COLLOQUI E PROVA SCRITTA PROGRAMMATI PER IL 26 GENNAIO

Di seguito incollo il materiale su cui prepararsi per i colloqui/prove scritte (entrambi con valutazione) di storia programmati per il 26 gennaio. L'argomento è l'imperialismo romano (guerre di conquista e organizzazione dei territori). Una decina di studenti  esporranno oralmente, i rimanenti risponderanno a domande aperte scritte. 

POST 1

Tratteremo l'espansionismo romano nell'ottica di una piuttosto originaria vocazione all'imperialismo. Per questo occorre precisare subito il significato preciso del termine, che non ha necessariamente  a che vedere con la struttura politica impero: a dimostrazione di questo, il fatto che una struttura politica come la res publica romana si predisponga a essere e poi diventi  una potenza imperialistica, ben prima di trasformarsi anche istituzionalmente in un impero (alla fine del I secolo a. C. con Ottaviano Augusto, stratega e artefice di questo passaggio politico). I precedenti imperialistici meglio noti a noi e che possiamo tenere presenti sono collegati con la cultura egizia, persiana, greca (ateniese) e macedone. Come si può notare è una vocazione  che unisce occidente e oriente.

Nella storia di Roma repubblicana si possono identificare, per quanto riguarda l'espansionismo destinato a prendere la forma di imperialismo, tre momenti fondamentali. In questa lezione ricostruisco il primo. 

Fase della conquista dei territori limitrofi al primo insediamento (quello che nel mito di Romolo è segnato dal pomerium tracciato dal primo nella zona dei sette colli), ovvero il Lazioun'area prospiciente al mare Tirreno il cui centro principale era la città di Lavinio (notate le risonanze mitiche riprese nell'Eneide virgiliana). Roma, fra il VI e il V secolo a.C. diventa la città dominante della lega latina, sostituendo appunto Lavinio nel controllo territoriale. La superiorità di Roma è sancita dal trattato tramandato come foedus Cassianum (496 a,C.) stipulato da Roma (da una parte) con tutti gli altri centri della lega messi insieme: non si tratta esattamente di una condizione di primus inter pares ma di una posizione già di supremazia (anche se si garantiscono protezione reciproca). Agli stessi anni (509 a. C.) risale un trattato con Cartagine che stabilisce un reciproco rispetto: i Cartaginesi, coloni fenici, detengono il controllo del Mediterraneo occidentale e Roma è, al momento, un potenza in formazione ma di tipo territoriale, non marittimo. Il trattato però segnala la posizione di supremazia di Roma su tutte le altre città della zona. In questa prima fase popoli come equi, volsci, sabini rappresentano occasionali nemici, che Roma via via sconfigge, così come accade con gli etruschi, mentre gli scontri con i galli del nord (i sénoni) anche se giungono a mettere a rischio l'incolumità di Roma medesima (nel 390 avviene un famigerato sacco di Roma), si concludono con un rientro di questi ultimi nei loro territori, dopo aver realizzato un cospicuo bottino di guerra. L'avversario più temibile di questa prima fase sono i sanniti, in parte anche i lucani e i bruzi. I primi però sono particolarmente difficili da controllare, ma Roma alla fine del II secolo li stermina definitivamente. Questa prima fase di espansionismo, quindi, si estende dal VI secolo circa fino al 282 a. C., anno della guerra contro Taranto, con la quale ha inizio la seconda fase che tratteremo in seguito. Il territorio interessato ha come punto di partenza Roma e si estende nell'Italia centrale e in quella meridionale, procedendo per via di progressivo inglobamento dei territori e delle popolazioni. Per organizzare il territorio in questione i romani concepiscono e strutturano un sistema di dominio coloniale, al quale dedicherò apposita spiegazione.  

