LIBRO IV ENEIDE (parte seconda) - AMORE E MORTE - ATTIVITA' IN CLASSE e TRE TESTI COMPLEMENTARI

Sul libro di testo pp. 312-315 (vv. 151-177) e  pp. 318-321 (vv. 584-671)

Nello sviluppo dell'azione descritto nella prima sezione (vv. 151.177) è fondamentale anche, ma non solo, la funzione svolta dagli dei. Di quale funzione si tratta e quale effetto ha sulla vita degli esseri umani in questione, ossia Enea e Didone?

Quale ruolo svolge il desiderio nella vicenda d'amore fra Enea e Didone?

Perché Didone si sente tradita da Enea? 

Quali sono le ragioni del pius Enea?

Nella parte conclusiva del lungo episodio elegiaco, amore e morte si saldano. Il suicidio di Didone è al contempo coronamento prevedibile di un amore impossibile e condensazione mitica di un destino storico. 

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DUE TESTI COMPLEMENTARI SULL'AMORE E LE SUE MANIFESTAZIONI 

  1. Le origini in Grecia nel VII secolo a. C.  con Saffo 

Nel VII secolo a. C, la Grecia ha appena ripreso, da poco più di un secolo, a scrivere. La lineare B del periodo miceneo, tramontata durante il medioevo ellenico, è sostituita da una scrittura alfabetica sicuramente frutto del contatto avvenuto con i fenici, inventori dell’alfabeto.  Le poleis, in formazione per via di sinecismo, stanno definendo le loro organizzazioni statali: si delineano regimi aristocratici, timocratici, oligarchici, tirannici. Questi ultimi sono particolarmente frequenti nelle terre della prima colonizzazione, lungo le coste dell’Asia Minore, Ionia, Doride, Eolide, dove sorgono poleis ricche e potenti come la ionica Mileto, culla (fra VII e VI secolo) dei primi filosofi occidentali, Talete, Anassimandro, Anassimene.  Al medesimo periodo risale anche la produzione della poetessa con cui iniziamo il percorso attraverso la poesia d’amore.  

Saffo, dalla sua isola originaria, Lesbo (centro principale Mitilene), di fondazione ionica e situata lungo la costa corrispettiva, deve appunto fuggire con la famiglia per motivi politici, essendo scoppiati violenti contrasti interni, e andare in esilio in Sicilia, in una delle colonie della seconda colonizzazione, le colonie della magna grecia forse Agrigento. Nella scarsità e lacunosità di informazioni biografiche su di lei, una sembra abbastanza certa: la sua attività principale era quella di educare giovani donne, in un contesto che, pur non rintracciandosi il termine preciso nei frammenti a noi pervenuti, poteva essere il tìaso. Con questo nome veniva indicato originariamente un culto tributato a Dioniso, ma col tempo si indicò con esso ogni tipo di setta o di confraternita. Saffo avrebbe quindi diretto un tiaso composto da ragazze, coltivandone gli studi e dedicandosi al culto di Afrodite. In armonia con questa ricostruzione sono i componimenti pervenutici sotto il nome di Saffo, il cui contenuto primario è l’amore cantato sia in termini soggettivi, sia sotto forma di inno alla dea Afrodite. In particolare, Saffo compone inni, odi, epitalami (canti nuziali), accompagnati da musica e versificati, ricorrendo a una metrica quantitativa e al dialetto ionico (il greco si distingue, nel periodo iniziale, nei tre dialetti ionico, dorico e eolico, corrispondenti alle tre zone della prima colonizzazione di cui si è detto). Sulla data di morte di Saffo, e nemmeno su come si sia verificata, non abbiano nessuna certezza ma un mito, al quale la poesia nei secoli ha dato consistenza: da Ovidio (I secolo a. C.) a Leopardi (poeta romantico dell’Ottocento) a Cesare Pavese nel Novecento, apprendiamo che Saffo si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade, nell’isola di Lefkada, anch’essa di fronte alla costa ionica a nord ovest della Grecia peninsulare, per disperazione d’un amore non corrisposto dal barcaiolo Faone. In particolare, Leopardi, nel suo Ultimo canto di Saffo, dà voce al mito di una Saffo non particolarmente avvenente, che avrebbe invano desiderato essere corrisposta dal bellissimo Faone.  

La produzione di Saffo poteva anche essere molto estesa, ma a noi sono rimasti appunto solo pochi frammenti. Fra essi spica quello intitolato, dalle prime parole del componimento,  Fainetai moi (Mi pare o A me sembra).

 

MI PARE 

Provvisto di qualità divine mi pare 

chi riesce a starti accanto mentre parli  

e sorridi, con quella dolcezza 

struggente che vorrei provare solo io 

A me, invece, il cuore non regge 

mi sento sconvolta appena ti vedo, 

e non riesco a parlare. 

