LA FORMAZIONE DI UN IMPERO FASE 2 - LE TRE GUERRE PUNICHE
Nell'operazione di progressiva conquista territoriale che abbiamo sin qui delineato si riconosce un punto di svolta nel momento in cui viene meno il patto di non belligeranza fra Roma e Cartagine, siglato nel lontano (rispetto al III secolo inoltrato di cui ci occuperemo) anno 509 a.C., in cui le due città (una potenza in formazione, Roma, e una già solida, Cartagine, colonia fenicia dai prosperi commerci) si spartiscono le sfere d'influenza: il mare a Cartagine, la terra italica a Roma.
Alla rottura del patto in questione Roma arriva gradualmente. Il primo passo la vede entrare in conflitto con una antica colonia greca, Taranto, con la quale nel 302 a. C. si era impegnata a non interferire sul territorio. Viceversa, nel 282 a. C., la città di Thurii (odierna Calabria, nelle vicinanze di Taranto) chiede ai romani di intervenire per difenderli da aggressioni di popoli dell'interno: Roma manda un supporto navale e viola il patto con Taranto. Quest'ultima chiede un supporto esterno per potersi contrapporre a Roma (troppo forte per lei): destinatario della richiesta d'aiuto è Pirro, re dell'Epiro (penisola anatolica), che prontamente interviene (prima occasione per Roma di confrontarsi con la tecnica di combattimento della falange e di avere a che fare con elefanti). Dopo due iniziali vittorie non decisive, Pirro viene sconfitto da Roma a Maleventum (che diventa Beneventum da quella vittoria), Taranto viene occupata, diventa colonia romana, così come, poco a poco, tutte le colonie greche dell'Italia meridionale.
La I guerra punica, che dura dal 264 al 241 a.C. (è quindi una lunga guerra, come quella del Peloponneso per i greci o come la mitica guerra di Troia, ricordare la lectio magistralis di Canfora a questo proposito) inizia con una richiesta d'aiuto da parte di soldati mercenari, i mamertini, impadronitisi della colonia greca di Messina. Temendo che il nuovo tiranno di Siracusa Gerone volesse conquistare Messina, i mamertini avevano prima chiesto l'aiuto di Cartagine, poi quello di Roma. Questa duplice richiesta porta il senato e la classe dirigente di Roma a dover fare una scelta: non accettare di scendere in campo per non entrare in conflitto con una potenza alla quale la stringeva un patto di non belligeranza, o compiere un salto di qualità nella politica estera, contendendo a una potenza marittima di lunga data il suo primato. Per intendere la ragion della scelta, che determina appunto una svolta nella politica originariamente imperialista di Roma (come ho sempre sostenuto), occorre soffermarsi brevemente sulle classi sociali di Roma in questo periodo.
CLASSI SOCIALI E INTERESSI A ENTRARE IN GUERRA CON CARTAGINE
Nella classe dirigente, nel III secolo, prevale la componente senatoriale, la cui ricchezza primaria è rappresentata dai possedimenti terrieri: è una componente che può trarre vantaggio dall'espansionismo, grazie a nuovi territori messi a disposizione dalle eventuali conquiste; una classe sociale che si sta delineando è quella dei cavalieri, la cui ricchezza ha due origini: proviene dai commerci (che grazie a un'espansione territoriale e sul mare non possono che diventare più prosperi) e dalla riscossione delle tasse (i cavalieri sono i pubblicani, incaricati appunto di raccogliere le tasse), che sono maggiori soprattutto in territori come le colonie appena conquistate. Altre categorie che possono avvantaggiarsi di una guerra sono poi ovviamente gli armatori e costruttori di navi e di equipaggiamento militare. Quanto al popolo, è possibile ovviamente allettarlo con la prospettiva di ricchi bottini che vengano redistribuiti con donativi e spartizioni. Gioca una parte importante, in questa fase di preparazione alla guerra anche una propaganda nei riguardi del nemico cartaginese, dipinto come una specie di opposto negativo (moralmente) del romano (cfr. pagine del libro di testo sul nemico assoluto, 377 e sgg.). Conta poco che, a ben vedere, Cartagine abbia un ordinamento molto simile a quello romano (sempre p. 377): a vincere è appunto la propaganda, e così il senato romano decreta l'apertura del tempio di Giano e l'inizio della lunga guerra contro Cartagine.