POST 2

Il sistema coloniale romano si forma nel corso del tempo a partire da un fondamento che è il foedus, il patto, e al fine di costituire una societas, un'alleanza, dal momento che i socii sono appunto coloro che riconoscono di appartenere a una medesima societas, la quale,  nel caso del sistema di alleanze, è destinata a ramificarsi e ampliarsi in concomitanza con il procedere della conquiste. Possibile, a questo proposito, notare un'analogia fra il modo in cui i romani procedono con la costruzione di strade e quello in cui organizzano il sistema delle colonie: l'intento, in entrambi i casi, è quello di sottolineare la centralità dell'Urbs (la Città ovvero Roma)  rispetto a una vera e propria rete ramificata di strade e una rete, analogamente ramificata, di alleanze. Peraltro, la funzione primaria delle strade (Appia è il nome della prima strada principale, ultimata nel 312 alla fine della seconda guerra sannitica; seguiranno Aurelia, Flaminia, Salaria) è quella di permettere il passaggio delle legioni, indicando inoltre in modo evidente a tutti che i percorsi attraverso il territorio via via conquistato da Roma erano sotto il contro dello stato centrale. 

I popoli che abbiamo preso in considerazione, trattando il tema delle conquiste della prima fase dell'imperialismo romano, diventano via via socii di Roma, stringendo dei foedera (plurale di foedus) con quella che potremmo definire la città madre, la quale col suo pomerium continua a rappresentare il centro, il cuore, delle conquiste territoriali (e poi d'oltre mare) che otterrà. Un'unica eccezione è per ora rappresentata dal caso dello scontro con i Galli o Celti, popoli predisposti alle operazioni fulminee (razzie), che si concludono con riscatti in denaro e con il ritiro dai territori attaccati. 

Dunque la formazione dell'impero della res publica avviene tanto per via di imprese guerresche quanto attraverso una capillare organizzazione di tipo federativo, ossia caratterizzata dalla creazione di patti, legami, stretti con i popoli via via conquistati inglobati. 

Le città conquistate possono essere, per cominciare,  municipia (singolare municipium) da munus (onere) capere (prendere), poi ulteriormente differenziati fra loro. I cittadini dei municipia possono infatti dover pagare a  Roma una tassa, un onere,  e non avere diritti politici, essendo quindi  a tutti gli effetti assoggettati a Roma  sine suffragio, senza diritto di partecipazione politica. Un gradino superiore è quello di quelle città assoggettate in cui invece il foedus stipulato consente di avere diritti politici, di essere cives optimo iure; lo stesso status  è concesso alle coloniae nelle quali sia garantita la piena cittadinanza, dette coloniae civium Romanorum, o quelle in cui vi sia comunque un'alleanza privilegiata. Si capisce che la strategia utilizzata dai romani nell'organizzazione delle colonie è riassumibile nel motto divide et impera, dividi e comanda: stringendo patti differenziati (per condizioni e in relazione ai comportamenti tenuti durante e dopo gli scontri bellici), Roma si garantisce una fidelizzazione dei nemici, che ovviamente varia a seconda dei casi, ma comunque le consente di mantenere un ruolo centrale, arbitrale, nonché di rendere la cittadinanza romana un obiettivo desiderabile da tutti coloro che via via entrano nell'orbita della città. L'imperialismo di Roma deve quindi il suo successo non solo alla potenza militare, ma anche alla tipologia di organizzazione dei territori prescelta, la quale è una variante del tipo di organizzazione che, nella pur breve esistenza, Alessandro Magno riesce a modellizzare: nel suo caso, a dominare è la scelta del rispetto delle continuità locali, evitando l'effetto (traumatico per le popolazioni) di un cambiamento repentino o sanguinario della gestione del potere (ricordare il caso della congiura dei satrapi contro il gran re, punita con rigore dal sovrano macedone). 

A consolidare dal punto di vista ideologico l'operazione materiale, militare, politica che si manifesta attraverso la conquista imperialistica intrapresa da Roma è un'elaborazione concettuale che inizia nei primi secoli della repubblica,  si precisa nel periodo delle guerre puniche (III-II secolo a. C.) e arriva a una compiuta formulazione nel I secolo a.C. Inizio quindi solo a rimarcare il fatto che il ritualismo collegato con la dichiarazione di guerra e, al termine di questa, con la stipulazione della pace (affidato a un collegio sacerdotale, quello dei feziali, e collegato a una divinità anch'essa specifica della guerra, ossia Giano) vale già a dimostrare che stiamo trattando di una civiltà che intende fondarsi sulla guerra e che ritiene quest'ultima  la norma. Da qui, un passo immediatamente successivo conduce a ritenerla giusta, nel senso di approvata dalle divinità (del cui parere si continua a dover, ritualisticamente, tener conto) per arrivare infine a stabilirne la legittimità in base a criteri anche solo culturali: è il grado di civiltà superiore al quale sono pervenuti i romani che rende giusta la loro conquista imperiale. 

