LEZIONE CONCLUSIVA ITALIANO E STORIA

Contribuisco, con questa lezione conclusiva, alla delineazione di una mappa mentale di contenuti che durante l'anno scolastico ho cercato di trasmettere. Non seguirò un ordine cronologico corrispondente allo sviluppo del programma, ma creerò connessioni concettuali. 

Al centro della mappa colloco LO SPIRITO CRITICO. Tutto si dirama da lì. Lo spirito critico è senza dubbio incarnato anche (non solo) nella metis di Ulisse, dato che senza una curiosità permanente (la quale non teme nemmeno di incorrere nell'hybris  punita ferocemente dagli dei) non si va da nessuna parte, non si è presenti al mondo. Senza curiosità, o meno provvisto di metisUlisse non avrebbe mai esplorato nulla: né l'isola di Circe, né la terra dei Ciclopi o, addirittura, non sarebbe sopravvissuto.  Però lo spirito critico conosce tante declinazioni, oltre a quella che si manifesta in Ulisse con la sua mente colorata. Una di queste si rintraccia nel patetico tentativo di Tersite, personaggio secondario ma non irrilevante dell'Iliade, di mettere in crisi l'assetto aristocratico della società micenea, partita con sovrani e flotte alla volta di Troia per cancellare l'onta del rapimento di Elena, moglie legittima del sovrano acheo Menelao, da parte di uno dei figli di Priamo, Paride. Tersite, mal provvisto di doti fisiche, predisposto alla messa in ridicolo, pronuncia, nei versi omerici, un discorso critico che colpisce Agamennone soprattutto, poi anche Achille. Tuttavia, la verità delle sue denunce (i capi sono degli avidi accumulatori di profitto e i poveri soldati sono le loro prime vittime) viene travolta dalla necessità dell'ordine e della disciplina, nonché della morale dei kalòi kài agathòi, i belli e buoni, come si autodefinivano appunto gli aristocratici micenei. Così Tersite viene sbeffeggiato, come merita pensano anche i suoi compagni, e punito impietosamente da Ulisse: alla fine  tutti ridono della sua verità di buffone

Tersite non riesce a essere, Omero non glielo permette, un trikster, ossia uno che cambia profondamente la direzione di una civiltà (o di una società), compiendo un atto di furbizia e di forza in contrasto con le leggi prestabilite. Un esempio di trikster è piuttosto Prometeo, che a un certo punto della complicata vicenda mitica (riportata in tante versioni differenti) che lo riguarda, ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, affinché possano sviluppare proprie abilità e arti, invece di rimanere in uno stato di bestialità comodo (agli dei, naturalmente) per mantenerli soggetti. Prometeo va incontro a una punizione eterna (incatenato da Zeus a una rupe, con il fegato continuamente divorato da un'aquila), ma il salto di civiltà agli esseri umani riesce ad assicurarlo. Il messaggio che proviene dal mito, o la rappresentazione che il mito realizza, è che il potere può (deve) essere sfidato e dalla sfida può sortire un cambiamento utile a tutti quelli che lo ritenevano immodificabile. 

