati a comandare, ad arricchirsi e ad arricchire, eppure costretti a farsi guidare da alcuni eventi che si compongono loro malgrado; uomini d’azione che possiedono anche un senso morale, il cui orientamento può essere multiplo, ma che spesso non possono nemmeno onorare fino in fondo, perché la politica è compromesso, quando non inganno permanente. E infine segnalo, perché vi prestiate attenzione, l’immanente presenza della parola, scritta e orale: la parola che servì ai protagonisti, al pari delle armi, per compiere intrighi, promuovere e risolvere le contese, e pure per raccontarle. La parola che non è mai una presenza da sottovalutare, perché a volte è proprio lei a costituire l’elemento determinante. D’altronde, abbiamo appena visto manifestarsi in maniera alquanto suggestiva la sua potenza, nell’episodio del nefasto Sinone, nel II libro dell’Eneide: senza il miele velenoso del suo eloquio, Troia non sarebbe perita per sempre in un rogo distruttore e, ironia della sorte (inventata dal poeta Virgilio) Roma e i Romani non sarebbero esistiti.
CON SALLUSTIO DA GIUGURTA A CATILINA
Allora, mi servirò di uno storico per guardare nel buco della serratura di questo “secolo lungo” e per osservare ritratti certamente non “veri” ma “reali”, resi tali dallo stile dello storico, dei protagonisti principali della "notte della res publica". Prima, però, qualche informazione biografica su di lui: nasce ad Amiternum, in Sabina, oggi vicino all’Aquila, nell’86 a. C. da famiglia facoltosa, ma senza antenati magistrati, ed è quindi un homo novus per la politica. Della sua giovinezza e educazione non sappiamo nulla: prime scarne informazioni riguardano gli anni 52-45 a.C (campagna accanita contro l’uccisore del tribuno Clodio, ovvero Milone, che era invece difeso da Cicerone: deduciamo che Sallustio si riconoscesse nella fazione dei populares). L’idea di un suo schieramento fra i populares è rafforzata da altre notizie: è eletto tribuno nel 52 a. C., forse seguace di Cesare, ma nel 50 è espulso dal senato per motivi morali (poteva essere un attacco politico degli optimates); aiutato da Cesare, ottiene l’incarico di governatore della nuova provincia africana, poi è accusato di aver accumulato enormi ricchezze col suo governo corrotto (anche questo è un classico dell’epoca: poteva essere del tutto veritiero, oppure costruito per rovinare un avversario). Si ritira nel 45 dalla vita politica e si dedica, nell’otium, alla storiografia. Muore nella sua lussuosa residenza fra il Quirinale e il Pincio nel 35 o nel 34. Le sue opere storiche sono tre: due monografie (De coniuratione Catilinae e De bello Iugurthino) e una di impostazione più ampia e, come da tradizione romana, annalistica, ossia le Historiae, incompiute e lacunose: ricostruivano dal 78 al 67, dalla morte di Silla alla guerra di Pompeo contro i pirati, ma sono rimasti solo frammenti, ossia parte del Proemio, quattro discorsi e due lettere.
Inquadrare correttamente Sallustio come storico del periodo richiede di conoscere qualcosa di un predecessore, nel campo della storiografia: si tratta di Polibio, giunto a Roma come ostaggio di Lucio Emilio Paolo dopo la battaglia di Pidna del 168, in quanto alto esponente della lega Achea; con lui viene deportato anche Panezio (filosofo stoico) e entrambi diventano animatori del circolo scipionico. Nelle sue Storie (particolarmente nel libro VI), scritte in greco, propone la prima analisi sistematica della costituzione romana. Integra Aristotele e Platone con la teoria dell'anaciclosi, secondo cui i tre regimi fondamentali (monarchia, aristocrazia, democrazia) tendono a succedersi in ogni stato in una serie discendente, dal migliore al peggiore (le tre corrispettive degenerazioni sono la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia), per poi dar luogo a un nuovo ciclo. Polibio ritiene che il modello astratto di perfezione politica ipotizzato da Aristotele si sia realizzato nella res publica romana, per via della magistratura consolato, dell’assemblea senato e del tribunato della plebe, che rappresentano rispettivamente la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia.