Un fuoco m'infiamma le vene, 

la luce s'oscura, mi perdo nell'ombra,  

e, ormai dissennata, mi sento prossima alla morte. (CB) 

Nel I secolo a.C. a Roma con Catullo (che traduce Saffo)

Anche nel caso di Catullo, come già per Saffo, non abbiamo precise notizie biografiche: dobbiamo desumere quale sia stata la sua vita dai suoi carmi. Nasce nella prima metà del primo secolo a. C., forse nell’84, probabilmente in Gallia Cisalpina da una famiglia agiata che possiede una villa sul lago di Garda, a Sirmione: possibile che gli sia capitato di ospitare lì Cesare (così riporta uno storico posteriore). Colpisce il fatto che sia il primo, insieme ad altri amici più o meno coetanei, fra i romani a dedicarsi alla poesia d’amore, rifiutando la carriera politica.  Così dà vita a una corrente poetica che sarà definita con intenzione dispregiativa neoterismo (da neoteroi, i più nuovi: ricordate l’avversione dei romani conservatori per le res novae) dal conservatore Cicerone, secondo il quale dedicarsi alla poesia è indegno per un civis romanus. A noi interessa però soprattutto il fatto che Catullo, destinato a morire molto giovane, a circa trent’anni nel 54, nel 60 circa incontri una donna, alla quale dedica una gran  parte della sua produzione poetica, complessivamente poi raccolta sotto il titolo di Liber. Il nome con cui tale donna viene cantata nel Liber è già indizio del nesso con Saffo: Catullo la nomina Lesbia, la fanciulla di Lesbo, terra d’origine della poetessa greca. La donna, nella realtà, ha un altro nome, che ora non ci interessa ricostruire (ci porterebbe addentro le torbide vicende delle guerre civili), perché la voce di Catullo che intendiamo ascoltare è quella di un giovane romano che vuole tenersi lontano da tutto quello che accade nella terra dov’è nato, insanguinata dalle guerre civili, e che attraverso la poesia dà forma a una dimensione destinata certamente più all’eternità di quanto non potesse permettersi Roma nel suo insieme con le sue guerre imperialiste e col suo  ordinamento politico. La dimensione a cui sto facendo riferimento è quella della lirica d’amore, che non è assolutamente un mondo astratto, ma perfettamente fuso e intrecciato con quello reale, come può permettersi di fare la poesia, in qualsiasi contingenza storica. Dunque, nel Liber Catullo canta l’amore e ripercorre una vicenda, la sua, che ha un punto di partenza, l’innamoramento, dei momenti di esaltazione, l’amore appagato e corrisposto, un esito fatale, la fine dell’amore vero, quello in cui corpo e anima degli innamorati sono perfettamente fusi e consonanti, per via di tradimenti dichiarati, cui segue la permanenza di un dolorosissimo e lacerante sentimento in cui amore e odio sono compresenti e indistinguibili. A Catullo dobbiamo una traduzione poetica del canto di Saffo che ora vi propongo ritradotto in italiano.

Mi pare un dio, sì, azzardo,  

anche superiore agli dei, 

chi, sedendoti accanto, 

senza sosta ti guarda e ascolta  

ridere dolcemente,  

e io mi sento svenire, poveretto:  

appena ti vedo, Lesbia mia,  

mi manca il respiro, 

s’intorpidisce la lingua, 

una fiamma pervade le membra,  

mi fischiano le orecchie, 

le tenebre mi offuscano la vista. 

Ti fa male stare in ozio, Catullo;  

nell’ozio ti esalti troppo; 

l’ozio ha mandato in rovina re e città prospere. (CB) 

Catullo innamorato di Lesbia le dedica tante poesie, che documentano le varie fasi dell’amore. Quella che segue, nota come Odi et amo, coincide con la delusione definitiva, l’ammissione che l’antica fiamma si è spenta o meglio, continua a bruciare ma d’un fuoco che fa solo danni e, soprattutto, non sprigiona che una luce oscura. Ecco i pochi e indimenticabili versi:  

ODI ET AMO 

Ti amo e ti odio, 

e tu forse ti domandi perché. 

Non lo so, ma è così. 

Ed è una tortura. (CB) 

Sembrano scritti col sangue d’una ferita mortale, per via del ritmo incalzante, delle scelte lessicali che in latino sono dominate da una onnipresente r, vibrante e sonora nella pronuncia. Suona come un epitaffio funebre questa tortura dell’odiamore, neologismo forzato, col quale il poeta riassume l’irreversibile evento sentimentale della perdita di rispetto nei confronti di chi si amava d’amore totale e si prende a odiamare perché il corpo fatica a dimenticare quello che l’anima non sente invece più. Una tortura, excrucior (sono sottoposto a tormento), scrive Catullo, continuare a vedere Lesbia e non poter smettere di essere attratto da lei, che gli ha dato mille motivi per essere odiata.   

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