Chi si predispone a criticare deve prima conoscere. La conoscenza è un presupposto della critica. Anche le regole, come le leggi richiedono questo passaggio preliminare della conoscenza per poter essere, eventualmente, messe in discussione. Ed è nella messa in discussione che lo spirito  critico esercita la sua potenza e manifesta le sue prerogative. Persino le leggi della natura non sono inattaccabili. Anche perché è difficile stabilire quali esse siano. L'essere umano ha iniziato a modificare l'ambiente naturale, e contemporaneamente a sfidare le leggi di natura,  molto originariamente, ma senza alcun dubbio negli ultimi cento anni si è assistito a un'accelerazione di questa propensione originaria. Nel solco del tema della modifica si collocano tutte le grandi rivoluzioni che hanno dato origine alle prime grandi civiltà, prima fra tutte la rivoluzione agricola:  gli esseri umani hanno iniziato a disboscare, a ruotare le coltivazioni, a incanalare acque superficiali e a sfruttarne il movimento. Analogamente è stato per le attività estrattive, per la forgiatura di metalli, senza contare l'impatto generato dalla scoperta dei multipli impieghi del fuoco in svariate attività. Gli esseri umani, insomma, per quanto svantaggiati rispetto a un numero elevato di organismi viventi quanto a velocità della crescita finalizzata a conseguire un'autonoma sopravvivenza (lo stato di necessità di accudimento per loro si protrae oltre il decennio, mentre per tutti gli altri mammiferi, con l'eccezione degli elefanti che accudiscono i piccoli fino a 10 anni, è ridotto a giorni/mesi), sono però estremamente avvantaggiati dal fatto di possedere un cervello sviluppato in modo tale da consentire loro di affrancarsi, per esempio,  dal meccanismo ferreo della necessità di sopravvivere. A questo proposito si può far rientrare nuovamente nella mappa che stiamo costruendo  il tema della sfida. Se per gli animali la vita sulla Terra è questione di mantenimento costante nel tempo di una stessa posizione nella catena alimentare, per gli umani non si tratta solo di questo, per quanto possa accadere che l'elemento sopravvivenza diventi cruciale anche per loro in determinate contingenze sia individuali sia collettive. Non si tratta solo di questo, perché nel nostro caso si parla di civiltà e non solo di natura, di vivere  e non solo di sopravvivere. Almeno, questo è qualcosa che ci piace credere, perché alimenta un indubbio senso di superiorità, addirittura un antropocentrismo, dal quale è davvero difficile liberarsi, sempre che lo si consideri necessario o persino doveroso. Allora, per trovare anche su questo punto qualche connessione con qualcosa che abbiamo studiato insieme, volgiamo l'attenzione alla storia. Dalle civiltà egizie, mesopotamiche, fino ad arrivare alla minoica, micenea, greca con la sua terminale assimilazione da parte dell'egemonia macedone patrocinata da Filippo II, è tutto un susseguirsi di atti di prevaricazione. Le civiltà, una volta assestate in una forma determinata (monarchica, aristocratica, oligarchica, timocratica, tirannica, democratica, o in forme ibride ulteriori) sia dal punto di vista politico sia da quello economico, tendono a sviluppare una volontà di dominio esteso, una volontà di potenza (quella tentazione imperialistica che coglie persino la democratica Atene) che le conduce inesorabilmente alla guerra. La storia di quest'anno ci ha posto di fronte a vicende la cui essenza può senz'altro essere riassunta in quest'unica parola, associata ovviamente a un binomio, anch'esso costantemente confermato dai fatti, che unisce ricchezza e potere. Le semplificazioni non sono mai precise, è ovvio, ma al di sotto di quella che sto proponendovi dovreste riuscire a collocare precisi esempi e contenuti. Cosa rende simile il gran re dei persiani e Filippo II di Macedonia? Cosa rende simile l'oligarchica Sparta alla democratica Atene? Disegni di controllo di porzioni territoriali, di rotte commerciali, di sfruttamento di persone, di ricchezze anche naturali, di forme di produzione. Se gli elementi accomunanti sono questi, d'un balzo possiamo spostarci nelle contemporaneità, in questo mondo della guerra mondiale a pezzi, secondo l'ormai celebre intuizione di papa Bergoglio,  in  cui di recente si stanno modificando gli equilibri che avevano garantito, almeno in Europa e con l'esclusione della terribile guerra in Jugoslavia degli anni Novanta, una pace durata dalla fine della II G.M. fino a oggi. Anche oggi, nell'hic et nunc, qui e ora, dei nostri tempi, il connubio ricchezza/potere opera dettando piani di conquiste territoriali o, variante propria degli ultimi due secoli, finanziarie. Così ci avviciniamo al completamento della mappa, all'interno della quale deve senz'altro figurare un  termine. Capitalismo. Parola che è spuntata  solo occasionalmente, anche perché non poteva certo rientrare nei nostri discorsi storici, per via del periodo sul quale concentriamo l'attenzione (il capitalismo nasce in età moderna, mille anni dopo l'epoca di cui siamo arrivati a occuparci). Posso però metterla in connessione con un raccontino letto nelle prime settimane, scritto da Dino Buzzati e intitolato La giacca stregata. Nel racconto fantastico inventato dal grande scrittore novecentesco, la magia del denaro, copiosamente presente nelle tasche della giacca del titolo per via di un artificio diabolico, è collegata con imponenti sacrifici di sangue. Ma purtroppo, abbiamo scoperto insieme, non si tratta solo di una brillante immaginazione di un narratore fantasioso. Il capitalismo finanziario, e non solo lui, metaforizzato da Buzzati, procede esattamente così: promuove imponenti flussi di guadagni, senza curarsi dello scotto che analogamente imponenti numeri di esseri umani pagano perché tali flussi non solo si mantengano, ma si moltiplichino. Il protagonista del racconto si ravvede, per quanto troppo tardivamente, ovvero quando si sono verificati una serie inenarrabile di delitti, e tutto ciò che aveva accumulato con la diabolica complicità della giacca svanisce nel falò da lui deciso dell'indumento stregato. Per quanto riguarda noi, nel caso in cui volessimo liberarci dalla malìa di un'economia, di una società, di un mondo interamente dominati dalla volontà di controllo da parte  della diade ricchezza/potere, dovremmo forse augurarci di trovare un  trickster   che promuova il nostro riscatto, accordando finalmente natura  e cultura per tutti noi.  

Nel frattempo, per non limitarci a un'attesa improduttiva, possiamo appunto impegnarci a tenere vivo, alimentare costantemente, quello che la nostra mappa mette al suo centro: uno spirito critico fondato su conoscenza e curiosità, mai appagato dalle risposte che, quando sono troppo sentenziose e definitive, devono preoccupare. Chi le confeziona potrebbe appartenere a quella compagine nutrita che nei secoli, dietro alla giustificazione di essere destinata al comando (per diretto ordine divino o per via di processi democratici, come fingiamo di  credere oggi), ha tenuto in condizioni di oppressione, inganno, sfruttamento o anche solo marginalizzato rispetto a decisioni d'importanza vitale per tutti, la maggioranza degli abitanti del mondo. 




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