L’assunto di base dello storico romano è che i sanguinosi scontri, le atrocità efferate commesse in particolare ai tempi della congiura di Catilina (ma proseguiti anche dopo la morte dello storico stesso) non siano spiegabili unicamente facendo riferimento alla corruzione o alla depravazione del singolo Catilina, come si tendeva a sostenere in una visione moralistica comune per la ricostruzione storica, ma debbano essere ricondotti a motivazioni più complessive. Introduce quindi una spiegazione che si avvale di una categoria storiografica: quella del metus hostilis, ossia la paura del nemico. In sintesi: Sallustio, seguendo la linea di Polibio e la teoria dell’anaciclosi, riconosce che i segnali di una futura crisi della repubblica si potevano già vedere al principio della storia repubblicana, addirittura quindi nel V secolo a. C.. Si sarebbe però verificato, a un certo punto, un evento cruciale che ha fatto precipitare la situazione, nella direzione di una degenerazione dei costumi (lo Stato romano si era fondato sul senso dell’onore e sul patriottismo, in grado di contrastare avidità e desiderio di lusso sfrenato). L’evento è stato il venir meno, con la sconfitta definitiva di Cartagine alla fine della III guerra punica nel 146, della paura del nemico.
Ed ora veniamo ai fatti. Nella Giugurtina Sallustio rievoca una guerra protrattasi per anni tra avversari dotati di fozse impari: i potentissimi Romani e il re di un piccolo stato africano (la guerra dura dal 111 al 105 a.C. ). Dopo aver sconfitto Cartagine, come deterrente contro future minacce Roma aveva lasciato crescere e consolidarsi il regno nordafricano di Numidia, che dopo la morte di Massinissa era passato al figlio Micipsa. Costui portò avanti una politica di rafforzamento economico del regno e in guerra si schierò sempre con Roma. Poi decise che alla sua morte il regno sarebbe stato diviso tra i suoi figli naturali Aderbale e Iempsale e il nipote Giugurta, che aveva dimostrato di avere grandi doti e che si era distinto combattendo per i romani a Numanzia.
Dopo la morte di Micipsa, nel 118 a.C. ,Giugurta uccise Iempsale e scacciò Aderbale, che si recò a chiedere aiuto ai romani (116 a.C. ca.), i quali inviarono una commissione per dirimere la contesa: si decise per una nuova suddivisione del regno tra i due. La parte orientale (la più ricca) andò a Aderbale e quella occidentale a Giugurta. Dopo un periodo di tregua, nel 112 a.C. Giugurta assediò Aderbale nella città di Cirta. Impegnata però su altri fronti, Roma si limitò a inviare due ambascerie che chiesero al numida di desistere dall'assedio, ma Giugurta riuscì a tergiversare fino a quando la città fu espugnata. Nel massacro seguito alla capitolazione di Cirta , perirono anche tutti gli italici che risiedevano lì e che si erano schierati con Aderbale. Di fronte a questo eccidio, la situazione a Roma precipitò: il Senato, che non aveva agito militarmente, fu accusato dal tribuno della plebe Gaio Memmio di essere stato comprato dal re numida. La reazione romana fu a questo punto immediata: il console Lucio Calpurnio Bestia invase il territorio di Giugurta, ma di fronte all'inefficacia della sua fanteria, troppo pesante per affrontare la cavalleria leggera dei numidi, scese a patti con il re nemico.
