CAPITOLO V proposte 4,5,6

Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena ebbe data un’occhiata alle donne, dovette accorgersi che i suoi presentimenti non eran falsi. Onde, con quel tono d’interrogazione che va incontro a una trista risposta, alzando la barba con un moto leggiero della testa all’indietro, disse: “ebbene?” Lucia rispose con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse d’aver osato... ma il frate s’avanzò, e, messosi a sedere sur un panchetto a tre piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: “quietatevi, povera figliuola. E voi”, disse poi ad Agnese, “raccontatemi cosa c’è!” Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il frate diventava di mille colori, e ora alzava gli occhi al cielo, ora batteva i piedi. Terminata la storia, si coprì il volto con le mani, ed esclamò: “o Dio benedetto! fino a quando...!” Ma, senza compir la frase, voltandosi di nuovo alle donne: “poverette!” disse: “Dio vi ha visitate. Povera Lucia!”

Nell'espressione Dio vi ha visitate. Povera Lucia! è racchiuso tutto il senso della provvidenza secondo fra' Cristoforo (ma anche secondo Lucia). Da questo provo a far partire una proposta di lavoro che a questo punto è

PROPOSTA DI LAVORO 4 

Create una scena (utilizzando soprattutto frasi dal testo) in cui si mettano a confronto le soluzioni ai problemi di Renzo (come si comporta con don Abbondio, le immaginazioni delittuose mentre torna a casa di Lucia, anche il seguito di questo capitolo su cui torno più avanti), quella di Lucia, quella di Agnese e, ora, quella di fra' Cristoforo. Dovete pensare anche a come ambientarla, creando una cornice (dove si svolge il confronto fra loro?).  Deve essere tutta dialogica (potremmo pensare di recitarla) e deve servirsi anche, ma non solo,  di frasi prese direttamente (senza cambiamenti) dal testo. 

Fra Cristoforo si prepara a intervenire molto concretamente nella situazione che si è venuta a creare, ma deve prima placare l'animo surriscaldato di Renzo: è l'unico in grado di farlo in modo sufficientemente imperioso, dato che Lucia tende a reagire ai soprassalti d'ira del suo promesso sposo col pianto. “Che dice di quel birbone...?” Chiede a un certo punto Renzo riferendosi ovviamente a don Rodrigo.  “Che vuoi ch’io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio non t’abbandonerà.” “Benedette le sue parole!” esclamò il giovane. “Lei non è di quelli che dan sempre torto a’ poveri. Ma il signor curato, e quel signor dottor delle cause perse...”“Non rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a queste donne: per quel poco che posso, non v’abbandonerò.” “Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh eh! Eran pronti a dare il sangue per me; m’avrebbero sostenuto contro il diavolo. S’io avessi avuto un nemico?... bastava che mi lasciassi intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse come si ritirano...” A questo punto, alzando gli occhi al volto del padre, vide che s’era tutto rannuvolato, e s’accorse d’aver detto ciò che conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s’andava intrigando e imbrogliando: “volevo dire... non intendo dire... cioè, volevo dire...”“Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l’opera mia, prima che fosse intrapresa! Buon per te che sei stato disingannato in tempo. Che! tu andavi in cerca d’amici... quali amici!... che non t’avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi di perder Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu che Dio è l’amico de’ tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter fuori l’unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure...” A questo punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza perder d’autorità, s’atteggiò d’una compunzione solenne, gli occhi s’abbassarono, la voce divenne lenta e come sotterranea: “quando pure... è un terribile guadagno! Renzo! vuoi tu confidare in me?... che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?” “Oh sì!” rispose Renzo. “Quello è il Signore davvero.” “Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che ti lascerai guidar da me.”“Lo prometto.” La scena è notevole: Renzo, tutto preso dalla sua ira, non si rende nemmeno conto di quanto stia provocando a sua volta una reazione  nel frate (non dimentichiamo di averlo già conosciuto come uomo di forti passioni), che non manca di rimproverarlo e di ricordargli quanto sia fondamentale, proprio nel momento in cui si stia per sprofondare nell'abisso del peccato, confidare nell'aiuto divino, in quello che sommessamente Renzo ammette essere il Signore davvero. Di qui la mia  

PROPOSTA DI LAVORO 5 Clara Diego Baker

Tre persone intorno a un tavolo. Hanno un problema grave da risolvere. Non si deve subito capire quale sia (la questione è che due di loro vorrebbero sposarsi ma sono impedite da qualcuno), ma devono ciascuna prendere la parola per dire come pensano di poter risolvere la faccenda, in modo che siano riconoscibili le matrici manzoniane: ci deve essere una Lucia, un don Abbondio, un Renzo. L'ambientazione deve essere contemporanea, deve essere credibile l'impedimento, che non deve quindi essere rappresentato da una persona che faccia la parte di don Rodrigo, anzi, sarebbe meglio fosse un ostacolo di tutt'altro genere, che dovreste farvi venire in mente.

