II CAPITOLO DEI PROMESSI SPOSI - RIASSUNTO ANALITICO (con sintesi per punti dei concetti)






Il capitolo si apre con una comica comparazione fra un famoso sovrano borbone, protagonista di una battaglia che segnò, nel primo Seicento, il crollo del mito d'invincibilità dell'esercito spagnolo, e quel pover'uomo di don Abbondio: se il primo riuscì a dormire profondamente alla vigilia di una pericolosa battaglia perché aveva già pianificato tutto, non così il nostro curato nella notte successiva al fatale incontro con i bravi. Nel suo caso una gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose. Non far caso dell’intimazione ribalda, nè delle minacce, e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in deliberazione. Confidare a Renzo l’occorrente, e cercar con lui qualche mezzo.... Dio liberi! “Non si lasci scappar parola.... altrimenti.... ehm!” aveva detto un di que’ bravi; e, al sentirsi rimbombar quell’ehm! nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell’aver ciarlato con Perpetua. Fuggire? Dove? E poi! Quant’impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il pover’uomo si rivoltava nel letto. Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Il massimo dell'ingegnosità di don Abbondio consiste nel decidere di temporeggiare accampando scuse con Renzo (che definisce quel ragazzone) per non procedere allo sposalizio, finché non avesse inizio il  tempo proibito per le nozze, ovvero il periodo dell'Avvento, precedente il Natale. Solo a quel punto, fermato così un poco l’animo a una deliberazione, potè finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate.

La mattina successiva arriva Renzo, di cui Manzoni fornisce un primo ritratto. Precisiamo subito che Renzo è un personaggio che, nel corso della narrazione, cambia molto: è un personaggio dinamico, che l'autore pone al centro di una storia di formazione. Questo lo differenzia da Lucia, che è invece, vedremo, un personaggio tendenzialmente più statico, le cui caratteristiche di fondo (morali e psicologiche) non mutano, a dispetto delle vicende tumultuose in cui è coinvolta. Di Renzo apprendiamo che era orfano dall'adolescenza, e filatore di seta per tradizione familiare. Manzoni accenna al fatto che la professione non fosse più lucrosa come un tempo, ma che comunque consentiva di vivere decorosamente. In aggiunta alla professione, Renzo era anche proprietario di un piccolo campo che lavorava di persona nei periodi di sospensione del lavoro nella filanda, affidandolo ad altri nelle riprese.  Poteva insomma permettersi di sposarsi.  La sua apparizione in casa del curato lo vede  in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti.  L'accoglienza di don Abbondio gli dà subito da pensare: finge di non sapere perché lui sia venuto, tergiversa, risponde evasivamente. In poche battute Renzo diventa impaziente e anche un po' aggressivo. 

"Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c’è."

"Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola?"

"Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa," disse Renzo, cominciando ad alterarsi, "poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?"

"Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora... basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l’ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovane; e i superiori.... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo.” Il culmine dell'esasperazione è generato da un patetico tentativo di don Abbondio di far apparire la faccenda degli impedimenti particolarmente complessa: inizia a elencare in latino e suscita in Renzo una reazione risentita.“Si piglia gioco di me?” interruppe il giovine. “Che vuol ch'io faccia del suo latinorum? “Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.”“Orsù!....” Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare.... tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!.... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di maritarvi....”“Che discorsi son questi, signor mio?” proruppe Renzo, con un volto tra l’attonito e l’adirato. Lo scambio di battute procede, finché don Abbondio non riesce a ottenere quello che vuole, ossia che il matrimonio sia per cominciare rimandato di qualche giorno: al tentativo di Renzo di capire quanti giorni siano esattamente, risponde evasivo, e il giovane, di pessimo umore, si sente costretto ad andare a casa di Lucia per portarle la pessima notizia. Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L’accoglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que’ due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d’incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell’accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva l’uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar discorso con essa.

L'idea in effetti è ottima: in poche battute, Renzo riesce a ottenere il risultato sperato, di ottenere da lei un'informazione con cui gli è possibile ritornare da don Abbondio e metterlo alle strette perché spieghi la ragione dell'improvvisa negazione dello sposalizio. La tecnica che utilizza è quella di approfondire il significato di alcune singole parole che Perpetua si lascia sfuggire: C’è bene a questo mondo de’ birboni, de’ prepotenti, degli uomini senza timor di Dio...”— Prepotenti! birboni! — pensò Renzo: — questi non sono i superiori. “Via,” disse poi, nascondendo a stento l’agitazione crescente, “via, ditemi chi è.” Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché... non so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è tempo perduto per tutt’e due.” Così dicendo, entrò in fretta nell’orto, e chiuse l’uscio.  