Questa mossa offrì il destro al tribuno Memmio per far venire Giugurta a Roma (con un adeguato salvacondotto), affinché egli dimostrasse l'esistenza di accordi coi senatori. Ma quando il numida fu a Roma, un altro tribuno pose il veto e i Romani preferirono chiudere la questione, piuttosto che far scoppiare un terremoto istituzionale. Giugurta, nel frattempo, fece assassinare il cugino Massiva, che s'era rifugiato a Roma, ma comunque i Romani lo lasciarono tornare in patria. L'anno dopo, una nuova spedizione romana, al comando del console Spurio Postumio Albino, attaccò ancora il re numida, ma senza ottenere risultati, e successivamente l’esercito romano, pur cambiando guida, venne ancora battuto e umiliato. A Roma, il tribuno Gaio Manilio fece istituire un tribunale speciale, presieduto da Marco Emilio Scauro e con giudici scelti tra gli equites, che processò e condannò molti senatori per corruzione (sembrava impossibile che un potentato di così piccole dimensioni tenesse in scacco Roma). Nel 109 a.C., a dirigere le operazioni di guerra in Africa fu mandato il console Quinto Cecilio Metello, che conquistò diverse città (tra cui la capitale Cirta) e mise alle corde il re nemico, che però riuscì a riorganizzare il suo esercito, arruolando cavalleria leggera delle tribù dei Mauri e dei Getuli e alleandosi con il re Bocco I di Mauritania (odierno Marocco). Più il tempo passava senza che giungessero risultati concreti e più a Roma la situazione diventava incandescente. Ad approfittarne fu l'eques Gaio Mario, homo novus, legato di Metello in Africa. Nel 108 a.C., Mario ottenne il permesso dal suo comandante di andare a Roma a presentarsi per il consolato. Egli si avvalse a proprio favore delle ripetute sconfitte subita per mano di Giugurta, per aizzare il popolo contro il patriziato corrotto e contro Metello (che di questa classe era un esponente) e così ottenne il consolato. Ottenne, direttamente dal popolo, anche il comando della guerra contro Giugurta, e questa fu la prima volta in cui il popolo si arrogò il diritto, tradizionalmente del Senato, di fare nomine militari. Un secondo strappo con la tradizione consistette nella decisione di Mario, per sopperire al bisogno di soldati, di arruolare proletari in massa (si tratta della riforma mariana dell'esercito romano, ovvero del primo caso di formazione di una sorta di esercito personale da parte di un comandante, con conseguente fidelizzazione diretta. A questo punto, Mario sfoderò un poderoso attacco contro Giugurta, penetrando in profondità nel cuore del suo territorio (107 a.C. e 106 a.C.). Giugurta e Bocco, costretti allo scontro frontale che erano riusciti a evitare fino a quel momento con Mario, subirono perdite gravissime. Il re di Mauretania aprì quindi trattative segrete coi romani, che furono condotte dal patrizio Lucio Cornelio Silla, questore di Mario. Giocando d'astuzia e d'azzardo, Silla ottenne il sostegno di Bocco, che nel 105 a.C. fece catturare Giugurta, giustiziato l'anno successivo. A Giugurta, Sallustio tributa inizialmente notevole ammirazione: energico e indomabile, caratteristici segni di virtus originaria, fu soggetto tuttavia a un processo di corruzione, per via del contatto con i nobiles, e anche con homines novi romani. Sallustio non ne racconta la morte, che è stata tramandata da storici successivi, e che resta misteriosa: sarebbe stato o fatto morire di fame oppure strangolato nel carcere Tulliano. Quanto a Sallustio, l’ultima immagine di Giugurta nel penultimo capitolo della sua monografia, lo vede condotto in catene di fronte a Mario.
LEZIONE 2
Ricapitoliamo. Una crisi non è mai un evento improvviso, ma si prepara nel tempo. Più facile rendersene conto quando si possono osservare i fatti da lontano (come noi in questo caso e dopo centinaia d'anni di ricerche e analisi storiche), ma non vanno per questo trascurate le considerazioni (intuizioni, documentazioni) degli osservatori che sono stati direttamente coinvolti negli eventi: di qui la preziosità della testimonianza di Sallustio, per ora sfruttato soprattutto per capire a fondo il senso di quella lettura senz'altro moralistica dell'indebolimento della res publica per via della corruzione infiltratasi nelle classi dirigenti in seguito al venir meno del metus hostilis.
