ENEIDE: STRUTTURA E PRIMO LIBRO (12 novembre, integrale evidenziata)
L' Eneide si compone di 12 libri, di cui 6 seguono il modello dell'Odissea, raccontando i viaggi per mare dei Troiani guidati da Enea, e 6 seguono il modello dell'Iliade, evocando le guerre combattute nel Lazio da Enea, che si allea con i Latini contro alcuni popoli confinanti. Proprio al centro del poema, in corrispondenza del VI libro, figura la catabasi, la discesa nel mondo degli inferi, l'Averno, e poi il passaggio dai campi elisi. In corrispondenza della catabasi si realizza la presa di coscienza definitiva da parte di Enea della sua missione fondatrice: l'eroe deve convincersi del fatto che senza di lui gli eroi romani non esisterebbero, un'intera civiltà non vedrebbe la luce e i troiani sarebbero quindi davvero scomparsi per sempre. Solo così, aggiungiamo noi, il sacrificio dei profughi riceve una sorta di definitiva giustificazione. Cosa alla quale forse, in cuor suo, nemmeno Virgilio credeva.
L'eroe che dà il titolo all'epopea, alla vicenda mitica, è Enea, figlio di Venere e di Anchise, imparentato con Priamo. Nelle vene di Enea scorre il sangue dei Troiani (i vinti per eccellenza della storia antica) e quello della divina Afrodite, la dea più bella di tutte, il cui dono a Paride (la donna più bella di tutte, Elena) causò la guerra di Troia. Enea, poi, padre di Ascanio (avuto dalla prima moglie, Creusa) è considerato capostipite dei Romani, in quanto fondatore della città di Alba Longa, dove sarebbe nata Rea Silvia, la vestale che, rimasta incinta di Marte, avrebbe dato alla luce i due gemelli, Romolo e Remo. La catena di miti, qui sommariamente evocati (la fonte è sempre il già noto storico del I secolo a. C. Livio), collega quindi una volta di più Venere e Marte, divinità rispettivamente connesse con l'amore e la guerra, che, sempre nei miti, si narra fossero innamorati e amanti, a dispetto del fatto che lei fosse sposata con il dio Vulcano.
Concentriamoci adesso sul congegno narrativo. I primi sei libri sono quindi una storia di viaggio. I profughi troiani devono scappare dalla loro terra in fiamme, situata nella Troade, poco prima dello stretto dei Dardanelli, in Asia Minore. A guidarne la fuga una vaga indicazione: da loro nascerà una stirpe nuova, destinata a conseguire potere e ricchezza, a patto che raggiungano la saturnia tellus, la terra di Saturno, un'antica divinità spodestata da Zeus e esiliata sulla Terra, dove avrebbe creato una sorta di eden (con ripresa del mito dell'età dell'oro) in quello che poi sarebbe diventato il Lazio. Nei primi versi dell'Eneide noi leggiamo che i Troiani guidati da Enea stanno vagabondando per il mare già da sette anni, perseguitati da Giunone che non ha dimenticato l'onta inflittale da Paride (che le ha preferito Venere). Giunone continua a perseguitare i Troiani benché ormai sconfitti dai suoi protetti (gli Achei), perché conosce i decreti del fato in merito alla loro discendenza romana: Giunone sa che i romani diventeranno i nuovi dominatori, offrendo così ai troiani la possibilità di rivivere in loro. La dea s'ingegna in tutti i modi per rendere il viaggio terribile: chiede aiuto al re dei venti Eolo, affinché scateni i suoi dipendenti contro i profughi (p. 280, vv. 81-173). L'effetto della tempesta è quello di allontanare le navi di Enea dalla loro meta (si saprà poi che erano arrivati molto vicini alle coste dell'Italia) e farle naufragare, malconce, sulle coste della Libia, in Africa settentrionale. A rendere possibile questo esito non del tutto funesto della tempesta è una richiesta di intercessione da parte di Venere presso il padre Giove. Come madre di Enea, ma anche eterna rivale di Giunone, Venere non sopporta di vedere così bistrattato dal malvolere di Giunone suo figlio, e chiede per lui una tregua. La permanenza di Enea in Africa, con tutto quello che ne consegue, si può quindi considerare anche come una conquista dell'amore materno ottenuta da Venere presso il padre degli dei, al fine di portare a compimento i disegni del destino. Prima di procedere con il racconto, Virgilio indugia sulla presentazione della regina Didone, signora della terra di Libia in cui Enea è sbarcato, nonché protagonista insieme a lui di una storia d'amore profondo, intrecciata tragicamente con il destino dell'eroe. La storia di Didone viene raccontata da Venere medesima a Enea nel corso di un incontro con lui sulle rive dell'Africa cui è giunto. Venere non si palesa come sua madre, ma come una vergine del luogo, e Enea la riconosce solo alla fine, quando ormai ella s'allontana, per via del profumo d'ambrosia che spira alle sue spalle. La dea fa in modo che Enea e i suoi compagni possano raggiungere il palazzo reale di Didone avvolti in una nebbia, per poi palesarsi solo all'ultimo e essere accolti con benevolenza. Tutto avviene come previsto: Didone manifesta immediata comprensione nei loro confronti, non solo perché ispirata in tal senso dagli dei (Venere e Giove sono dalla parte dei Troiani) ma anche perché si sente affine ai Troiani perseguitati dalla sventura, in quanto anche lei ha subito un grave torto da parte di suo fratello Pigmalione, che ne avrebbe ucciso il marito Sicheo e le avrebbe sottratto il regno che le spettava di diritto. Didone poi sarebbe riuscita a sfuggire al fratello, che la voleva analogamente morta, e a fondare la città di Cartagine, in cui a questo punto dell'Eneide incontra Enea. Venere non manca di intervenire con i potenti mezzi a sua disposizione per promuovere la nascita di un sentimento amoroso fra Enea e Didone. Quest'ultima infatti organizza un magnifico banchetto, durante il quale Venere fa in modo che il piccolo Ascanio sia sostituito da suo figlio Amore: la regina, a un certo punto, lo tiene in braccio e, approfittando della situazione, il potentissimo dio scocca una delle sue frecce dell'innamoramento. Alla fine del libro, la regina chiede a Enea di raccontare tutto quello che è accaduto a lui e ai suoi compagni dal momento in cui sono partiti da Troia a quello in cui sono naufragati sulle coste della sua terra.
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