LA RETE VIARIA SIMBOLO DI POTERE (pp. 374-375)

IL CONCETTO DI GUERRA GIUSTA (pp. 366-369)

POST 3

Nell'operazione di progressiva conquista territoriale che abbiamo sin qui delineato si riconosce un punto di svolta nel momento in cui viene meno il patto di non belligeranza fra Roma e Cartagine, siglato nel lontano (rispetto al III secolo inoltrato di cui ci occuperemo) anno 509 a.C., in cui le due città (una potenza in formazione, Roma, e una già solida, Cartagine, colonia fenicia dai prosperi commerci) si spartiscono le sfere d'influenza: il mare a Cartagine, la terra italica a Roma. 

Alla rottura del patto in questione Roma arriva gradualmente. Il primo passo la vede entrare in conflitto con una antica colonia greca, Taranto, con la quale nel 302 a. C. si era impegnata a non interferire sul territorio. Viceversa, nel  282 a. C., la città di Thurii (odierna Calabria, nelle vicinanze di Taranto) chiede ai romani di intervenire  per difenderli da aggressioni di popoli dell'interno: Roma manda un supporto navale e viola il patto con Taranto. Quest'ultima chiede un supporto esterno per potersi contrapporre a Roma (troppo forte per lei): destinatario della richiesta d'aiuto è Pirro, re dell'Epiro (penisola anatolica), che prontamente interviene (prima occasione per Roma di confrontarsi con la tecnica di combattimento della falange e di avere a che fare con elefanti). Dopo due iniziali vittorie non decisive, Pirro viene sconfitto da Roma a Maleventum (che diventa Beneventum da quella vittoria), Taranto viene occupata, diventa colonia romana, così come, poco a poco, tutte le colonie greche dell'Italia meridionale. 

La I guerra punica, che dura dal 264 al 241 a.C. (è quindi una lunga guerra, come quella del Peloponneso per i greci o come la mitica guerra di Troia, ricordare la lectio magistralis di Canfora a questo proposito) inizia con una richiesta d'aiuto da parte di soldati mercenari, i mamertini, impadronitisi della colonia greca di Messina. Temendo che il nuovo tiranno di Siracusa Gerone volesse conquistare Messina, i mamertini avevano prima chiesto l'aiuto di Cartagine, poi quello di Roma. Questa duplice richiesta porta il senato e la classe dirigente di Roma a dover fare una scelta: non accettare di scendere in campo per non entrare in conflitto con una potenza alla quale la stringeva un patto di non belligeranza, o compiere un salto di qualità nella politica estera, contendendo a una potenza marittima di lunga data il suo primato.  Per intendere la ragion della scelta, che determina appunto una svolta nella politica originariamente imperialista di Roma (come ho sempre sostenuto), occorre soffermarsi brevemente sulle classi sociali di Roma in questo periodo. 

CLASSI SOCIALI E INTERESSI A ENTRARE IN GUERRA CON CARTAGINE

Nella classe dirigente, nel III secolo, prevale la componente senatoriale, la cui ricchezza primaria è rappresentata dai possedimenti terrieri: è una componente che può trarre vantaggio dall'espansionismo, grazie a nuovi territori messi a disposizione dalle eventuali conquiste; una classe sociale che si sta delineando è quella dei cavalierila cui ricchezza ha due origini: proviene dai commerci (che grazie a un'espansione territoriale e sul mare non possono che diventare più prosperi) e dalla riscossione delle tasse (i cavalieri sono i pubblicaniincaricati appunto di raccogliere le tasse), che sono maggiori soprattutto in territori come le colonie appena conquistate. Altre categorie che possono avvantaggiarsi di una guerra sono poi ovviamente gli armatori e costruttori di navi e di equipaggiamento militare. Quanto al popolo, è possibile ovviamente allettarlo con la prospettiva di ricchi bottini che vengano redistribuiti con donativi e spartizioni. Gioca una parte importante, in questa fase di preparazione alla guerra anche una propaganda nei riguardi del nemico cartaginese, dipinto come una specie di opposto negativo (moralmente) del romano (cfr. pagine del libro di testo sul nemico assoluto, 377 e sgg.). Conta poco che, a ben vedere, Cartagine abbia un ordinamento molto simile a quello romano (sempre p. 377): a vincere è appunto la propaganda, e così il senato romano decreta l'apertura del tempio di Giano e l'inizio della lunga guerra contro Cartagine.