Riprendo ora il percorso senza più servirmi di Sallustio (al quale tuttavia dovremo tornare), ma concentrandomi su quello che avviene in Roma, pur sempre dopo la III guerra punica, a livello di dinamiche fra aristocrazia (e sue magistrature, ossia tutte quelle del cursus honorum) e tribunato della plebe. Intanto abbiamo già visto che la nobilitas si è modificata al suo interno, per via della comparsa sulla scena dei cavalieri (classe sociale in ascesa economica, sociale, politica). A questo si aggiunge il fatto che anche i plebei hanno iniziato a differenziarsi al loro interno, smettendo di essere una categoria indifferenziata di soggetti che si collocano sul gradino più basso della scala sociale romana (la plebe lavoratrice dei tempi della secessione sul monte Aventino e del discorso di Menenio Agrippa, per intenderci, intorno al 494 a. C.), per diventare anche plebei ricchi, fucina di homines novi, destinati a dare luogo a una sorta di aristocrazia plebea. Gli ascensori sociali (come li definiamo ancora oggi) sono sempre esistiti, persino nelle società più monolitiche, ancor più in una piuttosto diversificata com'è quella romana, in particolare quando si conclude lo scontro con i cartaginesi. Ovvio, quindi, che la diversificazione sociale e economica arrivi a scalfire la compattezza di una nobilitas che nella seconda metà del II secolo a.C. si presenta già predisposta a quella (approssimativa) distinzione in populares e optimates, che grazie a Sallustio abbiamo già delineata. Ora però è il momento di approfondire. Anche se non si tratta di partiti in senso moderno (nascono nell'ottocento), tuttavia è possibile almeno definirli sulla base di quello a cui mirano con la loro azione politica: i popolari sono convinti che una crisi ci sia (ne forniremo poi le prove anche noi) e che si possa tentare di risolverla anche riducendo i privilegi aristocratici, mentre gli ottimati sono orientati a mantenere i propri privilegi e a rafforzare lo stato repubblicano nelle forme che glieli garantiscono, senza acconsentire a nessun cedimento. Dobbiamo allora entrare nei dettagli della crisi avvertita, alla quale vengono date (si capisce anche solo da questo avvio del discorso) soluzioni opposte.
Primo elemento critico, l'agricoltura. Con le guerre (comprese le puniche, ma anche quelle di conquista della Grecia e dell'Asia Minore) le proprietà terriere erano enormemente aumentate, a tutto vantaggio dei grandi proprietari, ovviamente appartenenti alle famiglie senatorie. In Italia, sempre per via delle guerre costantemente in corso, le campagne si erano progressivamente spopolate, un po' per via del reclutamento massiccio che aveva colpito in particolare la classe dei piccoli e medi proprietari e un po' per effetto diretto delle guerre medesime, quando le battaglie si conducevano proprio in quei territori. Secondo elemento critico, la componente degli esclusi per eccellenza, i servi ovvero gli schiavi deputati ai compiti più umili (anche la coltivazione dei campi), che verso la fine del II secolo iniziano a organizzarsi e a ribellarsi ai soprusi e alle angherie alle quali sono sottoposti per via del loro status. Terzo elemento critico, quello che fino a quel momento era stato un punto di forza dell'organizzazione coloniale romana, ovvero la differenziazione dei trattamenti (che abbiamo sintetizzato nella formula del divide et impera), che inizia a essere colta con insofferenza dai popoli conquistati dai romani, che contestano in particolare la differenziazione di trattamento rispetto ai cittadini optimo iure e rivendicano una parificazione di diritti, per cominciare, fra cittadini romani e alleati italici (per poi eventualmente procedere con ulteriori riconoscimenti).
