DALLE ARMI ALLE OMBRE - QUALCOSA A CUI PENSARE

Il primo esametro dell'Eneide si apre con la parola arma. Sappiamo in effetti che il poeta doveva onorare una richiesta del capo indiscusso della romanità, quell'Ottaviano Augusto che stava trasformando la res publica in impero, presentandosi come Romolo redivivo, e voleva che uno dei poeti del circolo di Mecenate scrivesse un'opera degna di stare al pari dei due  poemi omerici, Iliade e Odissea. Un'opera che doveva quindi essere epica, ossia celebrare appunto le armi vittoriose, quelle che in una società guerriera (com'era stata quella achea cantata da Omero e com'è quella romana in cui vive Virgilio) sono alla base di tutto, determinano la forma delle istituzioni, suggeriscono di che cosa scrivere, cosa cantare, cosa dipingere, come rappresentare il pantheon divino. Virgilio è però un poeta del I secolo a. C., che ha studiato la filosofia di quei greci che i romani hanno vinto, ma dai quali sono stati ampiamente guidati a conoscere e a praticare le vie dell'arte e della conoscenza. I greci sono stati per i latini dei maestri nella maggior parte delle invenzioni artistiche (poesia, teatro) e delle riflessioni filosofiche: i vinti sul piano militare si sono subito palesati come vincitori su quello intellettuale o, se vogliamo, spirituale. Così Virgilio obbedisce a e contemporaneamente mette in discussione il piano culturale di Ottaviano Augusto: le armi sono al centro del componimento epico, come deve essere, ma subito accanto a esse c'è l'uomo e il profugo (secondo esametro), uno che è stato costretto dalle armi altrui (armi achee) ad andarsene per sempre dalla sua terra, che un rogo ha cancellato, trasformando una città fiorente e ricca in un cumulo di macerie fumanti, e i suoi abitanti in cadaveri e schiavi deportati. Una passione per le risonanze, che si colgono meglio quando ci si allontana un po' dal punto di partenza, mi induce a bruciare le tappe e andare a leggere l'ultima parola del poema, quella che può anche essere che non sarebbe rimasta così se Virgilio lo avesse potuto revisionare tutto prima di morire. Scopro così che l'ultima parola è ombre. Mi soffermo allora un poco sul suono e sul significato di questi due termini, arma e umbras, le armi e le ombre, pensando che nello spazio di tutti i libri (12) e di tutti gli esametri (9896) che compongono questo poema, le armi arrivano fino alle ombre, e mi viene da pensare che in effetti le armi sono le principali generatrici di ombre, dato che le armi possono dire di aver svolto la funzione per la quale esistono solo nel momento in cui trasformano in ombre i corpi viventi, li precipitano (come pensavano gli antichi) in un Averno che è un regno oscuro e vagamente pauroso oppure, come pensano quelli tra noi oggi che si ritengono laici e non credenti, li cancellano per sempre, lasciando tracce destinate a scomparire nella memoria di chi dalle armi sia stato risparmiato. 
Il sensibile e modernissimo poeta latino istituisce già solo così, per chi voglia valorizzare questo accostamento, un discorso ideologicamente rilevante: mette in fatti in discussione un pilastro della civiltà alla quale appartiene e persino un ordine imperiale, al quale avrebbe potuto (ma può essere credibile che Ottaviano Augusto fosse abbastanza intelligente da non aspettarselo e persino da non volerlo) obbedire pedissequamente, componendo un poema ben più prevedibile, in cui le ragioni della conquista, della vittoria, della violenza, prevalessero su tutto. 
Nell'ampia tessitura del poema trova quindi uno spazio immediato la prospettiva di una fuga dalla rovina totale e quella di una ricerca di un nuovo spazio vitale. Apprenderemo quasi subito che il profugo è tale proprio perché non ha una terra ed è in fuga permanente. Il fato, che compare al suo fianco sempre nel secondo verso (fato profugus) è una presenza inquietante per tutti, anche per chi pensa di aver raggiunto tutti gli obiettivi che si era preposto, ma ancor più per chi abbia perduto tutto. Non abbiamo ancora finito di leggere sette versi, che già  apprendiamo come comunque il fato abbia le idee molto chiare su quello che deve accadere: grazie al profugus esisterà una progenie che darà vita alla stirpe romana. Al termine del settimo verso, e prima che inizi l'invocazione alle Muse, svettano già le mura dell'alta Roma, moenia altae Romae. Come dire: il poema è appena iniziato, ma il destino finale è già scritto. Il profugo è scelto dal destino per fondare una nuova stirpe, dalle ceneri di una civiltà ne nasce un'altra e non saranno le ombre a trionfare, ma la vita a rinnovarsi continuamente.

 

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