La PROPOSTA DI LAVORO 6 infine, è così strutturata. Propongo di seguito delle citazioni dal testo (dal capitolo V), che dovranno essere collegate tra loro con opportuni commenti, in modo che ne risulti un discorso continuativo. 

Ayoub Jacopo

Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d’una bicocca, sulla cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. [...]

 Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de’ costumi del paese.  [...]

Regnava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d’abitanti. Due grand’avoltoi, con l’ali spalancate, e co’ teschi penzoloni, l’uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d’esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore. [...]

Così dicendo, diede due picchi col martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand’inchino, acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l’ospite in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una cert’aria di maraviglia e di rispetto, disse: “non è lei... il padre Cristoforo di Pescarenico?”“Per l’appunto.”“Lei qui?”“Come vedete, buon uomo.”“Sarà per far del bene. Del bene,” continuò mormorando tra i denti, e rincamminandosi, “se ne può far per tutto.” [...]

Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il soggetto di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso, n’avrebbe fatto di meno. Ma, poichè lo spensierato d’Attilio aveva fatta quella gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro; e disse: “venga, padre, venga.” Il padre s’avanzò, inchinandosi al padrone, e rispondendo, a due mani, ai saluti de’ commensali.

L’uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a tutti) immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto però, per fargli prender quell’attitudine, si richiedon molte circostanze, le quali ben di rado si riscontrano insieme. Perciò, non vi maravigliate se fra Cristoforo, col buon testimonio della sua coscienza, col sentimento fermissimo della giustizia della causa che veniva a sostenere, con un sentimento misto d’orrore e di compassione per don Rodrigo, stesse con una cert’aria di suggezione e di rispetto, alla presenza di quello stesso don Rodrigo, ch’era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d’amici, d’omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero. Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soverchieria, il quale era venuto da Milano a villeggiare, per alcuni giorni, con lui. A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, temperato però d’una certa sicurezza, e d’una certa saccenteria, il signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo, come s’è visto di sopra. In faccia al podestà, in atto d’un rispetto il più puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli, in cappa nera, e col naso più rubicondo del solito: in faccia ai due cugini, due convitati oscuri, de’ quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse. [...]

“ L’autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà riverito; anzi è contro di lei; ” riprese a urlare il conte Attilio: “ perchè quell’uomo erudito, quell’uomo grande, che sapeva a menadito tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d’Argante, prima d’esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio Buglione.... ” [...]

“ Ma, da quel che mi pare d’aver capito, ” disse il padre, “ non son cose di cui io mi deva intendere. ”“ Solite scuse di modestia di loro padri; ” disse don Rodrigo: “ ma non mi scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col cappuccio in capo, e che il mondo l’ha conosciuto.  [...]

“ Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch’è la vera, dico e sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo... ” [...]

“ Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n’intendo, ” rispose fra Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore.“ Scuse magre: ” gridarono i due cugini: “ vogliamo la sentenza! ”“ Quand’è così, ” riprese il frate, “ il mio debole parere sarebbe che non vi fossero nè sfide, nè portatori, nè bastonate. ”I commensali si guardarono l’un con l’altro maravigliati.“Oh questa è grossa!” disse il conte Attilio. “Mi perdoni, padre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo.”“Lui?” disse don Rodrigo: “me lo volete far ridire: lo conosce, cugino mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica, se non ha fatta la sua carovana?” [... ]

In vece di rispondere a quest’amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto a sè medesimo: — queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e che tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto. “Sarà,” disse il cugino: “ma il padre... come si chiama il padre?” “Padre Cristoforo” rispose più d’uno. “Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d’onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile.” “Animo, dottore,” scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti, “animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo.” “In verità,” rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al padre, “in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l’uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall’impiccio di proferire una sentenza.”

Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate. [...]

“Che ne dite eh, dottore?” domandò don Rodrigo. Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: “dico, proferisco, e sentenzio che questo è l’Olivares de’ vini: censui, et in eam ivi sententiam, che un liquor simile non si trova in tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e definisco che i pranzi dell’illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene d’Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza.”“Ben detto! ben definito!” gridarono, a una voce, i commensali: ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti parlarono della carestia. Qui andavan tutti d’accordo, almeno nel principale; ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. “Non c’è carestia,” diceva uno: “sono gl’incettatori....”“E i fornai,” diceva un altro: “che nascondono il grano. Impiccarli.”“Appunto; impiccarli, senza misericordia.” “De’ buoni processi,” gridava il podestà. “Che processi?” gridava più forte il conte Attilio: “giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli.” “Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla.” “Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti.” Chi, passando per una fiera, s’è trovato a goder l’armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l’altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s’immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S’andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com’era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicchè le parole che s’udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli. Don Rodrigo intanto dava dell’occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d’impazienza nè di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d’essere stato ascoltato. L’avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poichè la seccatura non si poteva scansare, si risolvette d’affrontarla subito, e di liberarsene; s’alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s’avvicinò, in atto contegnoso, al frate, che s’era subito alzato con gli altri; gli disse: “eccomi a’ suoi comandi;” e lo condusse in un’altra sala.






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