Quello sopra delineato è lo scenario all'interno del quale si svolgono gli avvenimenti che, tra il 133 e il 121 a. C. hanno come protagonisti due fratelli, Tiberio e Caio Gracco, entrambi tribuni della plebe, appartenenti a un'aristocratica famiglia romana (sono imparentati per parte di madre direttamente agli Scipioni, mentre il padre è un esponente dell'aristocrazia plebea, due volte console, una censore, combattente di spicco in tutte le guerre del periodo), e sostenitori di una prospettiva politica che possiamo senz'altro far coincidere con la posizione dei populares, così come l'ho dipinta all'inizio del discorso. Tiberio prende parte alle campagne belliche del periodo al fianco di Scipione l'Emiliano, e approda alla carica di tribuno della plebe nel 133 a.C. Ha un progetto politico molto chiaro, maturato negli anni di milizia durante i quali ha potuto conoscere le condizioni in cui versano, per cominciare, le campagne italiche. Tale progetto si fonda su una risorsa collettiva appartenente alla res publica (intesa come ordinamento) dalla sua costituzione, ovvero l'ager publicus. Si trattava di una proprietà collettiva dello stato, coincidente (già dalle origini) con tutto il territorio esterno al pomerio. Nell'intendimento comune, ovvero nella pratica economica della repubblica fino al momento in cui Tiberio propone la sua riforma, tale ager publicus era spartito fra i grandi proprietari terrieri, che non lo coltivavano direttamente, ma lo affidavano a contadini, alcuni dei quali, col tempo, erano riusciti a diventare relativamente indipendenti nella coltivazioni di piccole porzioni di territorio, di cui si curavano oltre che delle proprietà più grandi. A impoverirsi, durante le guerre, erano stati proprio questi soggetti, costretti a abbandonare i campi per combattere (spesso senza fare ritorno) mentre i latifondi pativano molto meno (o quasi nulla) i danni del conflitto, perché in essi continuava a essere operante la manodopera schiavile. Tiberio propone allora una riforma, una legge agraria, secondo la quale l'ager publicus sarebbe stato redistribuito, imponendo un tetto massimo di proprietà terriera di 500 iugeri (un iugero corrisponde a un quarto di ettaro), incrementabili di 250 iugeri per ogni figlio maschio fino a un tetto massimo di 1000 iugeri. L'eccedenza, rimessa nelle mani dello stato, sarebbe state redistribuita (appezzamenti di 30 iugeri) fra i nullatenenti, col vincolo dell'inalienabilità (non vendibilità). La riforma prevedeva inoltre che, per sopperire alla mancanza di strumenti di coltivazione dei nullatenenti si sarebbe provveduto a finanziarne le spese ricorrendo al tesoro di Attalo III di Pergamo, ultimo discendente della dinastia del diadoco preposto al comando di questo prospero regno, che alla sua morte aveva lasciato ogni suo bene in eredità al popolo romano. L'operazione andava condotta in modo capillare e prevedeva espropri di porzioni dell'ager che erano state prontamente inglobate dai grandi latifondisti dell'aristocrazia terriera romana: Tiberio previde quindi l'istituzione di una magistratura apposita, un collegio triunvirale composto da lui e altri due membri, che avrebbero provveduto all'attuazione della legge. L'aristocrazia senatoria reagì al disegno di Tiberio con una doppia strategia. La prima consistette nel persuadere uno dei tribuni del collegio tribunizio (all'epoca composto da 8 membri), Marco Ottavio, a porre il veto alla proposta (era obbligatorio che il plebiscito avvenisse all'unanimità). Tiberio rispose dichiarando decaduto Ottavio, con la motivazione che la sua opposizione era in contrasto con gli interessi della plebe che con la sua carica avrebbe dovuto rappresentare, poi si candidò per essere eletto per l'anno seguente. La strategia di Tiberio, sul filo della legittimità (non si poteva essere rieletti) era motivata dall'inasprirsi del clima politico: la carica, se mantenuta, gli avrebbe garantito l'incolumità fisica, dato che i tribuni della plebe erano persone sacre e inviolabili. Proprio in occasione delle elezioni tribunizie, nel 132, gli aristocratici tesero un agguato a Tiberio (erano guidati da Scipione Nasica, pontefice massimo e cugino di Tiberio) e uccisero lui e un certo numero di suoi seguaci. Quanto alla proposta di legge agraria, venne istituita la commissione incaricata di promuoverla, ma nella pratica, per almeno dieci anni, non se ne fece nulla. La violenza così conclamata contro un magistrato dello stato non si era mai manifestata prima: questo fu senz'altro un prodromo della lunga crisi della res publica e delle guerre civili.
