REFERENDUM DELL'8/9 giugno
Il REFERENDUM (dal latino "[convocatio ad]referendum" ossia convocazione per riferire) è uno strumento di partecipazione diretta, dei cittadini aventi diritto di voto, all'attività legislativa. Nella sua forma ordinaria prevede di poter abrogare (rispondendo sì) una parte o la totalità di una legge in vigore, a seguito di una richiesta promossa da 500000 elettori o da cinque consigli regionali. Perché il risultato abrogativo sia valido, occorre che il numero dei votanti sia eguale al 50%+1 dell'elettorato avente diritto di voto.
L'8/9 giugno si voterà su CINQUE quesiti, di cui 4 inerenti alla disciplina del lavoro, 1 alla cittadinanza per gli extracomunitari. La raccolta firme per i primi 4 è arrivata a 4 milioni, sul quinto a 637000.
Segue un'illustrazione di ciascun quesito referendario.
1. Stop ai licenziamenti illegittimi
Il PRIMO dei quattro referendum sul lavoro chiede l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti del contratto a tutele crescenti del Jobs Act [è stata così denominata una riforma del diritto del lavoro cui si procedette nel 2016, durante il governo di Matteo Renzi, all'epoca esponente del PD, quindi prima che promuovesse nel 2019 la fondazione di un partito, tuttora esistente, denominato Italia Viva, collocato approssimativamente in una posizione di centrosinistra]. Nelle imprese con più di 15 dipendenti, le lavoratrici e i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 in poi, non possono rientrare nel loro posto di lavoro dopo un licenziamento illegittimo. Sono oltre 3 milioni e 500mila ad oggi, e aumenteranno nei prossimi anni, le lavoratrici e i lavoratori penalizzati da una legge che impedisce il reintegro anche nel caso in cui la/il giudice dichiari ingiusta e infondata l’interruzione del rapporto. Abrogando questa norma, si bloccano i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo.
2. Più tutele per le lavoratrici e i lavoratori delle piccole imprese
Il SECONDO riguarda la cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese. In quelle con meno di 16 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo, oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento, anche qualora una/un giudice reputi infondata l’interruzione del rapporto. Questa è una condizione che tiene le/i dipendenti delle piccole imprese (circa 3 milioni e 700mila) in uno stato di forte soggezione. Obiettivo è innalzare le tutele di chi lavora, cancellando il limite massimo di sei mensilità all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato affinché sia la/il giudice a determinare il giusto risarcimento senza alcun limite.
3. Riduzione del lavoro precario
Il TERZO punta all’eliminazione di alcune norme sull’utilizzo dei contratti a termine per ridurre la piaga del precariato. In Italia circa 2 milioni e 300 mila persone hanno contratti di lavoro a tempo determinato. I rapporti a termine possono oggi essere instaurati fino a 12 mesi senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi il lavoro temporaneo. Abrogando la norma, verrebbe ripristinato l’obbligo di causali per il ricorso ai contratti a tempo determinato.
4. Più sicurezza sul lavoro
Il QUARTO interviene in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Arrivano fino a 500mila, in Italia, le denunce annuali di infortunio sul lavoro. Quasi 1000 i morti, che vuol dire che in Italia ogni giorno tre lavoratrici o lavoratori muoiono sul lavoro. Le norme attuali impediscono, in caso di infortunio negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. La legislazione attuale favorisce il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Abrogare le norme in essere ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente significa garantire maggiore sicurezza sul lavoro.
5. Più integrazione con la cittadinanza italiana
Il QUINTO referendum abrogativo propone di dimezzare da 10 a 5 anni i tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana, ripristinando un requisito introdotto nel 1865 e rimasto invariato fino al 1992. Nel dettaglio si va a modificare l’articolo 9 della legge n. 91/1992 [presidente del consiglio era Giuliano Amato, dell'allora PSI, Partito Socialista Italiano, scioltosi nel 1994] con cui si è innalzato il termine di soggiorno legale ininterrotto in Italia ai fini della presentazione della domanda di concessione della cittadinanza da parte dei maggiorenni.
Il referendum sulla Cittadinanza Italiana non va a modificare gli altri requisiti richiesti per ottenere la cittadinanza quali: la conoscenza della lingua italiana, il possesso negli ultimi anni di un consistente reddito, l’assenza di pendenze penali, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica. Questa modifica costituisce una conquista decisiva per circa 2 milioni e 500mila cittadine e cittadini di origine straniera che nel nostro Paese nascono, crescono, abitano, studiano e lavorano, allineando l’Italia ai maggiori Paesi Europei (Francia, Germania, Irlanda e Paesi Bassi ne richiedono 5; l'Austria 6; la Spagna 10, ma contempla molte deroghe per cui si riducono a 2 nella maggior parte dei casi)
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