PRIMA GUERRA PUNICA CON QUALCHE DETTAGLIO
In un'alternanza di fasi, che vedono comunque Roma anche in grande difficoltà, nel 241 la battaglia navale delle isole Egadi vede affermarsi definitivamente i romani. Il trattato di pace stabilisce la restituzione reciproca dei prigionieri di guerra, un pesante tributo da pagare a Roma, la cessione della Sicilia, poi della Sardegna e della Corsica. Per sistemare i territori acquisiti, Roma procede a accordi differenti rispetto al sistema del foedus delineato nell'ultima lezione: gli abitanti delle tre isole sono sudditi, non alleati, e pagano un tributo. Si tratta quindi di province, governate da magistrati (pro-consoli e pro-pretori, ossia che fanno le veci dei consoli e dei pretori).
Riassumendo, il sistema imperialistico a questo punto risulta amministrativamente organizzato in municipi, colonie, province.
II GUERRA PUNICA CON QUALCHE DETTAGLIO
Tra la prima e la seconda guerra punica intercorrono anni di pace armata (o, per riprendere Canfora, più che di pace si tratta di tregua). La seconda inizia nel 218 a.C., quando il giovane Annibale Barca, figlio di Amilcare, già protagonista della I guerra punica, assume il comando di una parte dell'esercito cartaginese e attacca la città spagnola di Sagunto, situata a sud del fiume Ebro e, nell'interpretazione data da Annibale ad accordi non abbastanza precisi presi con Roma, fuori dalla sfera di influenza romana (i Saguntini non erano d'accordo con questa interpretazione, ma i romani non reagirono abbastanza velocemente inviando loro truppe, così Sagunto venne fulmineamente conquistata da Annibale). Il piano del generale cartaginese era di piombare il più velocemente possibile dalla Spagna in Italia, sorprendendo Roma e soprattutto dividendo i suoi socii: di qui il valico (del tutto inatteso vista la stagione invernale) delle Alpi. Poi Annibale ottiene una serie di trionfi (Ticino, Trebbia, Trasimeno, da nord al centro), infliggendo a Roma la terribile sconfitta a Canne nel 216 a. C. A quel punto Annibale decide di fermarsi e raccogliere altre forze e Roma sceglie, con il dittatore Quinto Fabio Massimo la tattica del temporeggiamento. Così inizia le ripresa, lenta, di Roma, che si riprende città che erano passate dalla parte di Annibale (ad esempio Siracusa, difesa dalle macchine da guerra di Archimede). Due i fronti della guerra, l'Italia e la Spagna, e risolutivo l'apporto di Publio Cornelio Scipione, che sarà poi soprannominato Africano per la vittoria conseguita alla fine contro i cartaginesi nella battaglia di Zama, nel 202 a.C., combattuta in territorio africano contro Annibale. Fondamentale per la vittoria romana l'alleanza con il re africano Massinissa, sovrano di Numidia. Annibale sfugge alla cattura e si rifugia in oriente, e Roma stabilisce condizioni durissime per Cartagine: indennità di guerra altissima, cessione totale dei territori spagnoli (diventano altre province, Spagna Citeriore e Spagna Ulteriore), soggezione totale a Roma per la politica estera, cessione di quasi tutta la flotta.
III GUERRA PUNICA
Si tratta di un annientamento deciso a tavolino, quando era evidente a tutti che Cartagine non si sarebbe mai risollevata al punto di poter competere davvero con Roma. A guidare i sostenitori di questo definitivo annientamento è Marco Porcio Catone, uomo politico e oratore, sostenitore di una visione tradizionalista, occupato a esaltare le origini di Roma e le sue radici agricole e contadine. I romani aggrediscono con un pretesto Cartagine nel 149 (Massinissa, alleato di Roma dalla II guerra punica, provocava i cartaginesi invadendo il loro territorio, inducendoli a violare il patto secondo cui non potessero reagire se non chiedendo il permesso di Roma). La resistenza comunque è lunga: le operazioni militari si concludono nel 146 con Scipione Emiliano, Cartagine è rasa al suolo e tutti gli abitanti sono deportati.
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