GIORNO DELLA MEMORIA - 27 GENNAIO 2026: A FUTURA MEMORIA, SE LA MEMORIA HA UN FUTURO

Il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, si celebra il Giorno della Memoria.

La decisione e la scelta di questo giorno simbolico ed evocativo sono responsabilità dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con una risoluzione del 1° novembre 2005. In quel giorno di gennaio, nel 1945, le truppe sovietiche arrivarono presso la città polacca di Auschwitz: la scoperta del campo e le testimonianze dei sopravvissuti (dapprima i pochi superstiti ritrovati nel campo e poi a poco a poco gli altri che furono liberati) rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore di quanto era accaduto.

Si tratta di una ricorrenza internazionale, che non deve diventare per nessuno una mera commemorazione celebrativa e, tantomeno, un vacuo rituale. Tre anni dopo la chiusura di Auschwitz, il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, per far sì che l’orrore della guerra appena finita non si ripetesse mai più. Nel preambolo della Dichiarazione si afferma che «il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità» e che proprio per questo si vogliono affermare i diritti che appartengono a qualsiasi persona, diritti uguali ed inalienabili, che costituiscono «il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».
Si sperava che tutti i popoli e tutti gli Stati li avrebbero riconosciuti come un bene fondante e imprescindibile dell’umanità, e che la lezione dell’Olocausto (con riferimento al genocidio degli ebrei) avesse raggiunto una tragicità e una abiezione morale tali da rendere impossibile il suo ripetersi in qualsiasi forma.
Ma da quel giorno, e oggi forse più che mai, possiamo sostenere che l’umanità non ha imparato la lezione della storia.
Fatti recentissimi dimostrano quanto nuove e vecchie forme di razzismo, di violenza, di genocidio, di violazione dei diritti umani, siano ancora oggi insite nella nostra realtà, e nient'affatto relegate in un passato distante da noi.
I dati sui deportati e sui morti nei campi di sterminio e di detenzione sono ancora adesso oggetto di ricerca e di studio: fino a oggi si è parlato di quasi sei milioni di ebrei e di altri  milioni di persone, tra oppositori politici, prigionieri di guerra, omosessuali, zingari, malati di mente, portatori di handicap, secondo i dati forniti e documentati dall’International Institute for Holocaust Research. Ma l'Holocaust Memorial Museum di Washington sta ad oggi ancora pubblicando  i risultati di una ricerca volta a ricostruire il numero di persone imprigionate o uccise dai nazisti.
 Ha scritto Primo Levi, nel 1986 nella prefazione al suo ultimo saggio, scritto poco prima di morire, I sommersi e i salvati: Siamo in molti (ma ogni anno il nostro numero diminuisce) a ricordare il modo specifico in cui laggiù temevamo la morte: se morremo qui in silenzio come vogliono i nostri nemici, se non ritorneremo, il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di che cosa è tutt’ora capace: il mondo non conoscerà se stesso, sarà più esposto di quanto non sia ad un ripetersi della barbarie nazionalsocialista o di qualsiasi altra barbarie equivalente, qualunque ne sia la matrice politica effettiva o dichiarata.
Primo Levi sapeva che la memoria, perché (per dirla con un neologismo dantesco, dal XVII canto del Paradiso) s'infuturi deve essere sempre stimolata. Per farla essere memoria che opera nel presente e si proietta nel futuro bisogna tenerla viva. Per questo ha scritto tanto e, come lui, tanto hanno cercato di scrivere e testimoniare tutti coloro che sono sopravvissuti ai campi di sterminio. Ne restano pochissimi, ormai, ma noi possiamo continuare a leggerli, se non più ad ascoltarli. Come abbiamo appena fatto con quanto scrisse quarant'anni fa Levi. In sua memoria e per onorare la sua memoria, nonché quella di tutti i morti nei campi di concentramento, voglio allora  proporre una commemorazione che crei un collegamento fra quel passato e questo nostro presente, un ponte fra quello che non vorremmo mai si ripetesse e quello che temiamo si stia riproducendo. La propongo in nome della memoria che possa avere un futuro, e che non potrà averlo se mettiamo a tacere il nostro spirito analitico e critico, la nostra capacità di giudizio. Per non urtare nessuna sensibilità riprendendo affermazioni concepite in questa nostra contemporaneità, cito  nuovamente di Primo Levi, sempre   I sommersi e i salvati:  Non ci era possibile, né abbiamo voluto essere isole; i giusti fra noi, non più né meno che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.
Il collegamento con cui oggi vi invito a concepire una vostra riflessione è tutto qui: allora come ora, non vedere, non ascoltare, non fare, rende tutti egualmente responsabili di ogni orrore.





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