Ormai Renzo ha a disposizione lo strumento che gli serve per vincere la reticenza di don Abbondio. Lo affronta con gli occhi stralunati e grida: “chi è quel prepotente che non vuol ch'io sposi Lucia?”. Preso alla sprovvista, il curato fa un goffo tentativo di fuga (addirittura spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all'uscio) ma Renzo è più veloce e pronto, chiude la porta a chiave e se la mette in tasca.  Don Abbondio tergiversa ancora, ma Renzo riesce ad assumere un aspetto minaccioso, che non può che far arrendere uno che non è un cuor di leone. Il nome di don Rodrigo,  a quel punto, viene finalmente proferito. “Ah cane!” urlò Renzo. “E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?” Niente di meglio che questa frase per fare in modo che don Abbondio si senta di nuovo padrone della situazione e si metta a raccontare con tono recriminatorio tutto quello che ha dovuto subire da parte dei bravi minacciosi e spaventosi. Renzo si calma, restituisce la chiave e esce dalla casa, non senza che corrano tra i due battute iterate (giurate/posso aver fallato) con cui Manzoni prolunga la comicità aleggiante sulla pur drammatica scena. “Posso aver fallato; e mi scusi,” rispose Renzo, aprendo, e disponendosi ad uscire.Giurate...” replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la mano tremante.“Posso aver fallato,” ripetè Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in furia, troncando così la questione, che, al pari d’una questione di letteratura o di filosofia o d’altro, avrebbe potuto durar dei secoli, giacché ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio argomento.

La resa dei conti con Perpetua, rea di aver indotto don Abbondio a rivelare la verità a Renzo, occupa ancora un piccolo spazio narrativo: chiamata a gran voce, a un certo punto appare  con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i “voi sola potete aver parlato,” e i “non ho parlato,” tutti i pasticci in somma di quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di metter la stanga all’uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini, “son servito;” e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo.

Nel corso del cammino che deve condurre Renzo a casa di Lucia, prosegue il suo ritratto, che consente a Manzoni di inserire una notazione psicologicamente e sociologicamente interessante. Renzo è quello che si potrebbe certo definire un bravo ragazzo, ma all'occasione può diventare violento.   I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia; ma, in que’ momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio, la sua mente non era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e... ma gli veniva in mente ch’era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti v’entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto non vi potrebb’entrare senza un esame, e ch’egli sopra tutto... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo. A soccorrerlo in questo vero e proprio smarrimento della morale, è però il pensiero di Lucia, che quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell’iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un’ombra tormentosa gli passava per la mente. Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n’era informata? Poteva colui aver concepita quell’infame passione, senza che lei se n’avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d’averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al suo promesso!

Arrivato alla casa di Lucia, sceglie di non presentarsi a lei direttamente, ma chiede a una bambina, Bettina, di raggiungerla mentre si sta vestendo da sposa insieme alle amiche e fare in modo che venga da lui. Mentre questo accade, l'autore fornisce la prima descrizione anche della seconda protagonista del suo romanzo. Lucia è in quel momento già agghindata per le nozze: vediamo i suoi neri sopraccigli aggrottati, le sue labbra sorridenti, mentre si schermisce dai tentativi delle sue amiche di ammirarla. Ha i capelli scuri, intrecciati e avvolti sulla nuca nonché acconciati con lunghi spilloni d'argento che formano una specie di aureola. Una collana di granati, un bustino in broccato e oro, una corta gonnella di seta, calze rosse e scarpette ricamate completano l'abbigliamento. Raggiunta da Bettina, Lucia si libera con un pretesto dalle amiche e va da  Renzo, che in poche battute la informa di quanto accaduto. Quando la giovane esclama fino a questo segno!”, in riferimento al nome di don Rodrigo come mandante dell'ordine di ostacolare le nozze, Renzo trasecola: Dunque voi sapevate...?” disse Renzo. Sopraggiunge a quel punto anche Agnese, la madre di Lucia, e quest'ultima si affretta a spiegare alle amiche che il matrimonio è rimandato per un'indisposizione del curato. Il capitolo si conclude con un breve spaccato ancora della casa del curato, dove Perpetua si affretta a confermare ad alcune curiose, e poco convinte, amiche di Lucia che don Abbondio ha un febbrone

SINTESI CONCETTUALE PER PUNTI

Caratterizzazione dei personaggi:

  • Renzo è presentato come un personaggio dinamico che cambia nel corso della narrazione, al centro di una storia di formazione
  • Lucia è invece descritta come un personaggio tendenzialmente più statico, le cui caratteristiche morali e psicologiche non mutano nonostante le vicende tumultuose

Condizione sociale ed economica di Renzo:

  • Era orfano dall'adolescenza e filatore di seta per tradizione familiare
  • La professione non era più lucrosa come un tempo ma consentiva comunque di vivere decorosamente
  • Possedeva anche un piccolo campo che lavorava personalmente, il che gli permetteva di sposarsi

Tecniche narrative e stilistiche:

  • Manzoni utilizza una comica comparazione iniziale tra un sovrano borbone e don Abbondio
  • La tecnica di Renzo con Perpetua consiste nell'approfondire il significato di singole parole che lei si lascia sfuggire
  • Le battute iterate tra Renzo e don Abbondio prolungano la comicità della scena drammatica

Analisi psicologica e sociale:

  • Notazione interessante su come Renzo, pur essendo un bravo ragazzo, possa diventare violento all'occasione
  • Riflessione su come i provocatori e i soverchiatori pervertano gli animi degli offesi
  • Osservazione sul vero smarrimento morale di Renzo, soccorso dal pensiero di Lucia

Strategie narrative di don Abbondio:

  • Il massimo dell'ingegnosità del curato consiste nel temporeggiare con scuse fino all'inizio dell'Avvento
  • Il tentativo patetico di far apparire la questione degli impedimenti particolarmente complessa




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