PRIMA GUERRA PUNICA CON QUALCHE DETTAGLIO

In un'alternanza di fasi, che vedono comunque Roma anche in grande difficoltà, nel 241 la battaglia navale delle isole Egadi vede affermarsi definitivamente i romani. Il trattato di pace stabilisce la restituzione reciproca dei prigionieri di guerra, un pesante tributo da pagare a Roma, la cessione della Sicilia, poi della Sardegna e della Corsica.  Per sistemare i territori acquisiti, Roma procede a accordi differenti rispetto al sistema del foedus delineato nell'ultima lezione: gli abitanti delle tre isole sono sudditi,  non alleati,  e pagano un tributo. Si tratta quindi di province, governate da magistrati (pro-consoli e pro-pretori, ossia che fanno le veci dei consoli e dei pretori). 

Riassumendo, il sistema imperialistico a questo punto risulta amministrativamente  organizzato in municipi, colonie, province. 

II GUERRA PUNICA CON QUALCHE DETTAGLIO

Tra la prima e la seconda guerra punica intercorrono anni di pace armata (o, per riprendere Canfora, più che di pace si tratta di tregua). La seconda inizia nel 218 a.C., quando il giovane Annibale Barca, figlio di Amilcare, già protagonista della I guerra punica, assume il comando di una parte dell'esercito cartaginese e attacca la città spagnola di Sagunto, situata a sud del fiume Ebro e, nell'interpretazione data da Annibale ad accordi non abbastanza precisi presi con Roma, fuori dalla sfera di influenza romana (i Saguntini non erano d'accordo con questa interpretazione, ma i romani non reagirono abbastanza velocemente inviando loro truppe, così Sagunto venne fulmineamente conquistata da Annibale). Il piano del generale cartaginese era di piombare il più velocemente possibile dalla Spagna in Italia, sorprendendo Roma e soprattutto dividendo i suoi socii: di qui il valico (del tutto inatteso vista la stagione invernale) delle Alpi. Poi Annibale ottiene una serie di trionfi (Ticino, Trebbia, Trasimeno, da nord al centro), infliggendo a Roma la terribile sconfitta a Canne nel 216 a. C. A quel punto Annibale decide di fermarsi e raccogliere altre forze e Roma sceglie, con il dittatore  Quinto Fabio Massimo la tattica del temporeggiamento. Così inizia le ripresa, lenta, di Roma, che si riprende città che erano passate dalla parte di Annibale (ad esempio Siracusa, difesa dalle macchine da guerra di Archimede). Due i fronti della guerra, l'Italia e la Spagna, e risolutivo l'apporto di Publio Cornelio Scipione, che sarà poi soprannominato Africano per la vittoria conseguita alla fine contro i cartaginesi nella battaglia di Zama, nel 202 a.C.,  combattuta in territorio africano contro Annibale. Fondamentale per la vittoria romana l'alleanza con il re africano Massinissa, sovrano di Numidia. Annibale sfugge alla cattura e si rifugia in oriente, e Roma stabilisce condizioni durissime per Cartagine: indennità di guerra altissima, cessione totale dei territori spagnoli (diventano altre province, Spagna Citeriore e Spagna Ulteriore), soggezione totale a Roma per la politica estera, cessione di quasi tutta la flotta. 

III GUERRA PUNICA

Si tratta di un annientamento deciso a tavolino, quando era evidente a tutti che Cartagine non si sarebbe mai risollevata al punto di poter competere davvero con Roma. A guidare i sostenitori di questo definitivo annientamento è Marco Porcio Catone, uomo politico e oratore, sostenitore di una visione tradizionalista, occupato a esaltare le origini di Roma e le sue radici agricole e contadine. I romani aggrediscono con un pretesto Cartagine nel 149 (Massinissa, alleato di Roma dalla II guerra punica, provocava i cartaginesi invadendo il loro territorio, inducendoli a violare il patto secondo cui non potessero reagire se non chiedendo il permesso di Roma). La resistenza comunque è lunga: le operazioni militari si concludono nel 146 con Scipione Emiliano, Cartagine è rasa al suolo e tutti gli abitanti sono deportati. 



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