Nel 123 a.C. diventa tribuno della plebe Caio Gracco, fratello di Tiberio. Pur perseguendo il progetto di quest'ultimo, Caio corregge alcuni errori a quel punto visibili nella strategia del suo predecessore: cerca infatti l'appoggio di tutte le forze sociali che possono essere direttamente o indirettamente beneficiate dalla sua riforma, così da produrre l'isolamento politico dell'aristocrazia. La sua riforma è pertanto più articolata di quella di Tiberio: al primo posto pone l'obbligo per lo stato di acquistare cospicue quantità di grano da distribuire a basso costo alla plebe di Roma (Caio riconosce così lo stato di necessità in cui versa gran parte della popolazione nullatenente della città); procede poi proponendo di affidare ai cavalieri i tribunali che giudicavano i reati dei governatori provinciali accusati di malgoverno (emerge qui il tema della corruzione degli aristocratici, che siccome detenevano il controllo dei tribunali potevano autoassolversi in caso di malversazioni denunciate dai provinciali); affida il compito di riscuotere le tasse nel ricco regno di Pergamo ai cavalieri (la classe emergente di cui abbiamo detto); propone di fondare nuove colonie in Italia e nelle province per distribuire terre ai proletari; propone una parziale parificazione di diritti fra cittadini romani e alleati italici. Inizialmente sembra che la strategia di Caio, fondata su un criterio di gradualità e di compensi elargiti a varie componenti sociali, funzioni. Caio, inoltre, ottiene la rielezione. Gli ottimati però riescono a far leva su quella che possiamo definire una latente guerra fra poveri: la plebe romana non apprezza che si conceda la cittadinanza romana agli italici, che diventano così loro competitori per quanto riguarda, ad esempio, le distribuzioni di grano a basso costo o la spartizione dell'ager publicus. Mentre Caio si trovava in Africa per fondare una colonia che avrebbe consentito di aumentare la platea di beneficiari delle spartizioni di terre dell'ager publicus, gli ottimati organizzano una controffensiva: procedono con proposte demagogiche volte in un certo senso a superare Caio nell'offerta di vantaggi alla plebe di Roma, ad esempio aumentando l'entità delle distribuzioni di grano per i soli cittadini romani; in secondo luogo istituiscono un nuovo strumento giuridico, il senatus consultum ultimum, ovvero un provvedimento eccezionale da assumere in caso di gravi rischi di ordine pubblico, dando pieni poteri ai consoli, compreso quello di entrare armati in città (il limite era sempre stato il pomerio), sedare rivolte con le armi, condannare a morte senza processo un cittadino romano. Nel 121 Caio, decaduta la carica di tribuno e dichiarato nemico dello stato, messo alle strette da una caccia all'uomo nei suoi confronti, si fa uccidere da uno schiavo, mentre tra i suoi seguaci avviene una strage e la riforma da lui prevista è totalmente smantellata.
DAL LIBRO DI TESTO
pp. 417-428 (rivolte servili, problema italici, Mario, Silla)
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