LA GUERRA DEL PELOPONNESO (fino alla pace di Nicia), p. 240
Alle origini della guerra del Peloponneso è la rivalità tra le due poleis principali di Sparta e Atene. Si tratta di una rivalità che si è accresciuta nel tempo, alimentata in parte da ragioni collegate con l'assetto politico delle due città (oligarchico e piuttosto monolitico quello di Sparta, democratico e imperialista quello di Atene) in parte dall'impossibilità contenere all'interno di un solo territorio propositi di controllo totale come quelli espressi da Atene e da Sparta attraverso i loro sistemi di alleanze. La circostanza di una pace lunga con i Persiani (il periodo detto pentekontetìa, cinquanta anni di relativa pace), predispone in realtà allo scoppio di una guerra di enormi proporzioni e devastante, durata dal 431 al 404 a. C. Siamo in grado di ricostruire questo conflitto grazie alla testimonianza diretta dello storico Tucidide, lo stesso di cui ci siamo serviti per ricostruire la genesi della democrazia sotto Pericle e le caratteristiche del binomio democrazia-imperialismo.
- Alla radice del conflitto sono poi ragioni economiche e commerciali: Atene è sempre più incline a potenziare le proprie rotte commerciali (col favore di una larga parte della popolazione anche se non di tutti), ma altre città greche hanno la stessa propensione: fra loro spiccano Megara e Corinto, alleate di Sparta (sono entrambe nel Peloponneso, carta p. 239). La prima fase della guerra, dal 431 al 421 a. C., ha inizio perché Pericle si intromette nelle relazioni fra Corinto e due sue colonie, proteggendo queste ultime in una contesa con la madre patria, ma col chiaro intento di assumerne il controllo, aprendo nuove rotte per gli ateniesi (si tratta della colonia di Corfù e di Potidea nella penisola Calcidica). Questa fase della guerra, detta archidamica (da Archidamo, il re spartano che guida le prime operazioni) vede chiaramente delinearsi una spaccatura della Grecia: Sparta e la lega peloponnesiaca contro Atene e la lega di Delo (poche poleis sono neutrali). Le tattiche usate dai due fronti sono accomunate dal fatto di non puntare a una vittoria immediata ma a un progressivo logoramento: Atene attacca le coste e le navi dei nemici per ostacolarne i traffici, Sparta invade e saccheggia i territori dell'Attica in primavera, producendo danni ma senza infliggerne di definitivi (gli Ateniesi si rifugiano entro le Lunghe Mura e si fanno rifornire dal mare). Un evento imprevedibile, però, interferisce con questo decorso: nel 430 scoppia, proprio in un periodo di incursione spartana, una grave pestilenza ad Atene, che uccide un quarto della popolazione, Pericle compreso. Assume il potere in città Cleone, un demagogo particolarmente legato agli interessi del ceto marittimo, e interessato alla prosecuzione della guerra. Sul fronte opposto è Nicia, rappresentante dei ceti terrieri, già ai tempi delle guerre persiane poco inclini a sostenere una guerra.
- In questo stesso periodo si ribella l'alleata Mitilene, che passa alla lega peloponnesiaca nel 427. Non prevale la linea di Cleone, che vorrebbe procedere con un'esemplare ritorsione, ma passa invece la proposta di allargare il conflitto in direzione della Sicilia (Pericle non l'avrebbe mai fatto). Non ottengono nulla (si trattava di difendere Lentini, di origine spartana, da Siracusa, analogamente spartana), ma l'operazione spaventa le colonie siciliane (fa capire quanto gli ateniesi siano interessati a sostituire ovunque il controllo spartano.
- Prima di arrivare a una pace non definitiva, quella di Nicia nel 421, Sparta e Atene si infliggono reciprocamente due duri colpi: Atene conquista Pilo (costa sud ovest del Peloponneso) e l'isola di Sfactéria; il comandante spartano Bràsida però idea una mossa diversiva attaccanto Anfipoli in Tracia e impadronendosi delle miniere d'oro del Pangeo che rifornivano direttamente Atene. Brasida e Cleone si scontrano ad Anfipoli e muoiono entrambi, favorendo così l'insorgere in entrambe le poleis di partiti della pace.
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