I CAPITOLO DEI PROMESSI SPOSI - 23/09 - sintesi con citazioni per consolidare
- Dopo l'introduzione, con la quale Manzoni propone l'espediente del manoscritto ritrovato, fingendo di trascrivere un racconto attribuito a un Anonimo del Seicento e contemporaneamente compiendo un esercizio di imitazione dello stile barocco, ha inizio la narrazione vera e propria. Nell'introduzione ha inizio la critica del Seicento, ovvero dell'epoca in cui è ambientato il romanzo.
- Il I capitolo si apre con una dettagliata descrizione paesaggistica: il narratore onnisciente evoca il paesaggio destinato ad accogliere la prima parte delle vicende, ovvero la sponda del lago di Como dalla quale è possibile vedere il monte Resegone, visibile anche dalla città di Milano. Il centro principale è Lecco, un altro paese dei dintorni che verrà citato in seguito è Pescarenico, sede del convento dove opera un personaggio importante della storia, ma in questa prima parte non compaiono tanti altri nomi precisi, a parte quello del fiume Adda. Si viene però a sapere che nel territorio in questione viene esercitata spesso e volentieri la violenza: Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. I dominatori del periodo, quindi, gli spagnoli, sono presenti sul territorio in veste di oppressori dei contadini di queste zone.
- Dopo la prima parte descrittiva, l'Autore inserisce il primo personaggio della storia, specificando anche la data precisa in cui viene colto nell'atto di compiere, come suo solito, una sorta di passeggiata meditativa (tiene in mano il breviario): è il 7 novembre 1628 e don Abbondio, curato di una delle terre sopra delineate, è ancora ignaro di una tempesta che sta per abbattersi sulla sua tranquilla esistenza. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi.
- Il passo, costruito in modo da seguire in soggettiva, ovvero attraverso lo sguardo di don Abbondio, l'apparizione, spaventosa per lui, dei bravi, prelude all'inserzione di una breve digressione storica, attraverso la quale, servendosi di citazioni dirette da documenti dell'epoca, Manzoni inizia a delineare il quadro di un'epoca in cui le leggi che dovrebbero tutelare da soprusi esistono, ma sono costantemente eluse. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. I bandi, le gride, si moltiplicano nel tempo, tuonano in modo veemente contro la braveria ma, come si legge al termine della digressione, all'epoca dei fatti c’era de’ bravi tuttavia.
- Quando riprende la narrazione, don Abbondio è ormai prossimo a un faccia a faccia (che avrebbe volentieri evitato) con i bravi: il narratore non manca di annotare i suoi goffi tentativi di trovare scampo cambiando strada, per poi rassegnarsi alla sorte. Il dialogo che segue è serrato e, per così dire, fatale: da qui avranno origine tutte le vicende che, fin quasi all'ultimo capitolo, tengono i sospeso i protagonisti, eterni promessi e non sposi come desideravano. “Signor curato,” disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia.
“Cosa comanda?” rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo.
“Lei ha intenzione,” proseguì l’altro, con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia, “lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!” La storia è impostata: tutto si riassume in quella constatazione intimidatoria, per il tono con cui è pronunciata, di uno dei due bravi. Un vero e proprio capolavoro è, a seguire, la risposta di don Abbondio: “Cioè....” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi.... e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi.... noi siamo i servitori del comune.” Palesato così il tratto distintivo del suo carattere (non era un cuor di leone, soggiungerà tra poco il narratore) don Abbondio si predispone a svolgere una funzione fondamentale per lo sviluppo della trama: obbedire al comando di non procedere allo sposalizio programmato fra Renzo e Lucia. “Or bene,” gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, “questo matrimonio non s’ha da fare, nè domani, nè mai.” Il tocco definitivo al dialogo è dato dallo svelamento del nome fatale di don Rodrigo, a udire il quale don Abbondio non può che pronunciare questa significativa frase: “... Disposto... disposto sempre all’ubbidienza.”
- I bravi si allontanano e don Abbondio resta solo e terrorizzato. Il narratore inaugura allora un'articolata descrizione del suo carattere, che gli consente di fornire nuovi elementi utili a comprendere lo spirito dell'epoca in cui si ambienta la vicenda. Di per sé predisposto alla pavidità, alla mancanza di coraggio, don Abbondio si trova come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, in una società in cui la violenza prospera a dispetto della legge (come già visto nel caso delle gride sui bravi), così come prosperano leghe e consorterie all'interno delle quali soltanto è possibile trovare in qualche modo protezione da soprusi, non senza a propria volta rendersi complici di altro genere di sopraffazioni. L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere. Si capisce che in una società con queste caratteristiche occorre una grande forza d'animo, un grande coraggio per non farsi travolgere dall'esigenza di proteggere per prima cosa se stessi (o la propria famiglia, per rendere un po' più nobile la motivazione) anche a danno di altri.
- Quanto a don Abbondio, non è differente da quelli che cercano in tutti i modi di proteggersi dal male, anche se questo comporta il danneggiamento di altri, benché la veste prescelta, quella di curato, gli imponesse al contrario di preoccuparsi prima di tutto del ben essere di quelli che erano affidati alla sua cura di sacerdote. Più il narratore indaga nelle motivazioni che guidano i comportamenti di don Abbondio, più ci persuadiamo del fatto che non sia quella che definiremmo una bella persona, una di quelle alle quali affideremmo volentieri il compito di proteggerci o di rappresentarci in circostanze come quelle raccontate dal romanzo. Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche. Per rendere ancora più vivido il ritratto, a un certo punto il narratore ci conduce proprio all'interno della coscienza del curato, dove conosciamo i dettagli di una specie di morale antievangelica, a ben vedere, tutta intinta nella sua peculiare vigliaccheria. Il battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro. Sopra tutto poi, declamava contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch’era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri. [...] Il colmo dell'abiezione, dal quale tuttavia Manzoni lo fa ritrarre, giunge nel momento in cui inizia a speculare sempre fra sé e sé su quanto appena accaduto: Ragazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de’ travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e prenderla con me! Che c’entro io? Son io che voglio maritarmi? Perché non son andati piuttosto a parlare... Oh vedete un poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l’occasione. Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro imbasciata... — Ma, a questo punto, s’accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore dell’iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de’ suoi pensieri contro quell’altro che veniva così a togliergli la sua pace.
- Nel tempo in cui questi pensieri si dipanano nella sua mente, giunge casa, al fondo del paese, dove ad attenderlo è Perpetua, personaggio di contorno ma importante della storia, destinato persino per antonomasia a diventare il nome comune con cui si indica un soggetto sociale che oggi non esiste più, ovvero la domestica di un sacerdote di campagna. Fedele e pettegola, due caratteristiche i rilievo per lo sviluppo degli eventi, Perpetua riesce a estorcere a don Abbondio il nome fatale di colui che l'ha così spaventato e anche tutti i dettagli della minaccia. Sovrabbondano le esclamazioni di don Abbondio (Volete tacere, ripetuto più volte) ma soprattutto una teatrale uscita di scena: “Mandi almen giù quest’altro gocciolo,” disse Perpetua, mescendo. “Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco.”
“Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro.”
Così dicendo prese il lume, e, brontolando sempre: “una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com’andrà?” e altre simili lamentazioni, s’avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: “per amor del cielo!” e disparve.
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